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Guerra a Gaza, chi guadagna e chi perde tra le potenze vicine

Terrasanta.net
11 ottobre 2023
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Guerra a Gaza, chi guadagna e chi perde tra le potenze vicine
Distruzioni provocate da un razzo lanciato da Gaza sulla città di Ashkelon, Israele del sud, 7 ottobre 2023. (foto Jamal Awad/Flash90)

Quali impatti può avere la guerra scatenata da Hamas sulle potenze regionali, come Arabia Saudita, Iran, oltre che nei Paesi arabi che si erano avvicinati in anni recenti a Israele? Alcune prime analisi della stampa mediorientale e internazionale.


«Una batosta per l’Arabia saudita, impegnata da diversi mesi in negoziati per un accordo con Israele che avanzavano lentamente». È il commento di Amélie Zaccour sull’edizione del 9 ottobre di L’Orient-Le Jour, il principale quotidiano libanese in lingua francese. La prospettiva di relazioni tra sauditi e israeliani era molto impopolare tra gli arabi, ma l’attacco scatenato da Hamas contro Israele, a 50 anni dalla guerra del Kippur, mette in luce tutti i limiti degli equilibrismi diplomatici dell’Arabia Saudita con Paesi tra loro nemici, cioè Israele e Iran. Il processo di avvicinamento sarà quantomeno ritardato dal clima che farà seguito alla risposta armata di Israele.

L’Arabia saudita ha voluto mostrare fin dall’inizio che la normalizzazione dei rapporti si poteva ottenere solo in cambio di concessioni ai palestinesi: fine della colonizzazione e soluzione dei due Stati. Concessioni che oggi sono diventate sempre più improbabili. Il quotidiano di Beirut osserva che anche l’Autorità palestinese, tradizionale alleato dell’Arabia Saudita, esce molto indebolita da questo nuovo scontro bellico, a vantaggio di Hamas.

D’altra parte, l’invincibilità israeliana appare improvvisamente come un miraggio, riferisce L’Orient-Le Jour, citando Umar Karim, ricercatore dell’Università di Birmingham e specialista di politica araba. Tutto questo farà chiaramente capire ai sauditi che, se non si affronta alla radice la questione palestinese, una normalizzazione dei rapporti con Israele avrà un impatto negativo sulle dinamiche della sicurezza regionale.

«C’è chiaramente la volontà di Hamas e dei suoi alleati di fare deragliare il processo di avvicinamento tra israeliani e sauditi e il mezzo migliore per ottenerlo è indebolire l’immagine di Israele a livello internazionale – analizza David Khalfa, della Fondazione Jean Jaurès (Parigi) e specialista delle relazioni tra Israele e il Golfo, anch’egli interpellato dal quotidiano di Beirut –. La moltiplicazione di vittime civili da parte palestinese per Hamas e l’Iran è un vantaggio strategico. Sono trofei che saranno usati in una guerra di immagine contro Israele per rallentare o fermare le cancellerie arabe nei loro negoziati con Israele».

L’«avvertimento» egiziano

Ahram Online, sito di uno dei più diffusi quotidiani egiziani, sottolinea il fallimento dell’intelligence israeliana. «Gli occhi di Israele sembravano essere chiusi in vista di un attacco senza precedenti da parte del gruppo militante Hamas». Secondo il sito egiziano, l’assalto del fine settimana, cogliendo Israele alla sprovvista durante un’importante festività ebraica, solleva interrogativi sulla preparazione del Paese di fronte a un nemico più debole ma determinato.

Anche Al-Ahram riporta quanto affermato da un ufficiale dei servizi di sicurezza egiziani (non nominato): «l’Egitto, che spesso funge da mediatore tra Israele e Hamas, aveva parlato ripetutamente con Israele di “qualcosa di grosso” senza fornire dettagli».

Ma se l’Arabia Saudita (e il suo stretto alleato egiziano) non traggono vantaggio da questa guerra, un regime mediorientale che ha manifestato sostegno da anni ad Hamas è quello di Teheran. A diversi osservatori pare infatti che il principale beneficiario di queste stragi sia l’Iran.

