Essere Chiesa in Terra Santa oggi, riflessioni pastorali del cardinale Pizzaballa

Il Patriarcato latino di Gerusalemme ha pubblicato questa mattina la quinta lettera pastorale del cardinale Pierbattista Pizzaballa. Più lunga delle precedenti, raccoglie in una trentina di pagine le riflessioni maturate negli ultimi due anni e mezzo.
Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, pubblica oggi, 27 aprile 2026, una lettera pastorale indirizzata ai fedeli della sua diocesi, intitolata Tornarono a Gerusalemme con grande gioia.
È la quinta lettera pastorale che il patriarca propone al suo popolo dall’inizio del proprio ministero episcopale. È anche la più lunga, frutto di riflessioni maturate negli ultimi due anni e mezzo, vale a dire da quel tragico 7 ottobre 2023 che rappresenta un nuovo tornante nella storia della Terra Santa e nelle relazioni tra israeliani e palestinesi.
Il testo occupa una trentina di pagine e vuol essere «una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa», come recita il sottotitolo.
Una riflessione in tre parti
Il cardinale spiega il senso di questo «strumento di discernimento» di natura pastorale: «È da leggere poco alla volta – scrive – ed è pensata anche per promuovere dialogo e riflessioni all’interno dei nostri contesti ecclesiali, delle nostre comunità, nei monasteri e nelle famiglie. Il suo scopo non è offrire risposte immediate o soluzioni tecniche, ma aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa Terra alla luce del Vangelo». In questo senso è una proposta di riflessione aperta al confronto «anche dialettico, se necessario» con chi sia mosso dal desiderio sincero di cercare di comprendere la volontà di Dio per la Chiesa in Terra Santa.
Il documento si articola in tre grandi parti: in primo luogo ci sono considerazioni sul presente, anzi «sull’attuale stato di disordine», da parte del patriarca. La seconda parte propone una visione per la comunità diocesana, ispirata e ancorata alla Scrittura. La terza cerca di tradurre quella stessa visione in implicazioni pastorali per la diocesi in tutte le sue componenti.
Tentiamo qui una sintesi parziale del pensiero elaborato dal patriarca Pizzaballa nel suo testo, che merita certamente una lettura calma e una rielaborazione pacata – tanto personale quanto comunitaria – degli stimoli che offre.
Lo sguardo sulla realtà
Nel fotografare il panorama attuale della Terra Santa, con i risvolti sociali, politici e psicologici, il cardinale ammette che la lettura, dovendo essere sintetica, rischia di essere parziale. Un rischio messo in conto, nella consapevolezza di voler offrire considerazioni di ordine pastorale e non politico o sociologico. Come si diceva all’inizio, la lettera pastorale riassume riflessioni maturate nel corso dell’ultimo biennio abbondante. Pensieri che il cardinale Pizzaballa ha già espresso a voce alta in varie occasioni, interviste e discorsi pubblici anche in Italia e altrove nel mondo.
Gli eventi che hanno insanguinato la Terra Santa dal 7 ottobre 2023 in poi hanno ulteriormente accresciuto l’inimicizia tra i suoi popoli. Secondo il patriarca bisogna essere consapevoli che il conflitto durerà ancora molti anni. Anche perché la politica e le istituzioni civili «sembrano incapaci di uno sguardo lungo che offra prospettive». Così «in molti – specialmente tra i giovani – cresce il sospetto verso ogni possibilità di convivenza e verso la convinzione che esista un’alternativa credibile alla spirale di scontri e ingiustizie».
D’altronde «quello che stiamo vivendo non rappresenta solo un conflitto locale. È il sintomo di una crisi molto più profonda, di un cambiamento di paradigma a livello globale». Caduto un velo di ipocrisia, è venuto meno il riferimento al diritto e all’ordine internazionale, mentre «assistiamo al ritorno dell’uso della forza come strumento ritenuto decisivo per la risoluzione delle contese» e «la guerra è diventata oggetto di un culto idolatra».
Eppure, a questo genere di logiche dei decisori politici fa da contraltare «la coscienza civile dei popoli, maturata nel tempo e profondamente segnata dall’assimilazione dei valori della dignità della persona umana, del rispetto della vita e dei diritti fondamentali».
