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Israele e Palestina, scenari di pace possibili

Manuela Borraccino
29 dicembre 2023
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Israele e Palestina, scenari di pace possibili
Le bandiere di Palestina e Israele si incontrano.

Quando taceranno le armi, chi ricostruirà la Striscia di Gaza? Chi si siederà al tavolo dei negoziati per israeliani e palestinesi e chi farà da garante? Chi disarmerà le frange più violente dell’una e dell’altra parte? Il punto sui piani allo studio delle cancellerie occidentali.


Il primo passo prevede la sostituzione delle attuali leadership israeliana e palestinese. Il secondo sono le elezioni o una qualche forma di consultazione popolare che legittimi i nuovi leader. Poi la presenza a Gaza della comunità internazionale, stavolta con un ruolo di primo piano dei Paesi arabi, anche attraverso contingenti militari per il mantenimento della pace. Un calendario certo e ravvicinato per la fine dell’occupazione in Cisgiordania, con il ritorno entro i confini del 1967 di almeno 100mila coloni con la restituzione di terre in cambio di accordi sulla sicurezza e la nascita di un’entità statale palestinese. Ma soprattutto uno sforzo tenace, incurante della violenza con cui tenteranno di boicottare gli accordi, per disarmare gli estremisti delle due popolazioni. Sono i cardini dei piani allo studio nelle cancellerie occidentali per «il giorno dopo» la fine della guerra fra Israele e Hamas, con numerose opzioni possibili, vista l’imprevedibilità degli esiti sul campo e delle variabili che potrebbero impedire ancora una volta di risolvere questa «Guerra dei cent’anni».

Crollo di consensi per Hamas nella Striscia

All’83esimo giorno di guerra si contano oltre 21mila morti sotto i bombardamenti di Gaza e 167 soldati israeliani caduti nelle operazioni di terra in corso, da sommare alle 1.200 vittime del pogrom del 7 ottobre scorso, con i 129 ostaggi in mano ad Hamas e bande armate che i familiari accusano il governo israeliano di aver abbandonato al loro destino. Mai come oggi sembra ingenuo parlare di pace. Eppure, dopo anni nei quali ha ignorato i palestinesi, la comunità internazionale vede in questa tragedia l’occasione per israeliani e palestinesi per trovare nuovi leader e spianare la strada a quegli accordi di pace fino ad oggi tutti falliti. Benché una parte dei palestinesi secondo gli ultimi sondaggi siano stati radicalizzati dalla vendetta israeliana oltre che dalle umiliazioni quotidiane dell’occupazione, molti altri negli ultimi due mesi hanno voltato le spalle a Hamas e alla guerra che non può vincere.

Benny Gantz in testa nei sondaggi

In Israele Benjamin Netanyahu è completamente screditato: prima se ne va e meglio è, constatava nei giorni scorsi il settimanale britannico The Economist. Da diverse settimane si parla di elezioni per il «giorno dopo» e i sondaggisti segnalano che continuano a crescere i consensi per Benny Gantz, il generale che conosce i prezzi da pagare per la pace e che sta emergendo come una delle poche figure che potrebbe riuscire a coagulare il consenso della frammentata e litigiosa politica israeliana. Gantz non ha mai avallato ufficialmente l’eventualità di uno Stato palestinese, ma non l’ha neppure esclusa. Se si andasse alle elezioni oggi, un’eventuale coalizione formata dal blocco dei partiti sconfitti nel novembre 2022, guidata dal partito di Unità nazionale di Gantz, vincerebbe 71 seggi su 120, mentre la coalizione che ha dato vita al governo fino al 7 ottobre (prima dell’allargamento) ne guadagnerebbe 44, una ventina in meno rispetto a quelli assemblati in questa legislatura.

Palestinesi in cerca di leader

Anche i palestinesi hanno bisogno di una nuova leadership e per loro la realtà sul campo è ancora più aspra. In Cisgiordania l’Autorità nazionale palestinese è considerata corrotta, gerontocratica e collaborazionista di Israele: l’88enne presidente Mahmoud Abbas è privo di qualsiasi legittimità visto che le ultime elezioni risalgono al 2006. L’economista della Banca mondiale Salam Fayyad, premier palestinese dal 2007 al 2013, sta perorando da tempo le riforme che permetterebbero all’organizzazione-ombrello dell’Olp di rappresentare i palestinesi e all’Autorità palestinese di governare, se solo si includessero nel processo politico tutte le componenti della società palestinese: senza escludere Hamas, visto che proprio questo è l’errore che è stato fatto 17 anni fa. Gli Emirati Arabi Uniti non disdegnerebbero un ruolo per Mohammed Dahlan, uomo di Fatah un tempo responsabile della sicurezza di Fatah nella Striscia di Gaza e in esilio da più di un decennio ad Abu Dhabi, a quanto si dice per la sua collaborazione con la Cia. Una ben maggiore credibilità è quella che i palestinesi riconoscono a Marwan Barghouti, che sta scontando cinque ergastoli per terrorismo nelle carceri israeliane e che potrebbe diventare il Nelson Mandela palestinese, anch’egli capace di unire i palestinesi dopo anni di separazione fisica e ideologica.

