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Le ricadute della guerra a Gaza sull’ecosistema

Giulia Ceccutti
19 marzo 2024
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Le ricadute della guerra a Gaza sull’ecosistema
Striscia di Gaza, autunno-inverno 2023-2024. La guerra ha causato un disastro umano e ambientale. In questa foto ragazzi in mezzo alle macerie di un bombardamento a Rafah il 12 marzo 2024. (foto Abed Rahim Khatib/Flash90)

Una conversazione con l'avvocata Jamila Hardal, a capo dell’organizzazione israeliana Cittadini per l’ambiente, fondata da cittadini arabo-israeliani della Galilea. L'impatto anche ambientale della guerra in corso a Gaza è pesantissimo.


«L’impatto ambientale di questa guerra è ovvio, ma nessuno si sente a suo agio nel parlarne, dato che c’è così tanta morte e distruzione sulla popolazione. Le persone ci dicono: “Che senso ha parlare dell’ambiente, ora?”. Ma l’ambiente è l’equivalente della vita».

In videochiamata, dall’altra parte dello schermo, c’è Jamila Hardal, avvocata a capo dell’organizzazione israeliana Cittadini per l’ambiente (Citizens for the Environment). Parte da una premessa: «È importante chiarire bene questo punto: noi non parliamo solo di danni di carattere ambientale. Il fatto che la Striscia di Gaza, a causa della distruzione operata dall’esercito israeliano di tutte le sue infrastrutture vitali (in termini di risorse idriche, energetiche, del suolo, della rete fognaria…), sia diventata un luogo in cui nessun essere umano potrà vivere, per molti anni, in condizioni accettabili, non porta solo morti immediate, ma un danno più grande. Un danno che continuerà a causare morte, senza sosta, anche nel futuro».

Un movimento dall’interno della società civile arabo-israeliana

Jamila Hardal.

Cittadini per l’ambiente, la realtà per la quale la nostra interlocutrice lavora, è un’organizzazione nonprofit fondata nel 1990 da un gruppo di abitanti della Galilea, nel nord di Israele. Opera dall’interno della comunità araba in Israele e si propone, da un lato, di incoraggiare a livello locale l’attivismo verso i temi ambientali e legati al cambiamento climatico, dall’altro di influenzare a livello nazionale i piani del governo, le politiche, le regole sul rispetto degli standard ambientali. Nel 2021 ha raggiunto un traguardo significativo diventando l’unica organizzazione araba in Israele autorizzata a intentare cause civili contro chi inquina.

Il problema dell’acqua

Chiediamo a Jamila di parlarci dell’impatto ambientale che la guerra sta esercitando sul territorio della Striscia di Gaza, e non solo. «Numerosi dati ed evidenze testimoniano il fatto che questa guerra sta distruggendo anche l’ambiente», risponde. Parte dal tema dell’acqua, spiegando che anche prima dell’inizio dell’attuale conflitto, il 96 per cento della falda acquifera costiera della Striscia di Gaza, che serve come fonte primaria di acqua per i suoi residenti, era diventato inadatto al consumo umano. Le strutture idriche erano infatti già state notevolmente compromesse durante gli attacchi militari del 2012, 2014 e 2021. Nel 2021 era stato danneggiato circa il 50% della rete idrica.

«Tra il 4 e il 5 novembre 2023 – continua Jamila – le bombe hanno colpito sette strutture idriche in tutta la Striscia, tra cui i serbatoi di Gaza City, del campo profughi di Jabalia e di Rafah, nel sud, nonostante la loro posizione nella zona “sicura” in cui si erano rifugiati gli sfollati. Nelle ultime settimane, le persone hanno avuto accesso solo a 2-3 litri di acqua al giorno per il consumo personale e l’igiene: un quantitativo decisamente al di sotto di quanto raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Tutto questo, come denunciato anche dall’Unrwa (l’agenzia Onu che da decenni assiste i profughi palestinesi – ndr), aumenta il rischio di disidratazione e di malattie trasmesse dall’acqua a Gaza e nell’intera regione».

