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Usa e Iran, se un pellegrinaggio ferma le bombe

Fulvio Scaglione
21 maggio 2026
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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha ancora dato seguito alle minacce di attaccare nuovamente l'Iran. Tra le ragioni addotte c'è la pressione degli Stati arabi del Golfo Persico, i quali non vorrebbero turbare i giorni dell'hajj, il grande pellegrinaggio dei musulmani alla Mecca.


Le ragioni per cui Donald Trump, a dispetto di tanti discorsi bellicosi, ha nuovamente rinviato il secondo attacco all’Iran sono state descritte nei modi più diversi. Il timore di una più grave crisi globale dell’energia, con i riflessi sui consumatori americani. La prospettiva di un costo umano spropositato. La paura di subire danni e perdite imprevisti di fronte a una difesa iraniana più acuminata del previsto. L’eventuale costo, con un deficit di bilancio Usa in continua crescita. Il consumo di munizioni strategiche, per gli Usa giunte al minimo storico. Le pressioni dei Paesi del Golfo Persico, già ripetutamente colpiti e tuttora minacciati.

Infine, è comparsa, tra le altre, una spiegazione inattesa. I Paesi del Golfo Persico avrebbero fatto sì pressione sulla Casa Bianca ma non per timore di nuovi attacchi agli impianti petroliferi o alle basi militari Usa disseminate sui loro territori. Piuttosto perché preoccupati per il regolare svolgimento dell’hajj, l’annuale pellegrinaggio islamico verso la Mecca, in Arabia Saudita, la città santa dei musulmani. L’hajj è per loro uno dei cinque pilastri della fede (la testimonianza di fede, la preghiera, l’elemosina, il digiuno nel mese di Ramadan e, appunto, il pellegrinaggio) e compierlo è un dovere religioso a cui ogni musulmano adulto in condizioni fisiche e finanziarie adeguate dovrebbe assolvere almeno una volta nel corso della vita. Il culmine del pellegrinaggio consiste in una serie di riti che devono essere effettuati dall’ottavo al dodicesimo o tredicesimo giorno di Dhu al-Hijjah, l’ultimo mese del calendario islamico. Giorni che, quest’anno, cadono alla fine di maggio.

Ogni anno l’Arabia Saudita riceve dall’estero almeno un milione di pellegrini da ogni parte del mondo. Centinaia di migliaia di loro sono già nel Paese in attesa dei giorni culminanti. La ripresa delle ostilità avrebbe prodotto un’enorme indignazione nella vasta galassia dei Paesi islamici, compresi quelli dell’Asia meridionale e orientale, e avrebbe causato notevolissimi disagi, per non dire di peggio, a Paesi come Qatar ed Emirati Arabi Uniti, dove tradizionalmente fanno scalo i pellegrini che giungono da lontano. La Casa Bianca, insomma, già colpevole di aver lanciato il precedente attacco contro l’Iran (il 28 febbraio scorso – ndr) durante il mese di Ramadan, non poteva né voleva rischiare di compromettersi ulteriormente agli occhi di milioni di musulmani.

Fondata o meno che sia questa spiegazione, resta interessante che in un contesto drammatico e dominato da considerazioni geopolitiche (la posizione dell’Iran tra Asia e Occidente) ed economiche (il suo patrimonio di risorse naturali e le direzioni verso cui vengono indirizzate) si riscopra il sentimento religioso come un elemento decisivo per decisioni strategiche. E dopo tante fantasie sbilenche sulle religioni come cause dei più diversi conflitti, ci si ritrovi a constatare che un pellegrinaggio, sia pure così importante, può ancora fermare una guerra.

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