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«Accordo» per il disarmo a Gaza, più parole che fatti

Giampiero Sandionigi
4 agosto 2026
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«Accordo» per il disarmo a Gaza, più parole che fatti

Donald Trump, lo scorso 31 luglio, ha annunciato un accordo «storico» per il disarmo di Hamas. Ma il testo diffuso dal suo Board of Peace è stato accettato da una parte sola, contestato dal Jihad islamico e respinto da Israele. Per i due milioni di gazesi ben poco cambia.


Nelle prime ore del 31 luglio, mentre in Europa e in Terra Santa era ancora notte, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato dalla sua piattaforma social prediletta un accordo «storico» per il «disarmo completo» di Hamas e di tutti i gruppi armati a Gaza. «Un passo monumentale – lo ha definito – verso una pace e una sicurezza durature». Poche ore dopo, il Consiglio per la Pace (Board of Peace), l’organismo multinazionale creato e presieduto dallo stesso Trump, pubblicava su X il testo di una roadmap in quindici punti.

Un «accordo» accettato da una parte sola

Se stiamo ai fatti, però, un accordo – nel senso di un’intesa fra le parti in guerra – non c’è. Semmai, c’è un documento che una parte ha accettato e l’altra ha respinto. Hamas ha aderito alla roadmap: lo hanno confermato suoi dirigenti, uno dei quali, il negoziatore Ghazi Hamad, l’ha definita una cornice «difficile e dolorosa». Le condizioni poste dal movimento islamista sono, però, esplicite: non si comincerà a disarmare finché Israele non porrà fine alle operazioni militari, non aumenterà il flusso degli aiuti in ingresso nella Striscia e non ritirerà le sue truppe. Il Jihad islamico, seconda forza in armi della Striscia, ha contestato l’annuncio, giudicandolo «inaccurato». Infine, Israele non ha firmato: l’ufficio del primo ministro Benjamin Netanyahu ha lasciato intendere di opporsi; il ministro per la Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, ha definito l’intesa «inaccettabile»; fonti israeliane hanno ribadito che non ci sarà alcun ritiro, nemmeno lungo la (mobile) «linea gialla» stabilita con la tregua dell’ottobre 2025, prima di un disarmo «reale» degli avversari palestinesi. Che Trump, nelle stesse ore, dichiarasse Israele «molto contento» dell’«accordo» dice molto sulla distanza tra i proclami e i fatti.

Che cosa prevede la roadmap

Vale allora la pena leggere il documento, al di là della propaganda. Si intitola, in traduzione, Una tabella di marcia per completare l’attuazione del Piano di pace globale del presidente Trump a Gaza e si articola in quattro parti.

I primi cinque punti fissano i principi. Tutte le parti riconoscono come quadro di riferimento il piano di pace di Trump e la risoluzione 2803 (2025) del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite; l’obiettivo dichiarato è porre fine alla distruzione, garantire il ritiro israeliano, ripristinare la vita civile, avviare la ricostruzione e aprire un percorso politico credibile verso «l’autodeterminazione e lo Stato» palestinese. Israele deve completare gli impegni del protocollo di Sharm el-Sheikh, a cominciare dalla cessazione delle operazioni militari; entro quattordici giorni dall’approvazione vanno preparati i meccanismi attuativi, dopodiché il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag), un organismo di tecnocrati palestinesi, entra nella Striscia e ne assume la responsabilità civile, sotto la certificazione di un Comitato internazionale di verifica (Ivc).

→ Leggi anche: I 20 punti di Trump per la pace a Gaza

I punti dal sesto all’undicesimo riguardano la sicurezza. Gaza sarà governata secondo il principio «un’Autorità, una Legge, un’Arma»: solo il Comitato potrà detenere e controllare armi. Le armi della polizia gli saranno consegnate dopo un vaglio del personale. Armi pesanti, siti di produzione, depositi e tunnel saranno smantellati in modo graduale e verificato, e questo processo è esplicitamente legato al ritiro israeliano per fasi. Le armi personali restano soggette alla legge palestinese, con il Comitato unica autorità a rilasciare le licenze; le milizie devono cedere gli armamenti e i loro membri non saranno integrati nei servizi di sicurezza. Un «Accordo di pace sociale» dovrà mettere fine alle violenze interne, alle rappresaglie e alle parate armate.

I punti dal dodicesimo al quattordicesimo sono dedicati alla Forza internazionale di stabilizzazione (Fis) e al ritiro israeliano. La Fis, temporanea, dovrà separare le forze israeliane dalle aree controllate dal Comitato, sorvegliare il cessate il fuoco, addestrare la polizia palestinese e proteggere gli aiuti, senza svolgere compiti di polizia verso la popolazione. Le forze israeliane completeranno un ritiro graduale, con l’impegno a non costringere nessuno a lasciare la Striscia. La sicurezza interna spetterà al Comitato. L’ultimo punto affida la ricostruzione a un piano e a un calendario predisposti dal Consiglio per la Pace e dal Comitato stesso.

