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2803, l’etichetta Onu sul Piano Trump per Gaza

Giampiero Sandionigi
26 novembre 2025
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2803, l’etichetta Onu sul Piano Trump per Gaza
New York, 17 novembre 2025. L'ambasciatore statunitense alle Nazioni Unite, Mike Waltz, prende la parola al Consiglio di Sicurezza che discute la risoluzione 2803. (UN Photo/Loey Felipe)

Le Nazioni Unite hanno fatto propria la proposta in 20 punti di Donald Trump (appoggiata da molti governi) per dare un futuro diverso alla Striscia di Gaza. Un avallo giuridicamente significativo, che però non scioglie dubbi e perplessità.


Ora che i crimini e gli spargimenti di sangue si sono parzialmente ridimensionati nella Striscia di Gaza, sarebbe un errore dimenticare quella terra e il suo popolo per volgere sguardo e cuore altrove. Come sappiamo, il 17 novembre scorso i quindici membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno approvato con 13 voti a favore e due astensioni – di Cina e Russia, detentrici del diritto di veto – la risoluzione 2803 (2025) che fa proprio il Piano Trump in 20 punti per la pace a Gaza (e, nelle intenzioni dell’inquilino della Casa Bianca, in tutto il Medio Oriente).

Negli ultimi due anni, in molti hanno scritto e sostenuto, che solo il presidente degli Stati Uniti – chiunque egli fosse – aveva la possibilità di imbrigliare in qualche modo il conflitto in Terra Santa. A fine settembre è arrivata l’iniziativa americana, che ora ha anche la copertura giuridica dell’Onu. Le criticità sono note e sono state espresse anche da voci cristiane significative.

Le criticità della risoluzione Onu

Ultimo, in ordine di tempo, si è espresso il 24 novembre il Comitato esecutivo del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), riunitosi a Hangzhou, in Cina, dal 20 al 25 novembre. Tra i vari temi all’ordine del giorno ha dedicato attenzione anche al dramma della Striscia di Gaza. In una pubblica dichiarazione osserva tra l’altro: «il comitato esecutivo riconosce e sottolinea le gravi preoccupazioni relative alla risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, recentemente adottata, che approva il piano di pace per Gaza proposto dagli Stati Uniti e concordato da Israele e Hamas (e accolto con favore dall’Autorità palestinese), nella misura in cui tale piano continua a privare i palestinesi della loro autonomia e autodeterminazione ed è considerato da alcuni come equivalente a un mandato di ri-colonizzazione e ri-occupazione. D’altra parte, riconosciamo e apprezziamo che questo piano e la risoluzione che lo approva veicolano l’opposizione della comunità internazionale allo sfollamento della popolazione palestinese di Gaza, forniscono un quadro per il riconoscimento dello Stato palestinese e, soprattutto, confermano un cessate il fuoco, anche se i palestinesi continuano ad essere uccisi a Gaza quasi ogni giorno».

Più netti nelle loro valutazioni – anche perché privi di ruoli istituzionali – gli ecclesiastici e intellettuali cristiani del gruppo ecumenico Una voce di Gerusalemme per la giustizia. In un passaggio del loro commento alla risoluzione 2803 il 19 novembre scrivono: «La risoluzione delle Nazioni Unite porterà all’autodeterminazione dei palestinesi? Essa subordina l’autodeterminazione alle “riforme” palestinesi. Le riforme previste hanno lo scopo di porre fine alla corruzione e alla cattiva amministrazione o cercano piuttosto di imporre l’accettazione dei vincoli imposti da Israele e dagli Stati Uniti all’autodeterminazione? Il diritto di un popolo all’autodeterminazione non può essere condizionato, soprattutto da coloro che hanno impedito questa autodeterminazione per decenni. Inoltre, l’autodeterminazione inizia con un processo democratico libero, senza interferenze da parte di Israele o degli Stati Uniti».

Cisgiordania, non si può guardare altrove

«Ci sono aspetti negativi anche in questa risoluzione – continua Una voce per Gerusalemme –. Essa sa di colonialismo tradizionale: l’amministrazione di Gaza da parte di stranieri, guidati dal presidente degli Stati Uniti. Indubbiamente, l’aspetto più negativo della risoluzione è la sua mancanza di una visione globale. Ignora le realtà della Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est): lo smantellamento violento dei campi profughi e dei villaggi palestinesi, l’estrema violenza dell’esercito e della polizia israeliani, e in particolare dei vigilantes dei coloni ebrei, gli ostacoli continui alla vita quotidiana dei palestinesi che vivono lì e i tentativi di cancellare la loro identità. Nel complesso, la risoluzione adotta una prospettiva problematica: il problema sarebbe iniziato il 7 ottobre 2023. Si ignora così la vera genesi del conflitto», che va invece fatta risalire a oltre un secolo fa. Valutazioni che trovano eco in vari ambiti della società palestinese.

