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Alla Sapienza di Roma: Gli scavi al Santo Sepolcro un’avventura collettiva straordinaria

Giampiero Sandionigi
18 settembre 2026
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Alla Sapienza di Roma: Gli scavi al Santo Sepolcro un’avventura collettiva straordinaria
Durante il convegno alla Sapienza la rettrice Polimeni invita i giovani coinvolti nel Progetto Hagia Polis a raccogliere l'applauso del pubblico. (foto FTS)

Nel pomeriggio del 17 settembre 2026, presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Sapienza Università di Roma, un convegno per presentare il primo volume con le relazioni scientifiche sugli scavi archeologici al Santo Sepolcro di Gerusalemme.


«In questi ultimi anni i vostri volti sono entrati a far parte, in qualche modo, dello status quo della basilica del Santo Sepolcro», dice – con una punta di affettuosa ironia – il Custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, rivolgendosi ai ricercatori e giovani archeologi di Sapienza Università di Roma che dal 2022 ad oggi si sono avvicendati nel cantiere di scavo nel santuario caro a tutto il mondo cristiano.

Parole pronunciate nel pomeriggio del 17 settembre 2026 in un breve collegamento video con un convegno organizzato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’ateneo romano per la presentazione del volume Hagia Polis Project. Excavations at the Holy Sepulchre in Jerusalem. Vol. 1 Project and methodology. Il testo, interamente in lingua inglese e curato dalla professoressa Francesca Romana Stasolla, è pubblicato da TS Edizioni nelle collane istituzionali dello Studium Biblicum Franciscanum. Altri sette volumi seguiranno nei prossimi anni; il secondo è già in preparazione.

La professoressa Stasolla, nella sua duplice veste di direttrice del Dipartimento di Scienze dell’Antichità e di responsabile del cantiere di scavi archeologici al Santo Sepolcro, introduce il convegno, suddiviso in due parti nell’arco di due ore.

Stasolla parla di «una straordinaria avventura collettiva» perché, oltre agli archeologi impegnati sul campo, tantissimi altri colleghi dell’Università hanno partecipato e partecipano a questa «grande avventura di ateneo, fortemente sostenuta dalla magnifica rettrice».

Da sinistra le professoresse Arianna Punzi, Antonella Polimeni, Francesca Romana Stasolla. (foto FTS)

Tocca proprio alla rettrice, la professoressa Antonella Polimeni, il primo dei saluti istituzionali. Ringrazia per la presenza il governatore generale dell’Ordine equestre del Santo Sepolcro, l’ambasciatore Leonardo Visconti di Modrone, monsignor Pasquale Iacobone, presidente della Pontificia commissione di Archeologia sacra della Santa Sede, e le personalità collegate da Gerusalemme. Confessa, poi, che il volume oggetto del convegno suscita in lei una certa emozione, perché evoca una ricerca scientifica straordinaria e una storia importante nei suoi anni di rettorato (in scadenza a fine novembre). Naturale il richiamo all’unicità del luogo oggetto di indagine, con la sua quotidiana convivenza di fedi, liturgie, memorie che implicano anche un complesso equilibrio istituzionale. Vi sono aspetti che le pagine del libro non raccontano, dice la rettrice. Qui menziona «i momenti meno semplici in cui chi operava sul campo ha avvertito con forza la sensazione di essere solo, talvolta ai margini, talvolta messo in discussione. L’ha avvertito a tal punto di sentire il bisogno di dirlo». «Sono stati momenti – prosegue Polimeni – nei quali ho ritenuto che il compito dell’istituzione fosse molto chiaro: difendere l’autonomia dei nostri studiosi, tutelare la libertà della ricerca, senza la quale l’università pubblica, libera, generalista che crede nei valori costituzionali semplicemente non è un’università». La rettrice non è più esplicita, ma pare di cogliere un riferimento ai dibattiti, anche aspri e polarizzanti, che negli ambienti universitari occidentali si sono aperti in seguito agli eventi post 7 ottobre 2023 circa le posizioni da assumere riguardo alla collaborazione con istituzioni accademiche e scientifiche israeliane.

Polimeni menziona i suoi due recenti viaggi a Gerusalemme: il primo nel 2023, che le consentì di entrare nel cantiere ancora aperto, il secondo poche settimane fa, durante il quale ha trascorso anche del tempo con i giovani ricercatori della Sapienza impegnati sul campo. È a questo punto che la rettrice chiama per nome quanti tra loro sono presenti in sala per invitarli davanti al tavolo dei relatori a raccogliere l’applauso del pubblico presente.

Il console generale d’Italia a Gerusalemme, Domenico Bellato, e il responsabile locale della Cooperazione italiana allo sviluppo, Mirko Tricoli, nei loro brevi interventi, mettono entrambi in luce come la diplomazia italiana veda nell’impegno per la tutela del patrimonio culturale un modo per costruire la pace. L’approccio italiano – sottolinea il console – si caratterizza per la ricerca, la competenza, gli approcci innovativi per la conservazione dei siti. Bellato richiama l’impegno dell’Italia anche a Betlemme – la basilica della Natività – e a Tell es Sultan a Gerico (inserito tra i siti Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco). Menziona altresì l’intervento per la tutela del paesaggio naturale di Battir (anch’esso in Cisgiordania, nei dintorni di Betlemme).

