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Padre Faltas: «Senza la pace non c’è alcun futuro»

Giuseppe Caffulli
21 ottobre 2023
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Padre Faltas: «Senza la pace non c’è alcun futuro»
Fra Ibrahim Faltas, vicario della Custodia di Terra Santa.

Osservatore attento del conflitto israelo-palestinese, il vicario custodiale fra Ibrahim Faltas esprime a Terrasanta.net tutte le sue preoccupazioni, dopo le stragi di israeliani compiute da Hamas, per le continue uccisioni di civili a Gaza e in Cisgiordania e il possibile allargamento degli scontri.


Da uno come lui, che in Terra Santa negli ultimi decenni ne ha viste di tutti i colori, ci si aspetterebbe una lettura meno drammatica… Intifada e conflitti armati, in fondo, sono tragiche costanti nella storia della regione.

Fra Ibrahim Faltas, frate minore francescano, vicario custodiale di Terra Santa (in pratica il vice del Custode, fra Francesco Patton) è invece molto più preoccupato che in passato. «Lo sono per la situazione attuale, che sta evolvendo in modo tragico. Lo sono per le possibili conseguenze di cui ancora non cogliamo la portata. Lo sono per gli aiuti umanitari che non arrivano a persone che non hanno perso la vita sotto le bombe ma che potrebbero essere ancora salvate. Lo sono perché non vedo la volontà di chi può bloccare l’uso delle armi e non lo fa».

Raggiunto a Gerusalemme, nel suo ufficio all’interno del quartiere cristiano della città vecchia, non usa giri di parole: «La situazione è orribile. Non ho mai visto qualcosa del genere. Tutti sono concentrati giustamente su Gaza, ma la situazione è gravissima anche in Cisgiordania. La situazione già prima del 7 ottobre vedeva scontri fra esercito israeliano e civili e limitazioni importanti alla popolazione, in questi giorni è sempre e ancora rischiosa per la gente. È dolorosa per tante perdite e per tante realtà che stavano riprendendo dopo la pandemia di Covid-19. I pellegrinaggi si sono di nuovo improvvisamente interrotti e quindi manca il lavoro e il sostentamento per tante famiglie, soprattutto cristiane. A Tulkarem, per esempio, ieri l’altro c’è stata una decina di morti, in uno scontro tra esercito e palestinesi. Dal 7 ottobre a oggi sono almeno una settantina i morti per mano dell’esercito israeliano, che ha distrutto ancora più case di prima dell’inizio di questa terribile guerra. Anche i coloni sono scesi in campo e assaltano villaggi».

Quindi Gaza, ma non solo. «Nella Striscia la situazione continua ad essere terribile. Hamas lancia razzi su Israele e Israele bombarda senza sosta. Finora si parla di 4 mila morti, quasi tutti civili. Ma penso siano molti di più perché non è stato possibile scavare tra le macerie. Sotto edifici distrutti potrebbero esserci tanti corpi di adulti e bambini dispersi. Poi ci sono 12 mila feriti, che non hanno ormai più assistenza… Da Gaza non sta uscendo nessuno, solo gli stranieri possono lasciare l’area, nessuno dei profughi può uscire. A Rafah fino ad ora non stanno entrando gli aiuti umanitari, forse domani riusciranno ad entrare se ripareranno la strada che è stata bombardata e che non può reggere il peso di mezzi pesanti. Venti camion stanno aspettando a Rafah (il valico tra la Striscia e l’Egitto è stato effettivamente aperto per poche ore la mattina del 21 ottobre, per far transitare quei pochi camion – ndr) ma trasportano pochi rifornimenti per la gente rimasta senza acqua, senza cibo, senza medicinali, per non parlare della mancanza di elettricità e di carburante. Gaza è assediata e isolata. Gli ospedali, quelli che non sono stati bombardati, senza elettricità non hanno più la possibilità di usare i macchinari. Pensate alle incubatrici e alle culle termiche per i nati prematuri o ai dispositivi nei reparti di rianimazione. È tutto davvero orribile e disumano».