Danni che si trasmettono all’intero ecosistema

Vi sono poi le minacce dovute ai depositi di sostanze inquinanti: «Già i precedenti attacchi israeliani nella regione avevano provocato un aumento delle concentrazioni di metalli pesanti nocivi nel suolo, con potenziali minacce alla produttività agricola e alla salute a lungo termine dell’ambiente e dei residenti. Attualmente, inoltre, la grave carenza di gas per cucinare ha portato a una forte dipendenza dalla legna da ardere, dai residui di legno e dalla combustione dei rifiuti. Ciò solleva ulteriori, e notevoli, problemi ambientali, climatici e sanitari, tra cui il deposito di sostanze inquinanti nei corsi d’acqua, nel suolo e nelle falde acquifere. Il danno potenziale si estende all’uomo, alla fauna selvatica e all’ecosistema in generale».

Un impatto devastante si registra anche sul settore agricolo, con frutteti, serre e terreni nel nord della Striscia sistematicamente colpiti e resi improduttivi.

L’ambiente non conosce confini

Com’è noto, poi, sono stati distrutti migliaia di infrastrutture e di edifici, molti dei quali negli ultimi anni coperti da pannelli solari. Le polveri e fumi tossici che si disperdono nell’aria – continua Jamila – avranno ulteriori ripercussioni in termini di cambiamento climatico.

«L’ambiente non conosce confini politici o militari», conclude. «La combinazione di tutti i fattori ambientali descritti non solo mette in pericolo la sicurezza della popolazione di Gaza e di tutta la regione, ma aumenta anche la vulnerabilità dell’intera Striscia esponendola a un vero e proprio “collasso climatico”. Inoltre la distruzione delle infrastrutture igienico-sanitarie a Gaza, compresi gli ospedali, potrebbe causare perdite di liquami durante le piogge, raggiungendo la zona costiera e infine il mare. Di conseguenza, inquinanti, germi e rifiuti potrebbero raggiungere anche le spiagge israeliane».

Giustizia ambientale e giustizia sociale

Chiediamo a Jamila quale sia, in generale, la reazione del movimento ambientalista israeliano di fronte a tale scenario e quali azioni stia intraprendendo Cittadini per l’ambiente.

«A nostro avviso», replica, «uno degli aspetti più deludenti di questa guerra è che le organizzazioni che qui si occupano di protezione dell’ambiente rimangono in silenzio. Non è una situazione nuova, ma nella guerra attuale tutto è stato – e continua a essere – molto più estremo. Personalmente, mi è difficile comprendere come sia possibile non riconoscere la connessione profonda che esiste tra le ingiustizie ambientali e le ingiustizie sociali e politiche. Finché, come movimento, esiteremo a connettere tra loro tutti questi aspetti, i nostri sforzi per affrontare la crisi climatica e ambientale rimarranno inadeguati e superficiali».

Un appello al movimento ambientalista israeliano

Condividono questa linea i partecipanti a un corso dedicato ad “Agenti di cambiamento per la giustizia ambientale”, organizzato nei mesi scorsi da “Cittadini per l’ambiente” in collaborazione con la Scuola per la pace di Neve Shalom Wahat al Salam. Al termine del corso, gli attivisti si sono uniti in un appello indirizzato a tutte le principali organizzazioni ambientaliste in Israele e in particolare a Life and Environment, realtà che comprende al suo interno la maggior parte delle organizzazioni non profit che si occupano di questi temi.

L’appello chiede di levare insieme la voce affinché si ponga fine alla guerra; chiede altresì di aprire un tavolo di discussione che porti alla proposta di «un piano d’azione alternativo».

«La crisi climatica non conosce confini, ma le disparità e le oppressioni sociali persistono», vi si legge tra le altre cose. «Solo noi possiamo portare il cambiamento e gli attivisti ambientali e climatici svolgono un ruolo cruciale. La leadership è indispensabile per guidare il movimento ambientalista oltre i confini della comodità e della paura. Di fronte ai continui orrori della guerra che si dispiegano ogni giorno davanti ai nostri occhi, è sempre più urgente la necessità di una visione diversa, di una proposta civile differente, per una vita sostenibile tra la Giordania e il mare. Affrontare e prepararsi alla crisi climatica, in particolare in una realtà politica instabile e piena di guerre, richiede l’instaurazione di rapporti di fiducia e di partnership con i diversi gruppi e comunità che sono più colpiti e continueranno a esserlo».

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