La guerra combattuta con le armi, di strage in strage, ha determinato anche un armarsi e uno sclerotizzarsi delle coscienze. Continuiamo a leggere nella prima parte della lettera: «il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta (…) L’odio ha scavato solchi profondi. Assistiamo a una dolorosa deumanizzazione dell’altro: quando egli diventa solo “il nemico”, tutto diventa lecito».
Eppure, sottolinea il cardinale, non bisogna dimenticare che ci sono modalità diverse di essere vittime: «Il dolore rimane sempre dolore, e non è nostra intenzione stilare una graduatoria della sofferenza. Pur nel rispetto delle varie situazioni e riconoscendone la complessità, tuttavia, non le possiamo considerare tutte identiche: esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità».
Dall’odio e dalla paura, che alimentano avversione ed esclusione, germogliano la tendenza alla polarizzazione e al richiudersi in gruppi omogenei, «in enclavi sociali dove si incontrano solo persone che la pensano allo stesso modo, che parlano lo stesso linguaggio, che condividono le stesse paure».
Si sono perse, altresì, le coordinate che permettevano di orientarsi (le categorie di convivenza, dialogo, giustizia, diritti ecc. che ispiravano le coscienze di molti) e il consenso sul significato di bene comune. Arranca anche il dialogo tra credenti delle altre fedi: «Non perché abbiamo smesso di incontrarci – osserva il cardinale Pizzaballa –. Ma perché il terreno dell’incontro è stato investito da quanto abbiamo descritto fino ad ora: sospetto, disillusione, stanchezza».
La Parola che illumina
Se questa, in buona sostanza, è la cornice entro cui si inserisce la comunità cristiana in Terra Santa, qual è la lampada che può illuminarne il cammino?
È un brano del Nuovo Testamento che viene proposto nella seconda parte della lettera, intitolata La vocazione – Il sogno di Dio chiamato Gerusalemme. Qui il patriarca torna a un’immagine a lui molto cara e che ha già più volte evocato come fonte di ispirazione per il suo ministero di vescovo: la visione della Nuova Gerusalemme, che suggella il Libro dell’Apocalisse (capitoli 21 e 22).
Questa meditazione biblica – a nostro avviso – costituisce il cuore della lettera. Tenendo davanti agli occhi la Gerusalemme celeste che risplende nell’ultimo libro della Bibbia cristiana, il cardinale propone un profilo ideale della comunità diocesana, che è poi anche la bussola che dovrebbe orientarne il cammino.
Invitiamo a seguire passo passo il cardinale in questa seconda parte, limitandoci qui a richiamare il passaggio finale in cui trae una serie di conseguenze. Eccole:
• Gerusalemme «è la patria sia degli israeliani che dei palestinesi, ed è rivendicata da entrambi come propria capitale. Tuttavia, le rivendicazioni esclusive sono in contrasto con la vocazione di Gerusalemme. Essa è piuttosto una città da condividere, un luogo di incontro».
• «Il carattere religioso di Gerusalemme non può essere ignorato in nessun accordo politico. I fallimenti passati lo dimostrano. Bisogna prendere coscienza che la caratteristica principale della Città Santa è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio».
• «L’armonia tra le comunità (ebrei, cristiani e musulmani) rimane il riflesso terreno dell’intimità con Dio. Le divisioni ne sono una negazione».
• «Le istituzioni religiose sono chiamate a un continuo rinnovamento spirituale per non diventare ostacoli alla conoscenza di Dio e all’incontro con il mondo».
• «Il possesso della terra e dei Luoghi Santi non può trasformarsi in assoluto ideologico. Servono nuovi equilibri che tengano conto delle esigenze vitali di tutti, superando la logica dell’esclusione. È possibile trovare forme di convivenza, rispettando ciascuno i luoghi dell’altro».
• «La comunità internazionale ha il dovere e il diritto di interessarsi a Gerusalemme, perché essa è di tutti. Il cuore del mondo è a Gerusalemme e ciò che vi accade coinvolge miliardi di credenti».
• «La Chiesa di Gerusalemme, piccola e resiliente, si trova a vivere qui e ora lo stile della Gerusalemme celeste: essere luogo accogliente, luce pasquale che rischiara le tenebre del rancore; essere casa dalle porte aperte, strumento di guarigione nel mondo. Questo è il suo sogno, la sua missione, il suo dono all’umanità».