A Gerusalemme, spiega il religioso, sembra di essere tornati al tempo della pandemia. «La città è deserta, spettrale. Sembra di rivivere i tempi del Covid. Non ci sono più pellegrini. Alberghi e Case Nova (le strutture di accoglienza della Custodia per i pellegrini – ndr) sono chiusi. Tutti i viaggi sono stati cancellati fino a fine anno. Il Santo Sepolcro è deserto. Senza pellegrinaggi i cristiani locali resteranno senza lavoro e questo favorirà una nuova diaspora. Le scuole sono chiuse e ciò non comporta solo il mancato svolgimento dei programmi scolastici. La scuola è anche luogo di aggregazione sociale per i nostri ragazzi, è luogo di crescita umana, di formazione personale. I nostri bambini e i nostri ragazzi partecipano con entusiasmo anche a tante attività sportive e di ricreazione nelle nostre scuole di Terra Santa e ora sono chiusi in casa, senza incontrare i compagni, senza poter uscire a giocare per strada. Sono traumi che rimarranno impressi nelle loro menti».

A preoccupare fra Ibrahim sono soprattutto le conseguenze, il fossato d’odio che questa guerra allargherà ulteriormente fra i due popoli. «La mente delle persone è piena di paura e di rancore da troppo tempo. Preghiamo perché questa fase del conflitto tra Hamas e Israele non duri a lungo. Le vittime, ancora una volta, sono gli innocenti, i bambini, le donne, gli anziani, le famiglie che hanno bisogno di riprendere a sperare nel futuro e questo accadrà solo se si depongono le armi.

Una situazione piena di rancore e priva di visione del futuro per i due popoli (il 20 ottobre in tutto il mondo arabo si è tenuta la Giornata della rabbia per protestare contro le ritorsioni d’Israele contro le vittime civili – ndr) che rischia di contagiare anche Paesi vicini. Dal Libano stanno arrivando in Israele i razzi scagliati dal movimento sciita Hezbollah e dagli affiliati di Hamas anche in quel Paese. Possiamo ormai dire che siamo entrati in una guerra che si combatte su più fronti ma che si può e si deve fermare il prima possibile».

C’è poi un altro aspetto che preoccupa fra Ibrahim: la possibilità che il clima di terrore possa contagiare irrimediabilmente gli animi e possa spargere ancora odio e violenza «Nessuno è un grado di prevedere gli scenari mondiali futuri. Gli Stati Uniti hanno chiesto ai loro cittadini di lasciare Paesi come il Libano e in generale il Medio Oriente. Anche Israele ha consigliato ai suoi cittadini di rientrare. C’è una paura generalizzata, alimentata anche dai recenti fatti di Parigi e di Bruxelles. Anche per questo motivo, il mio appello alla comunità internazionale è più forte di sempre. Solo le istituzioni possono fermare la guerra in Medio Oriente e ristabilire equilibri nel resto del mondo».

Nessuna strada dunque per la pace?

Il francescano è preoccupato ma non vuole veder svanita la speranza che si concretizzi la possibilità della pace: «I responsabili delle comunità cristiane hanno fatto appelli, il Papa non smette di chiedere il cessate il fuoco e la fine dei combattimenti, ma nessuno ascolta… Tutti i leader del mondo sono venuti qui in Terra Santa: Francia, Gran Bretagna, Usa… anche l’Italia. Ma non ho sentito parole di pace e, come mi sarei aspettato e come avrei sperato, non ho ascoltato un invito pressante, senza tentennamenti, al cessate il fuoco. Si parla di difesa, di attacco, di armi, di strategie, ma non ho captato segnali di costruzione di strade che portano alla pace. C’è un interesse spasmodico per quanto sta capitando in questo lembo di terra e questo ci dice che il centro della tensione mondiale oggi è qui, a Gerusalemme. Ma con le armi non si risolve nulla! Per arrivare a progettare la pace, bisogna prima partire dal vietare l’uso e il rifornimento di armi alle due parti, obbligandolw al cessate il fuoco»

Le grandi potenze sono oggi schierate in maniera contrapposta su entrambi i fronti: l’Occidente con Israele; Russia, Iran e perfino la Cina sembrano condannare la violenza, ma non hanno condannato chiaramente le colpe di Hamas e l’attacco del 7 ottobre.

Fra Ibrahim si fa ancora più scuro in volto ed esprime la sua tristezza: «Oggi basta una scintilla, una mossa sbagliata, anche e solo una parola fuori posto e potremmo essere davvero alle soglie di una terza guerra mondiale. Ma senza la pace non c’è alcun futuro. La guerra è una sconfitta per tutti. Lo ha affermato papa Francesco, dobbiamo ascoltarlo e chiedere ai governanti più responsabilità».

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