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La comunità cristiana a Gaza tenta di sopravvivere

Marie-Armelle Beaulieu
13 novembre 2023
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La comunità cristiana a Gaza tenta di sopravvivere
Padre Gabriel Romanelli, missionario argentino dell'Istituto del Verbo incarnato, parroco cattolico a Gaza. (foto Mab/Cts)

Sorpreso dagli eventi del 7 ottobre scorso mentre si trovava fuori dalla Striscia di Gaza, il parroco cattolico, padre Gabriel Romanelli, non ha potuto ancora rientrare tra i suoi fedeli. Da Gerusalemme continua a incoraggiarli e a testimoniare al mondo la dura prova che stanno attraversando.


Sono le 6 di sera nella sede del Patriarcato latino. È buio ormai e gli uffici sono chiusi. A un tratto, dal profondo dei lunghi corridoi deserti, si leva un canto gioioso. Arriva padre Gabriel.

Deve notare il nostro stupore per il suo canto, proprio mentre la sua cara comunità parrocchiale della Sacra Famiglia, a Gaza, è sotto le bombe. Spiega: «Stavo cantando a Gesù: “Tu sei la mia vita”. Un momento canto questo e il momento dopo passo al più cupo dei salmi. È così che stanno le cose… I sentimenti sono contrastanti».

Bloccato a Gerusalemme, padre Gabriel Romanelli, il 54enne parroco cattolico di Gaza, non ha altra possibilità che la preghiera. Insieme al telefono è il cordone ombelicale che lo lega alla sua comunità: «Sono tre giorni che non c’è né Internet né telefono, o quasi. Oggi ho potuto parlare solo un minuto con padre Youssef». Il vicario rimasto in parrocchia è originario dell’Egitto e anche lui membro, come il parroco, dell’istituto del Verbo Incarnato.

Padre Gabriel è a Gerusalemme «perché il Signore ha voluto così», dice. «Sono tornato da Roma (dove ha assistito al Concistoro del 30 settembre – ndr) la sera di giovedì 5 ottobre e pensavo di rientrare a Gaza il giorno successivo, il mattino del 6. Dovevo però portare delle medicine a una suora, recuperandole da Nazaret». Dal momento che non è così facile entrare e uscire da Gaza, il parroco ha preferito attendere a Betlemme di ricevere le medicine. Così ha rinviato il rientro in parrocchia a domenica 8 ottobre, dopo lo Shabbat.

Separato dai suoi, ma non assente

Invece il 7 ottobre, «il sabato nero» per Israele, Hamas lancia l’operazione terroristica nelle località israeliane intorno alla Striscia, causando la morte di 1.200 israeliani (stando ai dati aggiornati dalle autorità israeliane in questi ultimi giorni), la maggior parte dei quali civili e sequestrando circa 250 persone, condotte come ostaggi all’interno della Striscia.

Da quel giorno l’argentino padre Romanelli è separato dalla sua comunità. Quando gli chiediamo come stia vivendo questa situazione il suo volto si fa livido. Sembra senza fiato, ma si riprende: «Tutto quello che faccio da qui per aiutare la comunità, le testimonianze che do per far conoscere quello che stanno attraversando, non potrei farlo se fossi stato a Gaza, quindi mi consolo così. Quando la guerra sarà finita, forse potrò rendermi utile lì».

La comunità cristiana di Gaza è composta da 135 cattolici, alcuni protestanti e quasi 900 greco-ortodossi. «Pochi cristiani sono scesi nel sud della Striscia, in seguito agli ordini di evacuazione dell’esercito israeliano, ma la maggior parte è rimasta – spiega padre Gabriel –. Nella parrocchia della Sacra Famiglia stiamo accogliendo 700 persone. Il resto della comunità ha trovato riparo nella parrocchia ortodossa».

Le situazioni di emergenza non sono una novità a Gaza – che ha già patito quattro guerre dal 2005 – e la vita non scorre come un fiume tranquillo. Anche nei periodi di calma, la quotidianità non è sempre facile per questi mille cristiani che vivono in mezzo a 2 milioni e 300mila musulmani, alcuni dei quali radicalizzati. Questa, però, è la prima volta che il conflitto assume una simile portata.

