
Nella scorsa notte il governo israeliano ha deciso di far occupare la città capoluogo di Gaza dai suoi uomini in divisa. L'opposizione espressa dai vertici militari e da molti cittadini sembra aver imbrigliato i propositi iniziali dei ministri.
(g.s.) – È stata una seduta fiume – dieci ore riferiscono i media – quella del gabinetto di sicurezza del governo israeliano, convocato dal primo ministro Benjamin Netanyahu la sera del 7 agosto per deliberare sulla occupazione militare stabile della Striscia di Gaza.
In vista della decisione imminente molti – in Israele e fuori – si erano mobilitati per scongiurarla, a cominciare dai familiari e amici degli ostaggi catturati il 7 ottobre 2023 e ancora prigionieri e dai vertici delle forze armate, per nulla convinti della necessità e congruità di un simile passo.
Il capo di stato maggiore della Difesa, generale Eyal Zamir, ha reso pubbliche le sue perplessità, sottolineando i rischi per la vita degli ostaggi e per la popolazione civile. Inoltre le forze già su campo sono ormai esauste, e una volta assunto il controllo pieno del territorio non sarà semplice alla sua gestione (considerando anche la devastazione causata dai bombardamenti) e far fronte alle problematiche ed emergenze sanitarie. Ha anche avvertito che l’operazione potrebbe costare un anno o due di scontri intensi.
Le pressioni a qualcosa sono servite, pare. Il comunicato diffuso a fine seduta dice che i soldati con la stella di Davide assumeranno “solo” il controllo del capoluogo, la città di Gaza. Il governo si aspetta, comunque, che i militari si adeguino alle direttive dei politici.
La popolazione che ancora vi abita ha tempo fino al 7 ottobre per andarsene verso il sud della Striscia dove già si ammassano centinaia di migliaia di altri profughi. Cosa decideranno di fare le poche centinaia di cristiani rifugiati nei complessi delle parrocchie di San Porfirio e della Sacra Famiglia? Se lo volessero sarebbe loro consentito di restare, considerando che sono inermi e non rappresentano una minaccia?
Netanyahu e il suo consiglio di sicurezza hanno anche definito cinque requisiti essenziali, e tutti necessari, per considerare la fine della guerra con Hamas:
- La resa e il disarmo del gruppo terrorista;
- La restituzione dei circa 50 ostaggi ancora in mano di Hamas e di altre milizie palestinesi (solo 20, presumibilmente, sono ancora vivi);
- La smilitarizzazione della Striscia di Gaza;
- Il controllo israeliano sulla sicurezza del territorio (come avviene in Cisgiordania);
- Creazione di un governo civile alternativo, che non sia in mano né a Hamas né all’Autorità nazionale palestinese (Anp).
Netanyahu ha affermato che, una volta completata la conquista del 25 per cento di territorio non ancora assoggettato, il controllo sarà affidato a «forze arabe». Il che implica, però, negare ai palestinesi – ancora una volta – il fondamentale diritto all’autodeterminazione, e quindi lasciare la questione irrisolta e bruciante.
Di bruciante sul tappeto c’è anche un paio di interrogativi: dove va Israele? E fin dove lo accompagneranno «i governi amici»?

























