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A rischio i reperti archeologici della missione francese a Gaza

Terresainte.net
31 gennaio 2024
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A rischio i reperti archeologici della missione francese a Gaza
Gli archeologi domenicani Dominique-Marie Cabaret (a sin.) e Jean-Baptiste Humbert nel deposito di reperti a Gaza. (foto Ebaf)

Nel corso delle operazioni a Gaza, i soldati israeliani sono entrati in un deposito di antichità sotto responsabilità francese, destando allarme. I reperti raccolti in 28 anni di scavi condotti dall'Ecole biblique di Gerusalemme scamperanno al disastro della guerra?


Sui social media rimbalza da giorni un breve video attribuito a Eli Escusido, direttore generale dell’Autorità israeliana per le antichità. Vi si vedono alcuni soldati israeliani ispezionare, a Gaza, un magazzino zeppo di reperti archeologici. Sulle immagini lampeggia la vignetta Wow!

Nei commenti al video abbondano coloro che parlano di «saccheggio israeliano» del patrimonio gazese in atto e paventano l’asportazione di reperti. Qualcuno ha riferito che il video, in una prima versione, menzionava l’allestimento di una vetrina con un campione di questi oggetti nel palazzo della Knesset, il parlamento israeliano a Gerusalemme. La notizia è stata smentita. Di sicuro c’è che un centinaio di siti storici nella Striscia sono stati danneggiati o distrutti dai bombardamenti dell’offensiva israeliana iniziata il 7 ottobre 2023.

La sensazione è che all’orrore dell’elevato numero di morti (sarebbero 26mila a fine gennaio – ndr) e al disastro umanitario in cui si trovano i sopravvissuti, si aggiunga il rischio di cancellare il patrimonio storico di Gaza. Importante luogo di transito verso l’Egitto, la città capoluogo fu fondata tremila anni prima di Cristo. Il suo territorio, e sottosuolo, è ricco di tracce dell’illustre passato.

Un passato che la Francia ha deciso di riportare alla luce grazie a una collaborazione avviata nel 1994 dal ministero dell’Europa e degli Affari esteri con la Palestina e, in particolare, la sua fascia costiera.

Com’era naturale, il compito di predisporre un piano di scavi quinquennale e di organizzare un cantiere, anche con valenza didattica, venne assegnato alla Scuola biblica e archeologica francese (Ebaf) dei domenicani a Gerusalemme (a tutti nota, per brevità, come Ecole biblique). La direzione del progetto fu affidata al religioso e archeologo Jean-Baptiste Humbert.

Da allora ad oggi sono 28 anni di scavi, pubblicazioni, valorizzazione, conservazione e tutela di un patrimonio straordinario. Tra i principali interventi menzioniamo gli scavi di Blakhiya-Anthédon, l’esplorazione della città bassa (quartiere ellenistico) e il primo restauro di Mukheitim (Jabaliya), Abassan el-Kebir, Abu Barake, Umm el-‘Amr (ovvero il monastero di Sant’Ilarione, situato nel campo profughi di Nuseirat).

Nel deposito dell’Ebaf a Gaza i reperti vengono custoditi, inventariati e, quando è possibile, restaurati. (foto Ebaf)

Non sono mancati alti e bassi, soprattutto a partire dal 2006, dopo la vittoria di Hamas alle elezioni legislative, che ha portato al blocco israeliano della Striscia dal 2007, ma anche al congelamento delle relazioni diplomatiche della Francia con l’autorità in carica: a Parigi Hamas è nella lista delle organizzazioni considerate terroristiche sin dal 2003.

I lavori degli archeologi sono comunque proseguiti sotto la supervisione dell’Autorità Palestinese e il tacito accordo di Hamas. Hanno ottenuto grandi successi e riportato alla luce molti reperti che devono essere conservati. Per non destare appetiti indebiti, gli oggetti rinvenuti e inventariati sono custoditi in un semplice magazzino, al piano terra di un edificio, dietro una pesante porta di ferro.

Per settimane, nei mesi scorsi, la sorte di questo luogo è rimasta ignota. Non vi era alcuna certezza che l’edificio fosse ancora in piedi perché l’area settentrionale della Striscia di Gaza ha subito una grande devastazione. Per di più il personale palestinese, formato nel corso degli anni con competenze archeologiche e in grado di raccogliere e trasmettere notizie in proposito, aveva dovuto evacuare la città.

L’edificio bombardato che ospita il deposito dell’Ebaf.

Ora sappiamo che, sebbene diversi piani del fabbricato abbiano subito più di un bombardamento, l’edificio è ancora in piedi e i soldati hanno esaminato il piano terra tra il 14 e il 20 gennaio.

«Inizialmente – riferisce Jean-Baptiste Humbert – i soldati pensavano di aver trovato un luogo in cui erano stati ammassati reperti trafugati o contraffatti, poi uno di loro ha notato che tutto era catalogato e scritto in francese…». Padre Jean-Michel de Tarragon, fotografo di tutte le campagne di scavo, sottolinea che i militari non sono stati i primi a visitare il luogo. «Sapevamo già che di recente la porta d’ingresso era stata scassinata. Tutto ciò che poteva essere utile nella vita quotidiana è stato rubato».

La scoperta che il deposito dell’Ecole biblique è scampato ai bombardamenti dà sollievo, ma rappresenta anche una spina nel fianco per le diplomazie israeliana e francese. È difficile che quest’ultima possa lamentarsi per i reperti archeologici nel momento in cui tutta la popolazione è sfollata e un milione di persone versano in un condizioni di carestia.

Ma la Francia, responsabile dei materiali custoditi nel deposito, è firmataria della Convenzione internazionale dell’Aja del 1954 per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato. Il trattato stabilisce che la requisizione di questo tipo di artefatti è vietata, e che deve essere garantita la loro salvaguardia e la conservazione in loco. Che fare in una Gaza in rovina e inaccessibile? Il problema è ora di Israele.

Adesso che la posizione e il contenuto dell’edificio sono noti, occorrerà salvaguardarlo dai bombardamenti che hanno invece subito i musei della città, stando a quanto ha riferito Atef Abou Seif, ministro palestinese della Cultura, al quotidiano egiziano Al-Ahram. È inoltre impossibile trasferire i manufatti fuori dalla Striscia senza contravvenire alla Convenzione dell’Aja. Il consolato generale di Francia a Gerusalemme, sotto la cui giurisdizione sta l’Ebaf, si è preso in carico il dossier. Un grattacapo per tutti.

L’ong israeliana Emek Shaveh, che vigila perché l’archeologia non venga sfruttata politicamente nel conflitto israelo-palestinese, assicura di seguire la vicenda con la massima attenzione poiché ha già notato contraddizioni nei messaggi dell’Autorità israeliana per le antichità, che a volte ha dichiarato di voler proteggere gli oggetti in situ, a volte ha preso in considerazione l’idea di trasferirli al Museo Rockefeller a Gerusalemme Est.

La stessa ong chiede la messa in sicurezza del patrimonio archeologico a Gaza, anche in considerazione del fatto che l’Autorità israeliana per le antichità ha già qualche precedente di asportazione di reperti dai Territori occupati. Alcuni sono inseriti nella collezione del Museo di Israele, a Gerusalemme. Anche nel piccolo Museo del Buon Samaritano, vicino a Ma’alé Adumim, è esposto un magnifico mosaico rinvenuto negli anni Sessanta del secolo scorso nelle vestigia di un’antica sinagoga a Gaza.

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