Le bombe come un terremoto

Da diversi giorni Israele ha informato le popolazioni rimaste a Gaza City – dove si trova la parrocchia, nel quartiere di Zeitoun – che devono evacuare verso sud. Padre Gabriel si arrabbia quando gli parliamo di un corridoio umanitario. «Che corridoio umanitario è, quando le strade sono bombardate anche nel sud? Israele dice di aver fatto entrare 800 camion di aiuti in un mese? Prima della guerra ne arrivavano dai 400 ai 600 al giorno ed erano già insufficienti. Dov’è il senso di umanità in tutto questo?».

La comunità cristiana di Gaza resta comunque determinata a restare, anche se negli ultimi giorni si sono intensificati i bombardamenti intorno alla parrocchia. «L’esercito israeliano ora usa bombe che scendono molto in profondità. L’impressione è quella di un terremoto. Anche se i nostri locali non vengono presi di mira, abbiamo paura che gli edifici circostanti o la chiesa crollino. Per quanto riguarda la parrocchia ortodossa [danneggiata il 19 ottobre – ndr], è vero che non è stata presa di mira. Israele ha parlato di un bersaglio vicino. Sì, vicino, vicino a due metri! Riuscite ad immaginare una bomba che esplode a due metri di distanza e a quali danni circostanti provoca?»

Anche le ultime foto scattate e pubblicate su Facebook da padre Youssef mostrano che i muri della chiesa latina sono seriamente fessurati. «Abbiamo timore che prima o poi crollino – ammette padre Romanelli –. Alcuni fedeli dormono all’interno dei nostri edifici, ma ora che le notti sono diventate più fresche nei locali parrocchiali non c’è più posto per tutti. Abbiamo provato ad acquistare delle tende ma non se ne trovano a Gaza City».

Mentre padre Gabriel racconta, le sue mani volteggiano. Cerca di controllarle., tanto quanto prova controllare sé stesso. A volte si scalda, ma subito si placa per aggrapparsi nuovamente alla speranza. Con un tentativo di sorriso, evidenziato dalle fossette nelle guance, prosegue: «Israele ha distrutto i pozzi, i serbatoi d’acqua sopra i tetti e anche tutti i pannelli solari. Interi quartieri sono ridotti in macerie. Anche le panetterie sono state bombardate. È andato distrutto tutto quanto crea legami sociali».

Quelli che non sono partiti

La comunità è rimasta anche in queste condizioni perché, nonostante tutto, quello rimane ai suoi occhi il luogo più sicuro e rassicurante. «E come avrebbero potuto le Missionarie della Carità portarsi via con sé i 40 bambini disabili di cui si prendono cura? Si resta insieme, cercando di organizzarsi. Ho fatto creare dei comitati. Ce n’è uno per procurarsi l’acqua, un altro per il cibo, un altro per il gasolio, la sicurezza, la pulizia, il magazzino, le attività con i bambini…».

Con padre Youssef ci sono tre sorelle del ramo femminile del Verbo Incarnato, tre missionarie della Carità (fondate da Madre Teresa di Calcutta), tre suore del Rosario, l’unica congregazione religiosa femminile tutta palestinese. Insieme con i laici si prendono cura dei bambini e della vita quotidiana delle comunità. «Se un singolo bombardamento può traumatizzare una persona per tutta la vita, provate a immaginare come ci si può sentire ad essere bombardati notte e giorno per un mese». Lo stesso padre Gabriel non riesce a credere al modo in cui sta reggendo la comunità.

Le telefonate quotidiane del Papa

«Da qui cerchiamo di sostenerli il più possibile». Un sostegno che padre Gabriel esprime chiamando al telefono ogni giorno, per incoraggiare e consigliare ma anche rendendosi disponibile, anche di notte, per rispondere alle chiamate dei fedeli angosciati, che chiedono una parola di conforto. Il parroco confida anche nell’azione diplomatica del cardinale Pierbattista Pizzaballa, il patriarca latino di Gerusalemme, in costante contatto con il Papa. «Lo stesso papa Francesco chiama le suore di Gaza una o due volte al giorno. E la comunità attende questa chiamata quotidiana e il suo messaggio: non siete soli, io prego per voi, la Chiesa prega per voi».

