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Ucraina e Palestina, il passato conta

Fulvio Scaglione
31 gennaio 2024
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Né l'invasione russa in Ucraina, iniziata nel febbraio 2022, né gli eccidi del 7 ottobre scorso in Israele nascono dal nulla. I governi occidentali dovrebbero fare i conti con i loro errori di prospettiva passati, per non perpetuarli.


Mi sbaglierò, ma continuo a vedere una certa similarità di fondo tra le crisi che hanno portato all’invasione russa dell’Ucraina e all’occupazione di Gaza da parte di Israele. Naturalmente sappiamo tutti chi ha acceso la miccia dei recenti massacri: i russi di Putin il 24 febbraio 2022 decidendo l’aggressione, i miliziani di Hamas il 7 ottobre del 2023 lanciando l’operazione terroristica che portò alla strage di almeno 1.200 israeliani, militari e civili. Nessuna persona di buon senso, però, può credere che tutto sia cominciato lì, che il passato non conti e sia iniziato tutto in quelle date.

Quello che più colpisce di quel passato è anche ciò che, almeno secondo il modesto parere di chi scrive, accomuna ora le due crisi: l’ostinazione della politica occidentale, non si sa se più imprevidente o arrogante, oppure parzialmente esaurita nella sua forza propulsiva, nell’ignorare le esigenze di colui che considera un «avversario». Esigenze che vanno tenute in conto non per render loro omaggio o accettarle in automatico ma per capire a quale sorta di futuro si può andare incontro. Prendiamo la Russia: per molti anni, diciamo almeno dal 2007-2008, il Cremlino ha detto esplicitamente che non avrebbe accettato «intrusioni» in quelle fasce di confine che riteneva di propria competenza strategica. E infatti nel 2008 ci fu la guerra con la Georgia, che l’amministrazione Bush voleva portare nella Ue e nella Nato, e nel 2014 la rivolta nel Donbass ucraino dopo che le proteste dell’Euromaidan, di cui ricorre tra breve il decennale, spostarono il Paese da una posizione filo-russa a una filo-europea. Nessuno vuol dire che la Russia aveva ragione, anzi. Ma si può ignorare un Paese come la Russia? Far finta che il suo parere, giusto o sbagliato, possa essere dismesso come ininfluente?

La stessa cosa possiamo dirla con la crisi tra Israele e i palestinesi. Dal 1967, senza eccezione alcuna, tutti i governi di Israele hanno lavorato per espandere gli insediamenti ebraici in territorio palestinese. Insediamenti che già allora l’Onu dichiarò illegali. Di anno in anno, lo spazio vitale dei palestinesi di Cisgiordania è stato ridotto, spezzettato, di fatto reso quasi invivibile. E gli Stati Uniti, Paese dotato di potere di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dal 1970 a oggi hanno bloccato 52 risoluzioni delle Nazioni Unite perché sgradite a Israele. Ancora prima del 7 ottobre 2023, cioè del massacro perpetrato dai terroristi di Hamas, il governo Netanyahu aveva approvato la costruzione di altre 14mila unità abitative illegali in Cisgiordania. Davvero, in quelle condizioni, nessuno poteva prevedere che sarebbe successo ciò a cui abbiamo assistito e stiamo assistendo? Far finta che i palestinesi non esistessero, o che il loro parere fosse privo di consistenza, è stato saggio? Davvero credevamo di poter andare avanti all’infinito in quel modo?

Tutto questo, come si capisce bene, non significa in alcun modo, e ci mancherebbe pure, simpatizzare con Hamas o «comprendere» il loro terrorismo stragista. Significa piuttosto riflettere sul nostro ruolo nel mondo e sul modo di gestirlo.

Ovviamente non possiamo dire che gli Stati Uniti e i Paesi occidentali in genere non abbiamo fatto anche sforzi positivi. Pensiamo alla Conferenza di Madrid nel 1991, il trattato di pace tra Israele e Giordania nel 1994, Camp David nel 2000, Annapolis nel 2008 e così via. Ma il problema di cui parlavamo non è mai stato affrontato. Fino agli Accordi di Abramo di Donald Trump (2019) in cui, al pur meritevole scopo di pacificare le relazioni tra Israele e i Paesi arabi, i palestinesi venivano di fatto cancellati dalla mappa politica, chiusi in una riserva e sistemati con un po’ di petrodollari. Ma i palestinesi esistono, sono una realtà. E la realtà non si può cancellare.

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