Nelle ultime due settimane gli iraniani sono scesi in piazza perché sono scontenti e hanno fame: l’inflazione è salita al 40 per cento come indice generale, ma per i generi alimentari oltrepassa il 70 per cento, e per il pane (alimento base delle classi più povere) il 113 per cento.
Una nuova ondata di proteste, partita dalla serrata del bazar di Teheran ed allargatasi nelle zone più arretrate e povere del Paese, scuote da quasi due settimane l’Iran e pone seri interrogativi su quanto il regime possa ancora reggere senza cambiamenti radicali. La gente è scesa in piazza perché ha fame: l’inflazione è salita al 40 per cento come indice generale, ma per i generi alimentari oltrepassa il 70 per cento, e per il pane (alimento base delle classi più povere) il 113 per cento.
«Questa è la rivolta della periferia contro il centro, è la rivolta di persone che non sono rappresentate da nessuno all’interno del sistema e che nessuno vede», spiega, da Teheran, Saeed Laylaz, un analista di politica iraniana, molto conosciuto e stimato tra i giornalisti stranieri. «Per gli abitanti delle grandi città – osserva Laylaz – l’inflazione è a due cifre ma per coloro che abitano in piccoli centri è a tre cifre in quanto il loro bene di riferimento è il pane».
La decisione governativa, presa nelle ultime ore, di porre fine al sistema dei tassi di cambio calmierati per gli importatori iraniani ha provocato un’ulteriore impennata dei prezzi e dell’ira popolare. Le manifestazioni si stanno ingrandendo nei numeri e politicizzando contro il regime iraniano. Nonostante gli appelli del presidente Masoud Pezeshkian alla moderazione, la repressione sta diventando sempre più cruenta, anche se per ora non ai livelli della rivolta contro l’obbligo del velo del 2022 : i giornali iraniani parlano di 21 morti tra civili e poliziotti, mentre alcune organizzazioni non governative occidentali riferiscono di almeno 45 vittime tra i manifestanti. Nel tentativo di riportare la calma, il governo di Pezeshkian ha annunciato un aumento dei sussidi statali a partire dalla prossina settimana, che riguarderà la quasi totalità della popolazione (88 milioni di persone sui circa 90). «Troppo poco e troppo tardi», dicono in molti, in quanto i sussidi sono solo spiccioli simbolici.
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A portare la situazione ad uno dei suoi momenti più critici nella storia della Repubblica islamica sono state le sanzioni economiche, ulteriormente strette dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump negli scorsi mesi, e la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” scatenata contro l’Iran nel giugno 2025 da Israele con l’aiuto degli americani, mentre erano in corso colloqui informali e indiretti tra diplomatici statunitensi e iraniani. Gli attacchi militari di giugno, minimizzati in un primo momento da Teheran, hanno distrutto infrastrutture civili, raffinerie, centrali elettriche, provocando inoltre danni non definiti ai siti nucleari. Le città, compresa Teheran, sono rimaste, durante un’estate particolarmente torrida, senza acqua, elettricità, benzina. L’inquinamento ha raggiunto livelli tossici a causa delle miscele velenose usate al posto del petrolio. Ancora nel dicembre scorso, il governo iraniano non era in grado di raffinare il greggio per il mercato interno né, in mancanza di risorse economiche, di riparare i danni provocati dalla guerra. In questo contesto si sono acutizzate faide interne e moltiplicati errori politici. Il governo del presidente Pezeshkian non è riuscito finora ad adottare misure efficaci per difendere il potere di acquisto della valuta nazionale – il riyal – e le forze armate, nelle cui file sono numerosi i falchi del regime, hanno buon gioco nel premere sul pedale della repressione, giustificandola con la minaccia esterna e l’interventismo dichiarato di Israele e Stati Uniti nella crisi iraniana.
I nemici dell’Iran non si limitano certo a seguire con attenzione ciò che succede nell’ex impero persiano ma si stanno dando da fare attivamente per accelerare i tempi della caduta del regime. La testata digitale The Times of Israel ha riportato dichiarazioni di agenti del Mossad che parlano di nuclei già presenti tra i manifestanti iraniani. Trump ha minacciato l’intervento degli Stati Uniti per «salvare gli iraniani dalla repressione». Ci sono però anche sfumature importanti: Israele ha organizzato una propaganda a tappeto in favore del ritorno in Iran di Reza Palhavi, figlio dell’ex scià di Persia cacciato dalla popolazione con la rivoluzione del 1978-79. Gli Stati Uniti non sostengono invece questo personaggio, ha chiarito Trump, rifiutandosi anche di riceverlo alla Casa Bianca.
Di «cambio di regime» si continua comunque a parlare insistentemente. In questo senso, un secondo attacco militare contro la Repubblica islamica è previsto e “temuto” da molti iraniani, scrive il corrispondente da Teheran del Financial Times. Gli iraniani sono convinti che Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu approfitteranno del momento di massima debolezza della Repubblica islamica per cercare di sferrare il colpo fatale.
Finora, però, non è emersa alcuna forza o personalità interna in grado di coagulare il consenso popolare e di guidare un cambiamento profondo. Le manifestazioni sono ancora spezzettate e non coordinate le une con le altre. Intanto, da ieri (8 gennaio 2026), Internet è bloccato nel Paese e sono impossibili le comunicazioni online.





















