Un volume fresco di stampa sul progetto e i metodi d’indagine apre la collana scientifica con cui, nell’arco dei prossimi anni, l’équipe della Sapienza Università di Roma renderà conto agli studiosi di tutto il mondo della campagna archeologica nella basilica di Gerusalemme.
Il volume, interamente in lingua inglese, che qui presentiamo è il primo della serie legata all’Hagia Polis Project, progetto di scavo archeologico e ricerca presso la basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme voluto dalle comunità religiose cristiane che hanno la custodia del complesso (segnatamente il Patriarcato greco-ortodosso di Gerusalemme, la Custodia di Terra Santa, il Patriarcato armeno di Gerusalemme – ndr) in relazione ai lavori di restauro della pavimentazione delle aree comuni e del ripristino dell’impiantistica.
I lavori sono stati affidati a un team tutto italiano che include la Fondazione Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale per il restauro del pavimento, la Manens-Tifs per l’impiantistica, la IG Ingegneria Geotecnica per il monitoraggio delle strutture e il Dipartimento di Scienze dell’Antichità dell’Università di Roma Sapienza per la ricerca archeologica.
Questo primo volume rappresenta l’avvio della serie delle pubblicazioni monografiche dedicate all’analisi della ricca messe di dati provenienti dagli scavi condotti fra il 2022 ed il 2026.
Una sinfonia di competenze
Dedicato alla presentazione del progetto e alle metodologie di indagine, si presenta fin dall’indice come un’opera corale, mostrando la pluralità di competenze coinvolte nel progetto: archeologi, storici, restauratori, architetti, ingegneri, specialisti della documentazione digitale, studiosi delle fonti scritte, esperti di materiali, archeobotanici, esperti di archeometria, numismatici, epigrafisti, ecc.
La struttura stessa del volume mostra con chiarezza che la basilica del Santo Sepolcro non può essere compresa attraverso una sola disciplina. Bisogna guardarla come un organismo complesso, in cui ogni pietra, ogni superficie, ogni frammento, ogni documento d’archivio e ogni traccia materiale può contribuire a ricostruire una parte della sua lunghissima vicenda.
Emerge in primo luogo la difficoltà, ma anche la necessità, di un’archeologia capace di dialogare con il presente.
Scavare nel Santo Sepolcro non significa operare in un sito abbandonato o in un’area musealizzata. Significa lavorare dentro un edificio vivo, frequentato quotidianamente da religiosi, pellegrini, turisti, comunità cristiane diverse e custodi di tradizioni antiche. Ogni intervento archeologico deve quindi confrontarsi non solo con questioni scientifiche, ma anche con esigenze liturgiche, conservative, diplomatiche e pratiche. Il progetto appare, da questo punto di vista, come una sfida metodologica prima ancora che come una campagna di scavo, che impegna a raccogliere dati rigorosi senza interrompere la vita del luogo, a documentare ciò che emerge senza isolare il monumento dalla sua funzione, a conciliare il rispetto della sacralità con le procedure della ricerca archeologica contemporanea.
Questo approccio ha consentito di leggere la lunga storia di Gerusalemme, dall’età del Ferro a quella contemporanea, nella sequenza di stratigrafie che lo scavo ha rivelato, e di ricostruire i modi con i quali la memoria cristiana si è fissata nei luoghi e ha dato vita a una lunga vicenda architettonica.
Cosa fa l’archeologia
Nelle sezioni iniziali, dedicate al progetto e alla partnership, il Santo Sepolcro emerge non solo come oggetto di studio, ma come spazio di collaborazione. La presenza di contributi dedicati alla conservazione, al restauro della basilica, alla sicurezza strutturale, al monitoraggio degli impianti e alla progettazione degli interventi mostra che la ricerca archeologica è stata inserita in una visione più ampia di tutela. Non si tratta semplicemente di «scoprire» qualcosa di nuovo, ma di intervenire in modo responsabile su un patrimonio fragile, stratificato e condiviso. L’archeologia non è una caccia al tesoro, né una ricerca spettacolare di reperti eccezionali; è piuttosto un lavoro paziente, collettivo, spesso invisibile, fatto di misurazioni, confronti, cautele, documentazione e interpretazione.
Con le tecniche più avanzate
Nella sezione dedicata alla documentazione viene mostrato uno dei volti più attuali dell’archeologia contemporanea. Accanto allo studio diretto delle strutture e dei materiali, trovano spazio database relazionali, GIS, 3D GIS, rilievi tridimensionali, modellazione digitale, protocolli per la registrazione delle tracce tecnologiche, fotografia e time-lapse.

