
È l'argomento di conversazione nel villaggio cristiano in Cisgiordania: un ordine militare vieta l'accesso a Taybeh. Gli interrogativi del parroco e le inquietudini degli abitanti.
È domenica 9 agosto e si è appena conclusa la messa nella parrocchia di Cristo Redentore. I fedeli si stanno dirigendo verso la sala parrocchiale, dove è tradizione chiacchierare davanti a un caffè. Sui gradini della chiesa alcuni uomini parlano nervosamente, fumando le loro sigarette. Quali saranno le conseguenze dell’ordine militare israeliano di cui sono stati informati? L’ordine stabilisce che Taybeh e Rammun, un villaggio vicino, a sud, sono dichiarati zona militare chiusa. L’accesso all’area sarebbe vietato ai cittadini israeliani e agli stranieri. Ognuno ha la propria interpretazione e gli abitanti del villaggio stanno esprimendo le loro preoccupazioni.
Che cosa dice esattamente quest’ordine? A chi si applica? Per quanto tempo? «Vedremo cosa succederà. Non conosco ancora i dettagli precisi di questa decisione», ci spiega padre Bashar Fawadleh, il parroco. Il sacerdote si riferisce ai possibili cambiamenti nel comando militare della Cisgiordania. Il 2 agosto, infatti, il ministro della Difesa Israel Katz ha detto di volere sostituire l’attuale responsabile del Comando centrale, il generale Avi Bluth. Il motivo è un contrasto tra il ministro e il generale sulla detenzione amministrativa di un colono estremista coinvolto in atti di violenza contro i palestinesi in Cisgiordania. «Forse c’è qualcosa di nuovo in ballo? Non sappiamo esattamente cosa cambierà».
Forse l’esercito israeliano intende impedire ai giovani delle colline – quei gruppi di coloni radicali stabilitisi negli avamposti circostanti – di entrare nel villaggio? Se questo è l’obiettivo, gli abitanti di Taybeh possono solo sperare di essere finalmente protetti. Ma lo strumento scelto potrebbe altrettanto facilmente – e più probabilmente – ritorcersi contro di loro.
→ Leggi anche: Il villaggio cristiano di Taybeh fa i conti con l’emigrazione
Perché vietare o limitare l’accesso a Taybeh a stranieri, israeliani, pellegrini, figure religiose, volontari e diplomatici equivarrebbe a isolare un villaggio già soffocato. «Per noi, questo non è un bene», avverte padre Bashar. «Le persone vogliono venire a trovarci, mostrare la loro solidarietà, offrire opportunità e ridare speranza alla popolazione».
Taybeh non è solo un villaggio palestinese circondato da insediamenti e avamposti. «Taybeh è anche un luogo sacro», ci ricorda il sacerdote. «Le persone vogliono visitarlo, venire qui, soggiornare, aiutare i suoi abitanti e incoraggiarli a rimanere. Impedire loro di farlo non è giusto».

Al centro del paese un segno della fede degli abitanti. (foto MAB/ Terre Sainte Magazine)
Gli abitanti del villaggio credono di avere buone ragioni per temere il peggio. Dal 2019, la parrocchia documenta gli ostacoli che affrontano nella loro vita quotidiana: restrizioni al traffico, barriere mobili, cancelli metallici installati sulle strade principali e secondarie e un accesso più difficile ai terreni agricoli, ai luoghi di lavoro, alle università e ai centri medici. Il rapporto pubblicato nell’aprile 2026 dall’Osservatorio sulla presenza cristiana in Terra Santa descrive un villaggio soggetto a un sistema di barriere fisiche e amministrative che pesano su ogni aspetto della vita quotidiana.
→ Leggi anche: Taybeh di nuovo nel mirino: i leader delle Chiese denunciano l’impunità
Gli abitanti del villaggio dubitano della capacità dell’esercito di difenderli dai coloni presenti in gran numero tra le sue fila. Spesso, infatti, si è vista la sua presenza durante questi atti di violenza, senza che mai intervenisse.
Il rapporto mensile redatto dalla parrocchia documenta dodici tipologie di incidenti solo per il mese di luglio 2026: incursioni su terreni e proprietà private, intimidazioni, furti, pascolo di bestiame in un uliveto che mette a rischio i raccolti, e così via. Nessuno di questi atti, preso singolarmente, è sufficiente a svuotare un villaggio. La loro ripetizione, tuttavia, sì.
«Le dichiarazioni non bastano più»
Un anno fa, dopo l’incendio scoppiato vicino alla chiesa bizantina di San Giorgio, i due patriarchi di Gerusalemme, greco e latino, si erano recati a Taybeh, circondati da una ventina di diplomatici. Alcune settimane dopo, anche l’ambasciatore degli Stati Uniti ha visitato il villaggio. Con quale risultato?
Padre Bashar sposta la questione. «Il punto è sapere se la mentalità dei fanatici e degli estremisti continua a guadagnare terreno o se possiamo fermarla. Questa è la vera questione».
Le visite sono state rassicuranti. Le dichiarazioni hanno portato alla luce la situazione del villaggio. Ma non hanno fermato le incursioni. «Tutte queste visite, tutte queste espressioni di solidarietà e tutte queste dichiarazioni pubbliche […] non bastano più. Dobbiamo fare un passo ulteriore».
Ciò significa proteggere gli abitanti, difendere il loro accesso alla terra, sostenere l’economia locale, venire a Taybeh e investire. Soprattutto, significa permettere alle famiglie di immaginare ancora un futuro nel villaggio. Quindici di loro se ne sono già andate dal 2023, dice il sacerdote. Altre stanno pensando di farlo. Dietro ogni partenza, ci sono parenti lasciati soli, una casa che viene sbarrata, un appezzamento di terra che nessuno potrà più coltivare.

(foto MAB/ Terre Sainte Magazine)
«Abbiamo bisogno che il Vaticano faccia sentire la sua voce», insiste il parroco. Ringrazia il cardinale Pierbattista Pizzaballa per il suo impegno, ma chiede maggiore pressione sulle autorità israeliane, sia da parte delle Chiese che delle missioni diplomatiche.
Nonostante tutto, padre Bashar continua a organizzare campi estivi, feste e celebrazioni con le tre comunità cristiane del villaggio. «Manteniamo questa gioia e questa speranza perché siamo cristiani. Non possiamo arrenderci», afferma. «Dobbiamo continuare ad andare avanti e seminare la speranza nei cuori della nostra gente, al posto della paura».
Al posto della paura. Ma non al posto della lucidità.
Perché la preghiera, aggiunge, non esime nessuno dall’agire: «La risposta concreta è aiutare le persone, stare al loro fianco, ascoltare ciò che dicono, prestare attenzione e creare qualcosa di significativo per loro».
Proteggere Taybeh non può quindi consistere nel mettere il villaggio sotto una cupola di vetro. Un villaggio non si salva isolandolo, soprattutto quando chi lo minaccia sembra non rischiare nulla disobbedendo agli ordini. Un villaggio si salva permettendo ai suoi abitanti di viverci.


