Alle varie componenti del popolo cristiano
Nell’ultima parte della lettera, dedicata alle implicazioni pastorali, il cardinale Pizzaballa si rivolge a varie componenti della comunità diocesana.
Alle famiglie chiede di «diventare laboratori di riconciliazione, scuole di umanità, chiese domestiche». «Le nostre famiglie – soggiunge – sono il primo luogo dove si impara concretamente l’incontro con l’altro: il vicino di casa, il compagno di scuola di un’altra fede, il collega di lavoro. Se i genitori vivono relazioni di rispetto e apertura, i figli imparano che tali relazioni sono possibili. Se i genitori parlano con disprezzo di chi è diverso, i figli assorbono quel veleno e lo iniettano nel loro sguardo sul mondo».
Le scuole cristiane devono trasmettere agli allievi la coscienza cristiana, ma anche educarli a rileggere la storia con occhi liberi dal rancore educando al rifiuto della violenza e all’incontro con l’altro.
Negli ospedali e nelle opere sociali cristiane in Terra Santa «ebrei, cristiani e musulmani nascono, vengono curati, soffrono e talvolta muoiono insieme. Medici e infermieri delle diverse fedi lavorano fianco a fianco. In questi gesti quotidiani, l’amore di Dio si fa presente e redime divisioni che le parole spesso non riescono a curare». Osserva il patriarca: «bisogna far conoscere queste realtà per mostrare che un’altra via è possibile. Troppo spesso ascoltiamo solo le voci dell’odio. Troppo poco conosciamo di questi gesti silenziosi che tengono vivo il tessuto della nostra convivenza».
Dopo aver riconosciuto che molti di loro ora vivono soli, perché i loro familiari più giovani sono emigrati, il cardinale esprime gratitudine agli anziani: «Grazie per la vostra fedeltà silenziosa. Grazie per le preghiere che offrite giorno e notte. Grazie per la pazienza con cui portate il peso degli anni e della solitudine. Voi siete come radici profonde, che non si vedono, ma tengono in piedi l’albero. Senza di voi, la nostra Chiesa sarebbe più fragile».
Ai giovani, che sentono la spinta ad andarsene per cercare un futuro migliore altrove, il patriarca scrive: «Non credete a chi vi dice che qui non c’è futuro. Il futuro lo costruirete con le vostre mani, con la vostra intelligenza, con la vostra fede. La Chiesa vuole esservi accanto».
I sacerdoti sono esortati ad essere «per le comunità, un punto di riferimento saldo e positivo. Non semplicemente coloro che amministrano i sacramenti – che pure è compito essenziale – ma uomini capaci di ascoltare, di incoraggiare, di ricucire. La vostra parola, in un tempo di parole consumate e spesso velenose, assuma il tono di una parola di fiducia e di speranza. La vostra presenza sia presenza che unisce e che accoglie».
Parole di gratitudine sono dedicate anche ai religiosi e ai volontari cristiani che prestano servizio nelle scuole, nelle parrocchie, nelle situazioni di povertà. Dei religiosi il cardinal Pizzaballa scrive: «Penso con particolare gratitudine a chi, in questi mesi di guerra, ha condiviso fino in fondo la sorte della gente. Religiosi e religiose che hanno vissuto con la popolazione la fame, la paura, i bombardamenti. Quando tutto sembrava crollare, la loro presenza è diventata un segno potente: Dio non abbandona il suo popolo. Quando la morte sembrava prevalere, essi hanno continuato a pregare, a servire, a restare accanto a tutti».
A tutti, in chiusura, la lettera propone degli ambiti di impegno trasversali: portare avanti, nella vita di tutti i giorni, il dialogo ecumenico (anche considerando il fatto che tutte le famiglie sono ecumeniche, nel senso che i matrimoni tra cristiani di riti e Chiese diverse sono ormai la norma); imparare a dialogare con i non cristiani ascoltandone la storia, le sofferenze, le paure; rigettare la violenza; proporre la medicina del perdono, che non è «dimenticare, né giustificare il male, ma rompere la catena dell’odio»; rispondere allo scetticismo con la fiducia; adottare atteggiamenti di accoglienza.
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Ultimo aggiornamento: 27/04/2026 17:40

























