Al freddo nelle tende o tra i monconi di case per tutto l’inverno, circondati da rifiuti che si accumulano e rigagnoli di acqua putrida che non defluisce più nella rete fognaria distrutta. Assaliti da pulci e pidocchi, acari e zecche. Esposti alla scabbia che si comunica per contatto ed è difficile da contrastare in condizioni igieniche a dir poco precarie e senza farmaci adatti.
È in queste condizioni che ha trascorso l’inverno gran parte dei due milioni di gazesi, ancora chiusi dentro la Striscia dove il confronto militare tra i miliziani palestinesi di Hamas e l’esercito di Israele non è ancora terminato. È vero sì, che dopo il cessate il fuoco imposto da Donald Trump ai primi dello scorso ottobre le truppe dello Stato ebraico si sono ritirate dalla fascia costiera del territorio lungo la cosiddetta linea gialla. Ma da lì continuano a lanciare attacchi a terroristi veri o presunti. A metà aprile le persone uccise in questa nuova fase del conflitto erano 757, bambini inclusi.
Gli emissari del Board of Peace di Trump trattano con Hamas per indurlo a deporre le armi, ma intanto sul terreno non si scorgono grandi passi avanti. E con la guerra contro l’Iran gli israeliani hanno imposto una nuova stretta agli aiuti che entrano a Gaza. Padre Gabriel Romanelli, il parroco cattolico di Gaza, in un suo video testimonia: «Non entrano gli aiuti umanitari e beni necessari, come i materiali per ricostruire e l’olio per lubrificare i motori. Anche se la farina ora c’è, senza l’olio lubrificante anche il funzionamento dei motori elettrici che danno energia ai forni dei panifici è compromesso. Tra la gente si diffonde la paura che la guerra torni in modo terribile come lo scorso anno». (g.s.)























