
È iniziata la rimozione dei detriti, riutilizzati per la pavimentazione delle strade di Khan Yunis. Tra i piani di Trump e Kuchner e quello della Lega araba, spunta anche il Phoenix Plan formulato da un consorzio di progettisti e associazioni gazesi.
Ci vorranno almeno 10 miliardi di dollari per ricostruire il sistema sanitario della Striscia di Gaza in cinque anni secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Ma è solo una delle voci di spesa – accanto a quella ancora più urgente della carenza di acqua utilizzata come arma di guerra da Israele, secondo la denuncia di Medici senza frontiere – di una ricostruzione che è stata definita una delle più grandi imprese urbanistiche della storia contemporanea. L’enorme sgombero post-bellico prevede la rimozione di 68 milioni di tonnellate di macerie che ricoprono un’area grande quanto una metropoli europea, inclusi rifiuti infettivi e sanitari contaminati da acque reflue non trattate, carburante, materiali pericolosi e ordigni inesplosi.
Nei prossimi dieci anni saranno necessari oltre 60 miliardi di euro per la ricostruzione, secondo la recente Valutazione rapida dei danni e bisogni a Gaza condotta dall’Unione europea in collaborazione con le Nazioni Unite e la Banca mondiale. Il rapporto descrive come gli indicatori di sviluppo umano abbiano subito negli ultimi due anni e mezzo un arretramento stimato di 77 anni; l’economia si è contratta dell’84 per cento. Solo nei primi 18 mesi saranno necessari più di 23 miliardi di euro per ripristinare i servizi essenziali, riparare le infrastrutture critiche e sostenere la ripresa economica: la sanità, l’edilizia abitativa con 371mila alloggi rasi al suolo, l’istruzione, il commercio e l’agricoltura sono stati tra i settori più duramente colpiti. Oltre la metà degli ospedali non è operativa e quasi tutte le scuole sono state danneggiate.
Nello stallo della «fase due» del piano per Gaza promosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, mentre dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 tra Israele e Hamas sono stati uccisi 800 palestinesi tra i quali più di 200 bambini, gli unici timidi segnali di speranza sono l’utilizzo delle macerie per ripavimentare le strade distrutte durante i due anni di offensiva, frantumando cemento e metallo per ricavarne materiale da pavimentazione nell’ambito di un progetto gestito dall’Onu, che dovrebbe rappresentare un primo passo verso la ricostruzione.
Il progetto dell’Undp
Il progetto gestito dal Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (Undp) prevede l’uso dei macchinari disponibili in loco per rimuovere le montagne di macerie che, secondo i funzionari, bloccano l’accesso ai pozzi d’acqua e agli ospedali e rendono difficile il rilancio dell’economia. Finora sono state rimosse circa 287mila tonnellate di macerie nel distretto di Khan Yunis, ma è solo la «punta dell’iceberg». «Oltre alla raccolta differenziata dei detriti, abbiamo iniziato a frantumarli e a riutilizzarli» ha spiegato all’agenzia Reuters Alessandro Mrakic, capo dell’ufficio dell’Undp a Gaza. «Abbiamo utilizzato quasi la stessa quantità che abbiamo raccolto» ha aggiunto, spiegando che in questo momento le macerie vengono utilizzate soprattutto «per pavimentare aree destinate a rifugi e mense comunitarie». Prima della rimozione, i siti devono essere controllati per verificare la presenza di ordigni inesplosi in coordinamento con il servizio sminamento dell’Onu. In assenza di altre fonti di reddito, decine di palestinesi hanno accettato di svolgere questo lavoro, anche se i cantieri si trovano vicino alla linea di armistizio tra Israele e Hamas e potrebbero essere esposti al fuoco dell’Idf.
Secondo l’Undp il processo di rimozione potrebbe richiedere sette anni. Per gli esperti la rimozione e la gestione sicura delle macerie e degli ordigni inesplosi non sono solo prerequisiti per la ripresa e la ricostruzione, ma priorità urgenti per prevenire ulteriori impatti sulla salute, sull’ambiente e sulla sicurezza.
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Il rapporto dell’Ue e dell’Onu non cita le responsabilità penali e civili di Israele nella devastazione della Striscia e la richiesta di risarcimento dei danni avanzata da diversi esponenti palestinesi per la risposta sproporzionata di Israele all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Si limita a dire che «l’Unione europea e le Nazioni Unite sono inequivocabili nell’affermare che i progressi nella ripresa e nella ricostruzione di Gaza, l’attuazione della risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza dell’Onu e la realizzazione di una soluzione a due Stati sono percorsi intrinsecamente interconnessi». «I palestinesi meritano un futuro fondato sulla dignità e sulla realizzazione del loro diritto all’autodeterminazione. La comunità internazionale deve assumersi tale responsabilità — e l’Unione europea e le Nazioni Unite si impegnano a farlo, a sostegno del popolo palestinese e di una pace giusta e duratura nella regione».
I tre piani proposti
Come attuare tutto questo mentre Israele continua a occupare la metà della Striscia di Gaza, gli aiuti umanitari entrano a singhiozzo e prosegue l’annessione della Cisgiordania? Allo stato attuale la Striscia di Gaza è ai limiti dell’invivibilità.
Fino ad oggi sono stati proposti tre piani. Il 4 marzo 2025 l’Egitto aveva avanzato un piano di ricostruzione, poi approvato dalla Lega araba, in un prospetto di 112 pagine completo di mappe, rendering generati dall’intelligenza artificiale, un calendario di cinque anni e un budget stimato in quel momento di circa 53 miliardi di dollari. Oltre a infrastrutture riqualificate, prevedeva alloggi per 1,6 milioni di persone, un porto commerciale, un polo tecnologico, zone industriali, hotel sulla spiaggia e un aeroporto. Insisteva sulla sua fattibilità senza sfollare i residenti e le ipotesi sulla governance politica erano volutamente vaghe, delineando un’amministrazione provvisoria di tecnici palestinesi assistiti da forze di pace internazionali. I ministri degli Esteri di Francia, Germania, Italia e Regno Unito avevano definito il piano «realistico».
Nel gennaio 2026 il genero del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e inviato per Gaza Jared Kushner ha presentato un piano generale per trasformare Gaza sia in una destinazione turistica sia in un luogo residenziale per un costo di oltre 112 miliardi di dollari. Entrambe le proposte sono state criticate come proposte calate dall’alto da decisori esterni che ignorano le condizioni reali e le esigenze dei gazesi.
Più credibile sembra essere il Piano Phoenix, presentato da un consorzio volontario e interdisciplinare di esperti palestinesi, che a differenza dei primi due è incentrato sui diritti di proprietà palestinesi, sull’identità locale e sull’azione comunitaria.
Quel che è certo è che la priorità oggi per la popolazione sono una tregua effettiva e duratura, un livello adeguato di sicurezza, l’accesso umanitario senza ostacoli e il ripristino immediato dei servizi essenziali. Tanto nella Striscia di Gaza quanto in Cisgiordania i palestinesi continuano a chiedere la libera circolazione di persone, merci e materiali da ricostruzione e un sistema finanziario funzionante e trasparente. È indubbio che dopo la rimozione delle macerie e la gestione degli ordigni esplosivi, i prerequisiti per la ricostruzione saranno la tutela dei diritti abitativi, fondiari e di proprietà.

