Per quanto preziose possano essere queste azioni, il tempo passa e la guerra a Gaza dura e si intensifica. La comunità cristiana è in condizioni di pura sopravvivenza. «Dato che eravamo abituati alle asperità, ciascuno conservava delle scorte d’emergenza a casa. Così la gente è venuta portando con sé quello che aveva. Talvolta si è andati a cercare provviste in qualcuna delle case abbandonate, dopo aver ottenuto, per telefono, il permesso dai proprietari». La parrocchia ha comprato quanto ha potuto, ma tra la devastazione tutt’intorno, la partenza della popolazione e il rischio d’essere abbandonati, la situazione diventa ogni ora più critica. «Avevamo riserve per una settimana o due ma ora è passato un mese… un mese…» ripete amareggiato il parroco. Non c’è altra via che il razionamento.

«Quando finirà tutto questo?», si chiede padre Gabriel, «e cosa resterà? Ad oggi (10 novembre – ndr) almeno 50 edifici in cui vivevano le nostre famiglie sono andati distrutti».

Non confondere ciò che va distinto

Padre Gabriel tiene a cuore un paio di altre cose. «Ho studiato filosofia da giovanissimo, alla ricerca di un linguaggio razionale. Vorrei che tutti qui mostrassero un po’ più di razionalità nel modo in cui esprimono sé stessi e i propri sentimenti. Vorrei che non si confondesse ciò che deve restare distinto: governo israeliano, cittadini israeliani, popolo ebraico; oppure: arabi, palestinesi, musulmani, terroristi. Dovremmo utilizzare meglio la ragione». C’è un altro elemento che lo preoccupa: «Quelli che sono rimasti, sono sospettati di essere sostenitori di Hamas? Parliamo seriamente? Sono rimaste 300mila persone, non tutte sono sostenitrici di Hamas. A volte sei semplicemente troppo povero per andartene o non hai nessun posto dove andare, nemmeno al sud. Stare insieme era la cosa migliore da fare».

Restare insieme, morire insieme, restare il più vicino possibile a Gesù, come abbiamo sentito dire dalle suore quando è stata presa la decisione di non obbedire all’ordine di evacuazione. L’angoscia suprema è quella che nessuno confessa apertamente: e se cadesse una bomba sulla parrocchia?

«Padre Gabriele, ha mai ceduto alla tentazione di odiare?». «No», tace per un istante il parroco. Poi riprende: “No! Né io, né i parrocchiani. Non c’è né ribellione contro Dio, né odio contro Israele. Vogliamo solo che tutto questo finisca, perché non porta a nulla».


Dal Vaticano nuovo pressante appello del Papa

Dopo la preghiera dell’Angelus domenicale in piazza San Pietro, il 12 novembre, papa Francesco è tornato sulla situazione in Terra Santa con queste parole:

«Il pensiero ogni giorno va alla gravissima situazione in Israele e in Palestina. Sono vicino a tutti coloro che soffrono, palestinesi e israeliani. Li abbraccio in questo momento buio. E prego tanto per loro. Le armi si fermino, non porteranno mai la pace, e il conflitto non si allarghi! Basta! Basta, fratelli, basta! A Gaza, si soccorrano subito i feriti, si proteggano i civili, si facciano arrivare molti più aiuti umanitari a quella popolazione stremata. Si liberino gli ostaggi, tra i quali ci sono tanti anziani e bambini. Ogni essere umano, che sia cristiano, ebreo, musulmano, di qualsiasi popolo e religione, ogni essere umano è sacro, è prezioso agli occhi di Dio e ha diritto a vivere in pace. Non perdiamo la speranza: preghiamo e lavoriamo senza stancarci perché il senso di umanità prevalga sulla durezza dei cuori».

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