I capi delle Chiese di Terra Santa non si sono espressi sulla risoluzione ma hanno detto la loro sul Piano Trump il 14 ottobre scorso, compiacendosi per quanto conseguito, ma ricordando anche che bisogna mettere a tema «la fine dell’occupazione sia della Cisgiordania sia di Gaza, in vista della costituzione di uno Stato palestinese che viva in pace, fianco a fianco, con l’attuale Stato d’Israele. Solo in questo modo, crediamo, potrà essere stabilita una pace giusta e duratura nella Terra Santa e in tutto il Medio Oriente». Questo il Piano Trump non lo fa.

La risoluzione 2803 menziona solo una volta, quasi di sfuggita, le precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza in materia, diversamente da quanto fa la recente Dichiarazione di New York, che in più passaggi evoca «le risoluzioni pertinenti delle Nazioni Unite» e richiama il parere consultivo emesso il 19 luglio 2024 dalla Corte internazionale di giustizia – sollecitata dall’Assemblea Generale dell’Onu – circa la persistente illegalità dell’occupazione israeliana dei Territori palestinesi sotto il profilo del diritto internazionale.

Dice comunque (al punto 2) che l’Autorità nazionale palestinese sarà chiamata ad assumere nuovamente il controllo della Striscia di Gaza una volta che avrà portato a termine tutte le riforme interne richieste e avviate. Detto per inciso: nel corso della sua recente visita a Parigi (subito dopo quella in Vaticano), l’11 novembre scorso il presidente Mahmoud Abbas ha sottoscritto un accordo con l’omologo Emmanuel Macron in forza del quale la Francia assisterà il governo palestinese nell’elaborazione degli emendamenti costituzionali necessari. A un certo punto di questo processo, gli elettori palestinesi – essi stessi non entusiasti, da anni, dei loro dirigenti politici – avranno la possibilità di esprimersi in proposito con un suffragio popolare sulla nuova Carta?

Resta molto da chiarire

Gli interrogativi al momento sono ancora molti, puntellati dalle vaghezze della risoluzione Onu e del Piano Trump.

In via transitoria (per quanto tempo?) la Striscia sarà amministrata da un comitato di tecnocrati palestinesi che dovrebbero rispondere ai bisogni più immediati e quotidiani della popolazione. Gli indirizzi di fondo e i piani regolatori della ricostruzione fanno invece capo a Trump e al suo Consiglio.

Ma quali progetti verranno realizzati? Tornano fuori dai cassetti i piani di grandi immobiliaristi per una Riviera del Mediterraneo orientale destinata a ricchi vacanzieri?

Dove finiranno le montagne di scorie e macerie prodotte dai bombardamenti? Chi finanzierà la ricostruzione? Chi indennizzerà? Che interessi entreranno in gioco?

Quale Gaza rinascerà e in quali fasi? Che fisionomia assumerà il territorio? Potranno economicamente permettersi di viverci i suoi attuali abitanti?

Fino a quando l’Autorità nazionale palestinese non avrà stabilito la propria sovranità sulla Striscia, i gazesi saranno comunque padroni a casa loro? Oppure – come sostengono alcuni ambienti israeliani – dovranno pagare lo scotto (sotto forma di perdite territoriali) degli eccidi messi in atto da Hamas e altri il 7 ottobre 2023?

Quali attori internazionali affiancheranno gli Stati Uniti nel Consiglio per la pace? E quali Paesi manderanno truppe per formare la Forza internazionale di stabilizzazione, autorizzata dalla risoluzione 2803 a restare sul campo almeno fino al 31 dicembre 2027?

Hamas cederà veramente le armi e rinuncerà al controllo della Striscia?

Chi arginerà la spinta degli estremisti ebrei che vorrebbero annettere la Cisgiordania, ri-colonizzare la Striscia di Gaza e cacciare quanti più palestinesi possibile e per questo si sentono traditi da Trump?

Elencate, parzialmente, le incognite sul tappeto, resta vero che lasciati a sé stessi israeliani e palestinesi non sono riusciti ad imboccare strade di coabitazione pacifica (e che, finora, Israele ha dominato la scena). Sul cammino impervio della pace riforme e cambiamenti suonano necessari non solo in casa palestinese.

Chi ama la Terra Santa non può lasciare soli i suoi due popoli.

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