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La sorte dei minori nella bufera di Gaza

Giulia Ceccutti
4 aprile 2024
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La sorte dei minori nella bufera di Gaza
Tamer, 9 anni, tra le macerie del suo quartiere nella città di Khan Yunis, nel sud della Striscia di Gaza, il 22 marzo 2024. (foto Unicef Italia)

Sono ormai decine di migliaia i minori rimasti senza famiglia, nella Striscia di Gaza, a causa del conflitto in corso. Abbiamo chiesto al portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini, qualche coordinata per avere un quadro della situazione.


Una tragedia nella tragedia. È quella dei bambini rimasti orfani o separati dalle loro famiglie nella Striscia di Gaza. Delineare il quadro completo del fenomeno è attualmente molto difficile, a causa della complessità della situazione sul campo e del perdurare del conflitto. È possibile però tracciare alcune prime stime e individuare i problemi principali con cui si scontra l’assistenza a questa particolare categoria di minori, così fragile e vulnerabile. Ne abbiamo parlato con Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia.

Alla domanda se ci sia una stima – necessariamente indicativa – del numero di minori orfani o soli, separati dalla propria famiglia, ci ha risposto così: «Il 2 febbraio scorso l’Unicef stimava che almeno 17mila bambini nella Striscia di Gaza fossero non accompagnati o separati. Ognuno di loro rappresenta una storia straziante di perdita e dolore. Il dato corrisponde all’1 per cento della popolazione sfollata complessiva: 1,7 milioni di persone. Da allora, la situazione non può essere che peggiorata».

Le famiglie sotto stress

Chiediamo, in prima battuta, quali siano le difficoltà maggiori che la condizione di questi minori pone. «Durante un conflitto, è comune che le famiglie allargate si prendano cura dei bambini che hanno perso i genitori», risponde Iacomini. «Attualmente, però, a Gaza, a causa della forte mancanza di cibo, acqua o rifugi, le famiglie allargate sono sotto stress e si trovano in difficoltà nel prendersi immediatamente cura di un altro bambino, mentre loro stesse stanno lottando per provvedere ai propri figli e ai familiari stretti. In queste circostanze, l’assistenza provvisoria immediata deve essere resa disponibile su larga scala, mantenendo i bambini in contatto con, o rintracciando, le loro famiglie in modo che possano essere riunite quando la situazione si stabilizza».

Un quadro decisamente complesso

Un secondo punto che proviamo a sondare riguarda la percentuale di questi minori finora portata fuori dalla Striscia di Gaza.

«È difficile fornire questo dato», chiarisce subito Iacomini. «Il quadro è estremamente complesso e la situazione per il passaggio degli aiuti ai valichi è assai limitata. Come Unicef, in risposta alle esigenze dei bambini non accompagnati e separati, siamo impegnati sul campo a fornire aiuti. La tutela e il benessere dei bambini sono la nostra priorità».

I dati Unicef

Il portavoce offre qualche cifra: «In totale, dal 7 ottobre 2023, 18 bambini sono stati affidati a un partner dell’Unicef, compresi 7 che sono stati ricongiunti alle loro famiglie. Inoltre, 3 neonati non accompagnati sono stati identificati all’interno e all’esterno degli ospedali e sono in fase di verifica per un eventuale collocamento temporaneo presso una casa di accoglienza gestita da un nostro partner, dopo le dimissioni dall’ospedale e altre verifiche del caso».

Inoltre, 11 bambini non accompagnati sono attualmente affidati alle cure di partner dell’Unicef nel governatorato di Rafah e stanno ricevendo consulti, servizi di base e supporto per il rintracciamento delle famiglie.

In tutto, 210 bambini separati affidati informalmente all’assistenza di parenti sono regolarmente monitorati da un’agenzia delle Nazioni Unite, di cui 175 identificati direttamente dall’Unrwa (l’agenzia Onu che assiste i profughi palestinesi) e 35 identificati invece dall’Unicef con i suoi partner.

Gli sms come strumento di assistenza

Per fornire informazioni mirate sull’assistenza per i minori soli, spiega Iacomini, si utilizza anche l’invio di messaggi tramite i telefonini. Si è calcolato che un totale di 400mila persone sono state raggiunte finora attraverso sms con informazioni di questo tipo.

«Gli sms sono una tecnologia rapida che ci aiuta a metterci in contatto con la popolazione in contesti in cui l’accesso ad alcune zone è estremamente limitato», racconta. «Per esempio, in passato, in Sierra Leone questa tecnologia è stata utilizzata per sapere se le forniture sanitarie (vaccini, medicine…) avevano raggiunto la popolazione. In contesti di emergenza o guerra, come a Gaza, essendo già difficile raggiungere la popolazione, Unicef, con il supporto delle compagnie telefoniche, utilizza gli sms per veicolare messaggi e informazioni chiave per sostenere la popolazione e in particolare i minori che, come detto, sono il gruppo più a rischio. A Gaza, tra l’altro, sono state condotte delle analisi attraverso questionari via telefono ed sms per valutare lo stato nutrizionale dei bambini. Questo ci è utile per avere dati altrimenti non accessibili e per capire dove incrementare la nostra risposta tramite gli aiuti».

Un lavoro in rete

Il portavoce aggiunge, infine, che Unicef sta continuando a potenziare i servizi di protezione per i minori soli e separati dalle famiglie attraverso la formazione di almeno 30 organizzazioni partner e di 50 operatori «di prima linea» sui sistemi e le procedure per garantire che siano identificati, registrati e abbiano accesso ai servizi di rintracciamento e ricongiungimento familiare o, temporaneamente, ad assistenza alternativa presso i centri esistenti, sia nella Striscia di Gaza che, quando possibile, in Cisgiordania.

«Questi bambini non hanno nulla a che fare con il conflitto in atto, ma stanno soffrendo come nessun bambino dovrebbe mai soffrire», conclude Iacomini. «Nessun bambino, indipendentemente dalla religione, dalla nazionalità, dalla lingua, dalla razza, dovrebbe mai essere esposto al livello di violenza visto il 7 ottobre, o al livello di violenza a cui abbiamo assistito da allora».

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