Un governo di transizione per Cisgiordania e Gaza

L’amministrazione congiunta di Gaza e della Cisgiordania renderebbe questa nuova leadership un partner credibile per la pace: si tratterebbe di un governo palestinese di transizione fra la Cisgiordania e Gaza sotto l’egida di Egitto e Giordania e finanziato dalle monarchie del Golfo, in grado di costruire il consenso fra i palestinesi e di intraprendere gesti di fiducia verso gli israeliani prima di andare alle urne. Certo, nella Striscia divenuta inabitabile non si potranno indire elezioni a breve termine. Ma con gli Accordi di Abramo diversi paesi hanno riconosciuto Israele, secondo una nuova visione del Medio Oriente basata sulla mobilità di persone e di merci e la prosperità piuttosto che sull’ideologia: la Striscia di Gaza verrebbe ricostruita con i fondi di Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita. Quel che più conta, i contingenti di questi tre Paesi potrebbero farsi carico della sicurezza nella Striscia quando l’esercito israeliano si ritirerà: se volessero, potrebbero staccare la spina a Hamas in termini di finanziamenti e protezione ed investire tutti i capitali nella ricostruzione. La loro influenza, rimarcano diversi studiosi su Foreign Affairs, potrebbe fornire una solida copertura a un governo palestinese di ricostruzione.

È il momento del mondo arabo per una svolta duratura

Gli Accordi di Oslo sono falliti anche perché contenevano appena le premesse di scelte concrete da compiere sul terreno nell’arco di cinque anni sui vari capitoli dei confini, delle colonie nei Territori occupati, di Gerusalemme, degli accordi sulla sicurezza, del ritorno dei profughi: la vaghezza ha minato la fiducia nella possibilità di raggiungere un accordo. Gli scambi di terre possono anche aspettare, ma Israele dovrà pianificare il trasferimento entro i confini del 1967 di almeno 100mila coloni (sui 465mila residenti nei Territori occupati, esclusi i 200mila di Gerusalemme est) se questi non vogliono essere governati da un’entità palestinese.

Poiché israeliani e palestinesi hanno dimostrato di non farcela da soli nei fallimenti di tutti i tentativi che sono stati fatti tra il 1997 e il 2014, è assolutamente indispensabile il coinvolgimento della comunità internazionale: il processo di pace è fallito anche per l’assenza di un honest broker, con la Casa Bianca che non è mai riuscita a vincere il sostegno di cui la destra israeliana gode fra i Repubblicani nel Congresso. Stavolta il mondo arabo può fare la differenza.

Non ci sono alternative alla pace

Quel che è certo è che il tempo stringe. Il presidente statunitense Joe Biden ha già fatto capire che i bombardamenti di Israele possono durare ancora poche settimane, un mese al massimo. Il governo che succederà a Netanyahu sarà comunque di destra e avrà pochi mesi per convincere gli israeliani ad appoggiare una nuova visione del futuro, in primis affrontando il doloroso scontro da troppo tempo rimandato sulle colonie. La chiave di volta è la pressione che gli attori internazionali riusciranno a esercitare: in ipotesi, se l’Unione europea riconoscesse uno Stato palestinese, come la Spagna ha suggerito di fare durante il semestre di presidenza dell’Ue, gli Stati Uniti seguirebbero a ruota, e ciò spianerebbe la strada ad ulteriori accordi regionali fra Arabia Saudita, Israele e Palestina.

Per quanto irto di ostacoli possa risultare il percorso, l’alternativa è ancora più cupa: la fine della democrazia israeliana con l’escalation dell’apartheid in Cisgiordania e la continuazione della carneficina, secondo l’aberrazione della pulizia etnica nelle frange estremiste dei due popoli ed il coinvolgimento di chi fino ad oggi le ha armate.

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