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8 marzo, un pensiero alle donne che soffrono in Terra Santa

Manuela Borraccino
7 marzo 2024
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Ricordiamo le donne trucidate nell’attacco del 7 ottobre 2023 e le donne e bambini dilaniati dalle bombe a Gaza, il 70 per cento delle vittime della Striscia. Senza dimenticare le sopravvissute che lottano per la vita.


S. Abu Rashed era al nono mese di gravidanza la mattina del 7 ottobre, quando i miliziani di Hamas irruppero nella sua casa sul limitare della Striscia di Gaza e le spararono: insieme a lei è morta, 14 ore dopo, anche la bambina che portava in grembo, Abu Krinat, che non è sopravvissuta al parto d’emergenza in pronto soccorso. Nahida Khalil Pauls Anton e sua figlia Samar Kamal erano conosciute nel quartiere di Zeitun nel nord di Gaza per appartenere alla famiglia più antica e più numerosa della sparuta comunità cattolica, della quale erano componenti attivissime: dopo l’inizio dell’offensiva di terra si erano rifugiate, con tanti altri, nel complesso della parrocchia della Sacra famiglia e lì sono state uccise a sangue freddo il 16 dicembre 2023 da un cecchino israeliano mentre attraversavano il cortile davanti alla chiesa, due fra gli oltre 30mila palestinesi uccisi nella Striscia. Storie, volti, aspettative di vita troncate nelle stragi di civili innocenti israeliani e palestinesi in corso in Terra Santa, in un nuovo episodio di quello che è ormai considerato da anni come un conflitto intrattabile.

Un conflitto che ha visto il ricorso alla violenza sessuale da parte dei miliziani di Hamas come arma di guerra, come avvenuto negli atroci stupri di massa nell’ex Jugoslavia, in Ruanda, in Libia, nell’Iraq e Siria flagellati dall’Isis: un crimine di guerra che colpisce le donne e – come si vede dai rapporti dell’associazione Addameer delle minacce di stupro e violenza di genere nelle carceri israeliane ai danni delle detenute palestinesi – intende sfregiare non solo il corpo, ma anche la salute psichica.

In questo nuovo 8 marzo, una ricorrenza sempre più svuotata di significato, tanto nel cuore dell’Europa dilaniata dalla guerra in Ucraina quanto nel nuovo conflitto in Medio Oriente, vorremmo ricordare, una ad una, queste vittime, come ha fatto il quotidiano Haaretz nel raccogliere visi e nomi delle vittime dell’attacco di Hamas e di tutto quello che ne è seguito. Vorremmo poter restituire un volto a ciascuna delle oltre 9.000 donne morte a Gaza secondo le Nazioni Unite, oltre a quelle rimaste sepolte sotto le macerie che non rientrano ancora nella conta dei morti.

Scorrendo i macabri numeri diffusi nel bollettino quotidiano dell’Ufficio palestinese di statistica il pensiero va a quanto scriveva giorni fa la direttrice esecutiva dell’agenzia dell’Onu per le donne, Sima Bahous: «Senza un cambiamento, questi ultimi 100 giorni saranno un mero preludio ai prossimi 100», poiché sulla popolazione di Gaza si è vista piovere «una distruzione senza precedenti». «Le donne e le ragazze – ha rimarcato la funzionaria Onu – costituiscono la maggioranza delle persone uccise, ferite e sfollate. Il nostro Gender Alert stima che circa un milione di donne e ragazze siano sfollate a Gaza, due madri uccise ogni ora, mentre circa 10mila bambini hanno perso il padre. C’è una crudele inversione di tendenza rispetto alla situazione precedente al 7 ottobre. Negli ultimi 15 anni, il 67 per cento di tutti i civili uccisi nei Territori palestinesi erano uomini. Meno del 14 per cento erano donne e ragazze. Questa percentuale si è invertita. Oggi, il 70 per cento delle persone uccise sono donne e bambini. Queste sono persone, non numeri, e noi le stiamo deludendo. Questo fallimento, e il trauma generazionale inflitto al popolo palestinese in questi 100 giorni e più, ci perseguiteranno tutti per le generazioni a venire». Anche perché sarebbero già 20mila i bambini rimasti orfani e 72mila i feriti a Gaza, 8.000 dei quali andrebbero trasferiti fuori dalla Striscia per esser salvati.

A fine gennaio un rapporto sulla situazione a Gaza dell’agenzia delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere denunciava l’acuirsi delle disparità e della violenza di genere nella gravissima situazione umanitaria nella Striscia. La crescente insicurezza alimentare porta le madri a privarsi del cibo per alimentare i figli, e a trascorrere le giornate «in attesa del peggio».

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