Il nodo che può bloccare tutto

Letto così, il meccanismo sembra ordinato. Ma nasconde un dilemma non risolto, che è poi il vero campo di battaglia. La roadmap lega ogni fase alla precedente: il disarmo procede, Israele si ritira, il Comitato avanza, e ciascun passo è condizionato alla verifica di quello precedente. Israele però pretende il disarmo prima del ritiro; al contrario, Hamas vuole il ritiro prima, o almeno in contemporanea. A dare sostanza alla lettura palestinese è uno dei mediatori: il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan spiega che prima serve un’amministrazione civile palestinese credibile e una polizia addestrata; solo dopo Hamas potrà disarmare.

I passi di Hamas

Un fatto nuovo c’è, e va registrato senza gonfiarlo. Ancora nel marzo 2025 un portavoce di Hamas definiva le armi «una linea rossa» non negoziabile. Mettere oggi nero su bianco l’adesione a una roadmap che delinea le fasi verso il disarmo è uno spostamento di posizioni, ma con due avvertenze. La prima: il cuore conteso, le armi individuali, resta il punto su cui il movimento non cede, ed è esattamente il nono articolo del testo. La seconda, più profonda: la storia recente insegna a diffidare degli impegni scritti palestinesi. Pensiamo al tema dell’unità nazionale: dal 2007 le fazioni hanno firmato una lunga serie di intese sull’unità nazionale, dal Cairo a Doha, da Mosca a Pechino, senza mai realizzarle. Basti citare l’ultima, la Dichiarazione di Pechino del 2024 sottoscritta da quattordici sigle. Prometteva un governo di unità nazionale, ma è rimasta lettera morta. La roadmap chiede proprio ciò che vent’anni di appelli non hanno prodotto: un’autorità unica, la fine del pluralismo armato. Che resti un traguardo lontano lo dimostra già il rifiuto del Jihad islamico.

Sarebbe però disonesto scaricare tutte le responsabilità sui palestinesi. Le spaccature politiche interne hanno responsabilità condivise, della storica dirigenza di Fatah non meno che di Hamas. Pesano però anche i condizionamenti esterni di Stati Uniti, Israele e Regno Unito che rifiutano da sempre un’unità nazionale che includa Hamas. Il vizio di firmare testi senza volerli applicare non è un monopolio palestinese. Lo stesso Israele, secondo i termini della tregua di ottobre, avrebbe dovuto cessare i raid e far entrare più aiuti, e li ha in larga parte ignorati; doveva restare sulla «linea gialla», controllando militarmente poco più della metà della Striscia, e ha invece spinto fino a occuparne quasi il 70 per cento negli ultimi mesi.

Cosa latita

Al quadro mancano pezzi decisivi. La Forza internazionale di stabilizzazione, su cui poggia l’intero impianto, non è ancora stata costituita: gli Stati che dovrebbero fornirla non sono confermati, e Israele si oppone alla partecipazione di Turchia e Qatar, mentre Washington preme in senso contrario. Sullo sfondo, un fattore che pesa più di ogni clausola: a ottobre Israele va alle elezioni, e i partiti di estrema destra che sostengono il governo Netanyahu hanno fatto campagna contro qualsiasi ritiro, invocando semmai nuovi insediamenti nella Striscia. Difficile immaginare che Israele si muova davvero prima del voto.

Sul terreno poco migliora

Intanto, per i due milioni di gazesi, poco è cambiato. Il cessate il fuoco è in vigore dal 10 ottobre 2025, eppure le vittime hanno continuato ad accumularsi: a inizio giugno il ministero della Sanità di Gaza contava quasi mille morti dall’inizio della tregua. Quasi l’intera popolazione resta sfollata; l’appello umanitario delle Nazioni Unite per il 2026 chiede oltre quattro miliardi di dollari; gli aiuti che entrano sono ancora insufficienti e i prezzi, per molti, restano fuori portata. Il cessate il fuoco e la risoluzione 2803, avverte l’Onu, «offrono speranza», ma questo orizzonte deve ancora tradursi sul terreno.

Su tutto questo la Chiesa di Terra Santa ha uno sguardo che osserva da vicino e non indulgente. Il patriarca latino di Gerusalemme, ad esempio, in passato ha definito il Consiglio per la pace «un’operazione colonialista, dove altri decidono per i palestinesi». Eppure, quello del card. Pierbattista Pizzaballa non è un rifiuto sterile: ogni passo reale in avanti lo accoglie e riconosce, ricordando però che il conflitto (tra israeliani e palestinesi) è ancora presente e servirà molto tempo per ricomporlo.

È forse questa la misura da tenere anche sulla roadmap del 30 luglio. Tra la pace e una firma in coda a un testo c’è ancora una grande distanza da colmare.

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