In un editoriale apparso sul sito il 10 ottobre, il direttore del giornale egiziano Ezzat Ibrahim punta il dito sulle responsabilità occidentali: «Non sono riusciti a riconoscere i fattori alla base degli attacchi perché hanno chiuso un occhio sulla prigione a cielo aperto di Gaza. Riducono la questione palestinese al rapporto tra Hamas e Iran, una semplificazione che ha portato diverse capitali occidentali a esercitare una cautela che sfiora la complicità nel porre fine alla causa palestinese attraverso il loro silenzio e la loro acquiescenza alle pratiche repressive in Cisgiordania e Gaza». Per il giornale egiziano, che rispecchia le posizioni del regime del Cairo, solo una soluzione giusta della questione palestinese diminuirà l’influenza degli estremisti, mentre l’assenza di tale soluzione incoraggerà i radicali.

Interrogativi sull’Iran

Arash Azizi, politologo statunitense di origine iraniana, pubblica sulla rivista The Atlantic un articolato commento in cui si domanda Is Israel at War with Iran? (Israele è in guerra con l’Iran?). «L’Iran si è intromesso talmente nella politica interna araba che nessuna analisi adeguata del 7 ottobre può ignorarne il ruolo. Hamas ha occasionalmente ottenuto denaro e sostegno politico da Paesi come la Turchia e il Qatar. Ma la Turchia ha estese relazioni di sicurezza con Israele, e il Qatar ha precedentemente agito da mediatore con Israele e sostiene ufficialmente la soluzione dei due Stati. Solo uno Stato al mondo non si limita a fornire denaro ad Hamas, ma presta anche un significativo sostegno militare e politico. È anche l’unico stato al mondo che promette ancora di combattere Israele fino alla distruzione totale: la Repubblica islamica dell’Iran».

L’analista osserva che, «più importante del sostegno materiale, Teheran offre ad Hamas l’adesione ad un club anti-israeliano con forze schierate in tutta la regione». Secondo Azizi è troppo presto per dire se l’Iran abbia avuto un ruolo diretto nel pianificare gli attacchi del 7 ottobre. L’ayatollah Ali Khamenei ha dichiarato che «il regime sionista sta morendo» e ha avvertito i Paesi che cercano di normalizzare i legami con Israele che stanno «commettendo un errore scommettendo sul cavallo perdente». Lo stesso messaggio lanciato con toni simili da personaggi come Ismail Haniya di Hamas e Ehsan Ataya della Jihad islamica palestinese ai Paesi arabi che cercano accordi di pace con gli israeliani

È chiaro, conclude Azizi, che «allearsi con Teheran, eseguire i suoi ordini e portare il terrore sui civili israeliani innocenti non porterà ai palestinesi alcun risultato positivo».

I «seppellitori di Oslo» agli avamposti

Le Monde, il principale quotidiano francese il 10 ottobre offre una panoramica delle reazioni dei Paesi africani alla guerra scoppiata in Israele e Striscia di Gaza. In particolare, sottolinea l’imbarazzo del Marocco che ha normalizzato i rapporti con Israele nel 2020 (Accordi di Abramo) ed è il Paese del Maghreb più vicino allo Stato ebraico. I dirigenti marocchini tenuto una posizione neutrale, limitandosi a condannare «gli attacchi dei civili, qualunque essi siano». Neutralità che non ha impedito che si svolgessero manifestazioni di solidarietà alla causa palestinese in alcune grandi città.
Dalla Tunisia, invece, «sostegno totale e incondizionato al popolo palestinese», coerente con le posizioni sempre più antisemite assunte negli ultimi tempi dal presidente tunisino Kais Saied.

Nell’editoriale del giorno prima dal titolo «Attacco di Hamas contro Israele: la paura e l’impasse», Le Monde ha osservato che «l’offensiva lanciata contro lo Stato ebraico ha dissipato l’illusione di calma. Tra gli abusi della colonizzazione in Cisgiordania, l’incapacità dell’Autorità palestinese e la deriva dell’estrema destra nella società israeliana, la prospettiva di un esito pacifico e politico sembra sempre più lontana. I seppellitori di Oslo, la destra israeliana e Hamas, sono agli avamposti in questa guerra. (…) Non hanno nient’altro da offrire se non delle impasse: lo sradicamento di Hamas, promesso mille volte da Netanyahu, di cui i civili di Gaza pagheranno il prezzo; la «vittoria» secondo Hamas, che non è altro che un massacro senza un futuro». (f.p.)

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