Rilevazioni con strumentazione tecnica. I giovani archeologi della Sapienza sono stati impegnati nel sottosuolo del Santo Sepolcro a partire dal 2022. (foto Sapienza Università di Roma)
Per un lettore non specialista, questi temi potrebbero sembrare inizialmente tecnici, ma sono in realtà centrali per comprendere la portata del progetto. In un contesto come il Santo Sepolcro, dove ogni intervento modifica condizioni irripetibili, documentare significa garantire memoria, verificabilità e condivisione. Il dato archeologico non resta confinato nel taccuino dello scavatore, ma viene trasformato in un sistema interrogabile, riproducibile, aperto a future analisi.
Imprescindibili le fonti scritte
La ricerca è caratterizzata dallo stretto rapporto fra archeologia e fonti scritte. La quarta sezione del volume, dedicata alle testimonianze letterarie, epigrafiche, itinerarie, armene, latine, bizantine e ottomane, ricorda che il Santo Sepolcro è stato raccontato, descritto, immaginato e reinterpretato per secoli. Prima ancora di essere oggetto di scavo, esso è stato oggetto di memoria. Pellegrini, cronisti, storici, comunità religiose e autorità politiche hanno contribuito a costruire una tradizione testuale ricchissima.
Mettere in dialogo questi testi con i dati archeologici significa evitare due rischi opposti: da un lato leggere le strutture materiali senza il contesto storico e culturale che le ha prodotte; dall’altro accettare le fonti scritte come se fossero trasparenti e prive di mediazioni.
Le fonti non vengono usate come semplice conferma dell’archeologia, né l’archeologia come illustrazione delle fonti. Piuttosto, entrambe vengono poste in una relazione critica. È proprio in questo dialogo che può emergere una comprensione più ricca del Santo Sepolcro come luogo continuamente ridefinito da pratiche, narrazioni, trasformazioni architettoniche e memorie collettive.
Lo studio dei reperti
La sezione dedicata ai reperti apre poi una finestra concreta sulla vita materiale del complesso. Monete, iscrizioni, oggetti metallici, depositi moderni, frammenti cartacei, materiali di diversa natura permettono di avvicinare la storia non attraverso i grandi eventi, ma attraverso le tracce minute dell’uso quotidiano, nello sforzo di far parlare oggetti apparentemente marginali. Un frammento, una moneta, un deposito, un’iscrizione possono rivelare pratiche, passaggi, manutenzioni, trasformazioni e gesti che i testi ufficiali spesso ignorano.
Gli studi archeobotanici, archeometrici, faunistici e sui suoli mostrano che la storia di un luogo non è fatta solo di muri e documenti. È fatta anche di materiali naturali, resti organici, pietre, terre, tracce di piante e animali. Questi dati permettono di ricostruire aspetti meno visibili ma fondamentali: l’ambiente, le pratiche alimentari, i materiali da costruzione, le tecniche, i contatti, le trasformazioni degli spazi.
Scienza e responsabilità
L’ultima sezione, che in italiano intitoleremmo «Dal progetto a nuove ricerche», suggerisce infine che l’opera non si esaurisce nello scavo. Ogni indagine genera nuove domande, nuovi strumenti, nuove linee di lavoro. La sperimentazione sulla produzione delle tessere musive, la costruzione di una banca dati sulla Gerusalemme cristiana, le tecniche non invasive per l’identificazione dei resti faunistici e la robotica di precisione per la mappatura indoor indicano una ricerca in movimento. Il Santo Sepolcro non è un oggetto chiuso, definitivamente spiegato; è come un campo aperto, capace di produrre conoscenze che vanno oltre il singolo monumento.

Il restauro della pavimentazione dell’Anastasis ha fatto parte del progetto. (foto gpo/CTS)
Ci si è sforzati di mostrare la coralità del progetto, che ne costituisce la forza. Il Santo Sepolcro non può essere semplificato senza essere impoverito ed un volume che voglia provare a raccontarne alcune vicende deve accettarne la complessità: religiosa, storica, archeologica, architettonica, politica e umana. Il Santo Sepolcro, al centro di secoli di fede e di storia, diventa così anche un simbolo del lavoro archeologico contemporaneo: un lavoro che non separa scienza e responsabilità, passato e presente, tecnica e memoria. I luoghi più carichi di significato non chiedono soltanto di essere venerati o visitati, ma anche compresi, custoditi e trasmessi.
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La professoressa Francesca Romana Stasolla è ordinario di Archeologia cristiana e medievale, alla Sapienza Università di Roma e responsabile della missione archeologica nella basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme.
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