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Tra miseria e paura, il grido delle donne di Gaza

Manuela Borraccino
19 aprile 2024
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La scarsa disponibilità di acqua e di servizi igienici sono tra le violazioni dei diritti umani delle palestinesi della Striscia di Gaza, secondo l’ultimo rapporto di genere pubblicato dalle Nazioni Unite. Un’analista israeliana avverte: bisogna coinvolgere l’Autorità palestinese nella gestione della crisi umanitaria.


Che cosa rimane della dignità di una donna se non è più in grado neppure di gestire la propria igiene e il ciclo mestruale, se deve disperatamente cercare brandelli di cotone o spugne perché non si trovano assorbenti, se non ha neppure un bagno dove cambiarsi? «A Gaza noi donne non riusciamo più a soddisfare neppure i bisogni primari: bere acqua potabile, aver accesso a un bagno, fare una doccia, cambiare la biancheria». È solo l’ultimo gender alert  pubblicato nel rapporto sulla situazione umanitaria nella Striscia lo scorso martedì 16 aprile dall’agenzia dell’Onu per l’Uguaglianza di genere (UN Women). Fin dal titolo, Scarcity and Fear (Miseria e paura), indica come sia dedicato al tema cruciale dell’accesso a servizi igienico-sanitari riservati alle donne: una dimensione umana quotidiana che oltre a tutelare il diritto fondamentale alla salute, alla sicurezza e alla dignità, per le donne è «una questione di vita o di morte» anche per la prevenzione delle violenze sessuali nei conflitti.

Dopo sei mesi e mezzo di bombardamenti, «quella di Gaza continua a essere una guerra contro le donne, benché loro non abbiano fatto nulla per provocarla» rimarca da Ginevra Susanne Mikhail, direttrice regionale per gli Stati arabi dell’agenzia. Secondo le stime delle Nazioni Unite fra i 34mila morti ci sono almeno 10mila donne e fra queste 6mila madri che hanno lasciato orfani 19mila bambini. Si calcola che siano sfollati interni i tre quarti dei 2,2 milioni di residenti nella Striscia. Sono più di un milione le donne e le ragazze che non hanno accesso ad acqua potabile, a cibo, latrine, lavatoi. E soprattutto mancano gli assorbenti: ne servirebbero almeno 10 milioni al mese (oppure 4 milioni di quelli lavabili) per le 690mila donne interessate (540mila delle quali in età riproduttiva), che patiscono la crescente diffusione di patologie come l’epatite A, rischiosa per almeno 107mila anziani, e la diarrea a causa delle disumane condizioni di vita.

Emergenza acqua

Più di tutto manca l’acqua potabile. Già ben prima della guerra le risorse idriche disponibili nella Striscia erano ampiamente al di sotto del fabbisogno minimo: più di 1,1 milione di palestinesi non avevano accesso a servizi sanitari adeguati e l’82,5 per cento dei residenti (1,8 milioni) dipendeva da forniture d’acqua delle agenzie umanitarie. Oggi tra gli effetti più devastanti dei bombardamenti israeliani la priorità assoluta riguarda le forniture d’acqua, che sono ad appena il 7 per cento dei livelli precedenti al 7 ottobre.

Tra gli 1,7 milioni di sfollati, l’Onu calcola che almeno 1,1 milione di donne e ragazze siano in stato di necessità rispetto ad una quantità di acqua pro-capite sotto i livelli minimi di sufficienza per garantire l’idratazione e i bisogni domestici primari. Soltanto uno dei tre acquedotti di Gaza risulta operativo e dal 19 novembre nei vari sobborghi sono state assai limitate le capacità di trattamento delle acque e i controlli sulla potabilità dell’acqua. Come se non bastasse, solo il 17 per cento dei pozzi delle falde acquifere stanno funzionando: 39 impianti sono stati distrutti, 93 risultano gravemente o moderatamente danneggiati e 48 potenzialmente danneggiati. Con la maggior parte del milione di sfollati interni concentrati adesso a Rafah, la situazione sta arrivando al collasso e non fa che esasperare le preesistenti fragilità e ineguaglianze di genere e vulnerabilità. Solo a Khan Yunis, i rifugi concepiti per 2.000 persone ne stanno ospitando 20mila, con in media un’unica latrina per 650 persone. Sono innumerevoli gli sfollati che vivono in strada alla bell’e meglio senza alcun accesso ai bagni.

Shira Efron: Va coinvolta l’Autorità palestinese

Dopo l’uccisione, lo scorso 1 aprile, dei sette operatori umanitari della World Central Kitchen e sotto la forte pressione internazionale che ne è seguita, Israele ha promesso di riaprire uno dei tre acquedotti verso il nord di Gaza, consentire l’entrata di aiuti da Ashdod e di farli passare da un nuovo valico. «Queste promesse però devono essere ancora mantenute ed in ogni caso non esprimono alcuna strategia coerente di gestione della gravissima crisi umanitaria di Gaza» rimarca su Foreign Affairs Shira Efron, direttrice dell’Israel Policy Forum ed esperta della situazione socio-economica a Gaza come consulente delle Nazioni Unite da Gerusalemme dal 2011 al 2022. «Piuttosto che reagire alle richieste esterne, i leader israeliani dovrebbero capire che far arrivare aiuti a Gaza non è solo un imperativo morale, ma anche una necessità strategica per vincere la guerra: la portata della crisi umanitaria sta pericolosamente minando alle fondamenta qualsiasi possibilità per Israele di sradicare Hamas. Non basta meramente aumentare il numero di convogli di aiuti in entrata: Israele deve lavorare insieme alla comunità internazionale per sviluppare una strategia chiara, onnicomprensiva e orientata ai risultati che abbia come priorità l’assistenza alla popolazione e crei un ambiente molto più sicuro dentro la Striscia per distribuire gli aiuti».

Occorre una risposta umanitaria complessiva

In particolare per l’analista israeliana è indispensabile che «la comunità internazionale conferisca all’Autorità palestinese un ruolo chiave nello sforzo per gli aiuti e metta sotto pressione Israele perché accetti questo passaggio di consegne. Del resto esistono già molti piani su come sarebbe realizzabile il dispiegamento di contingenti di pace internazionali che permetterebbe alle forze dell’ordine dell’Autorità palestinese di assumere la responsabilità della sicurezza della Striscia, cominciare a rimuovere l’enorme mole di macerie e far entrare gli aiuti». «Coinvolgere l’Autorità palestinese nella distribuzione degli aiuti umanitari nella Striscia rafforzerebbe la credibilità del nuovo governo palestinese a Gaza e darebbe sollievo all’economia della Cisgiordania, cominciando a riempire il divario della separazione fra palestinesi. Dopo il 7 ottobre – chiosa Shira Efron – gli israeliani possono anche rifiutare il pensiero della soluzione a due Stati: ma solo una risposta umanitaria complessiva può spianare la strada a una qualche sorta di accordo per un “giorno dopo” sostenibile a Gaza».

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