Bellato e Tricoli elogiano anche l’opera di trasferimento di conoscenze e competenze per la tutela del patrimonio, attraverso percorsi di formazione per gli operatori locali. Anche la Sapienza ha fatto la sua parte.

Al riguardo, la professoressa Stasolla chiosa menzionando i corsi estivi di formazione realizzati a Betania e Gerico in collaborazione con il Mosaic Center di Gerico e in partenariato con l’università (cattolica) di Betlemme e l’Università al Quds di Abu Dis. «Motivo di gioia particolare per noi – soggiunge Stasolla – è che uno degli operai del nostro cantiere a Gerusalemme si laureerà in Archeologia qui alla Sapienza nella primavera prossima».

Iniziative formative, anche a distanza, la Sapienza le ha avviate pure in campo medico, fa notare la rettrice Polimeni (già docente alla Facoltà di Medicina).

Dell’esordio di fra Ielpo nel suo video collegamento abbiamo già detto in apertura. Proseguendo, il Custode di Terra Santa esprime gratitudine «per il rigore scientifico, per la passione e per il modo molto umano con cui avete condotto questo lavoro».

«Per noi francescani – soggiunge – questo vostro lavoro è un’opera di straordinaria importanza, perché custodire questi luoghi implica anche conoscerli, studiarli, trasmetterli alle generazioni future».

Le guerre e le divisioni che affliggono la Terra Santa – ricorda fra Ielpo – «hanno avuto ripercussioni anche sui lavori di questo progetto, che però rappresenta un motivo di speranza e dimostra come collaborazione, ricerca e cultura possono continuare a costruire ponti e a preparare il futuro».

La preside della Facoltà di Lettere, professoressa Arianna Punzi, conclude i saluti protocollari ribadendo quanto il progetto di Gerusalemme sia stato e sia «un privilegio e una responsabilità». Riconosce il coraggio mostrato in momenti difficili dagli studenti e ricercatori sul campo, che si sono accostati con rispetto, attenzione e umanità alle comunità religiose della basilica.

Da sinistra, i professori Vincenzo Fiocchi Nicolai, Arnaldo Marcone, Shimon Gibson, Basema Hamarneh. (foto FTS)

Nella seconda parte del convegno quattro accademici intervengono sui temi presenti nel volume al centro dell’evento. Il professor Arnaldo Marcone – già ordinario di Storia romana all’Università Roma Tre – svolge essenzialmente il ruolo di moderatore, riservandosi un intervento finale sulla datazione della fondazione della colonia romana di Aelia Capitolina.

Il professor Shimon Gibson, archeologo britannico e docente all’Università del North Carolina (Usa) elogia il lavoro di Stasolla e della sua squadra, senza nascondere una punta di invidia accademica per il lavoro che hanno avuto la possibilità di svolgere in un luogo come il Santo Sepolcro, fino ad oggi ben poco indagato. Accompagnando il suo intervento in lingua inglese con alcune interessanti diapositive di carattere storico, Gibson richiama i tentativi di ricostruire la topografia dell’area, messi in atto dal XIX secolo ad oggi. Tra i più recenti menziona quelli di Conrad Schick e dell’École biblique et archéologique française di Gerusalemme. Con la campagna di scavi di questi ultimi anni, conclude Gibson, la Sapienza ha svolto indagini con metodo moderno e multidisciplinare. Con ciò «ha reso un servizio al mondo intero».

Il professor Vincenzo Fiocchi Nicolai – ordinario di Archeologia cristiana presso l’Università di Roma Tor Vergata e docente di Archeologia degli antichi cimiteri cristiani presso il Pontificio Istituto di Archeologia cristiana – si sofferma su alcuni saggi presenti nel volume curato da Francesca Romana Stasolla. Alcune curiosità hanno acceso il suo interesse: scoprire, ad esempio, che la terra smaltita dagli scavi non ha potuto essere depositata in un luogo vicino per evitare il rischio che qualcuno la sottraesse, sulla spinta di motivazioni devozionali. Altro aspetto interessante imposto dalla peculiarità di un cantiere che non disponeva di ampi spazi e doveva fare i conti con i tempi scanditi dalle celebrazioni in basilica sono le schede tecniche compilate e via via aggiornate in modo asettico dagli operatori che si sono succeduti sul campo. Il professor Fiocchi Nicolai condivide la scelta «impopolare» di mantenere il riserbo sulle risultanze degli scavi per rinviare tutto alle pubblicazioni scientifiche finali, sottraendosi agli scoop giornalistici.

Sul finire del convegno la professoressa Basema Hamarneh – docente di Archeologia tardoantica e paleocristiana all’Università di Vienna – propone alcune dotte considerazioni sul tema della relazione tra l’architettura sacra e l’azione liturgica nei primi secoli cristiani, con particolare riferimento proprio al Santo Sepolcro.

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