Dal Libano a Gaza, passando per Israele, minoranze estremiste contribuiscono a rinfocolare le turbolenze e le guerre che imperversano in Medio Oriente. Isolarle e contenerle sembra un'impresa impossibile.
In questi giorni si parla molto, e giustamente, dell’accordo tra Israele e Libano mediato dagli Stati Uniti e della ripresa di bombardamenti quasi quotidiani da parte di Israele sulla Striscia di Gaza. Un dramma enorme con una miriade di sfaccettatura diverse, accomunate però da un’unica realtà: il potere di ricatto delle minoranze violente sulle maggioranze che ambirebbero alla pace. Primo caso: il Libano. Hezbollah è il braccio politico e militare della componente sciita (oltre che, come sappiamo bene, un’estensione delle ambizioni politiche degli ayatollah di Teheran), una minoranza che costituisce circa un terzo dei 5,5 milioni di abitanti del Paese. È assolutamente evidente, e ne abbiamo dimostrazioni quotidiane, che il resto dei libanesi non vuole combattere contro Israele (che pure, in generale, detesta), se non altro perché sa benissimo di non avere alcuna speranza di vincere lo scontro contro un avversario assai più potente e che beneficia di potenti appoggi, quello degli Usa su tutti. Però il Libano e il suo esercito non riescono a fare nulla di concreto per fermare Hezbollah (per esempio disarmarlo, come auspicato o annunciato mille volte). Il movimento sciita vuole continuare a battersi contro Israele, anche se a farne le spese sono tutti i libanesi, qualunque sia la loro origine etnica e religiosa o la loro militanza politica.
Secondo caso: Gaza. Qui le cose sono più sfumate, ma non molto diverse nella sostanza. La presenza e l’influenza di Hamas nella Striscia sono molto pervasive e i rancori contro Israele molto profondi e in larga misura giustificati. Nondimeno, il potere di Hamas si regge su una presa ferrea sulla popolazione, che non ha certo avuto modo di dire la sua sulle intenzioni dei terroristi di ammazzare oltre 1.200 israeliani il 7 ottobre del 2023, scatenando una reazione che non necessariamente doveva arrivare alle soglie del genocidio ma che ci sarebbe comunque stata, e comunque si sarebbe scaricata sulla popolazione disarmata.
Terzo caso, lo stesso Israele. Proprio in questi giorni, accanto ai bombardamenti su Gaza, infuriano nel Paese le proteste degli haredim, gli ebrei ultraortodossi che godono di un’ampia serie di privilegi. Per dire: nel 2023 la maggioranza parlamentare che sostiene Benjamin Netanyahu ha approvato uno stanziamento di 3,4 miliardi di euro per le istituzioni religiose degli ultraortodossi. Sono andati a scuole che non dipendono dal ministero dell’Istruzione e che in gran parte rifiutano di insegnare materie estranee alla religione come matematica, scienze o lingue straniere. Oltre che alle scuole, quei fondi sono andati in sussidi per i maschi ultraortodossi che studiano nelle scuole religiose, non lavorano e non fanno il servizio militare. Come dicevamo, gli haredim, che sono il 13-14 per cento della popolazione totale, in queste settimane assaltano stazioni di polizia e bloccano strade e ferrovie perché non vogliono che i loro ragazzi vadano a fare il servizio militare per difendere lo Stato ebraico, come la retorica di Netanyahu ripete senza sosta. Eppure, gli haredim, insieme con i cosiddetti «coloni» ebrei nei Territori palestinesi, concorrono a quel bacino elettorale che soffia nelle vele di ministri radicali come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, i quali predicano la deportazione dei palestinesi e non solo.
Abbiamo citato tre casi intrecciati in quell’area del Medio Oriente ma situazioni analoghe possiamo rinvenirle anche altrove: in Iran, per esempio, o in Turchia. Disinnescare le minoranze estreme, dunque, è il compito fondamentale del mondo contemporaneo. O di quella «comunità internazionale» della cui esistenza, peraltro, è spesso lecito dubitare.





















