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Damasco condanna Assad, l’Aia non lo ha mai giudicato

Terrasanta.net
12 agosto 2026
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Damasco condanna Assad, l’Aia non lo ha mai giudicato
Le immagini propagandistiche di Bashar al Assad visibili in ogni angolo della Siria fino alla fine del 2024.

Bashar al-Assad è stato condannato a morte in contumacia da un tribunale siriano. Ma per l’uso di armi chimiche contro i civili, negli anni della guerra, sarebbe dovuto comparire davanti alla Corte penale internazionale dell’Aia, competente su crimini contro l’umanità e crimini di guerra.


La notizia della condanna a morte in contumacia inflitta all’ex dittatore siriano Bashar al Assad, l’11 agosto 2026, non è stata una sorpresa. Il tribunale istituito per giudicare chi ha dominato la Siria durante 24 anni, 14 dei quali il Paese è stato devastato da una guerra civile con mezzo milione di vittime, è espressione del nuovo governo insediato a Damasco.

La leadership che ora governa in Siria proviene in larga parte da Hayat Tahrir al Sham (Hts), formazione armata islamista che si è opposta ad Assad per anni e che alla fine del 2024 è riuscita a metterlo in fuga a Mosca. L’ex dittatore, infatti, non sconterà la condanna perché attualmente è protetto dal regime russo che, fin dal 2015, lo aveva sostenuto nella guerra contro gli oppositori interni.

Quando Hts in poche settimane ha rovesciato il regime, ha aperto le porte delle celle dei prigionieri politici, la più nota delle quali è quella di Sednaya. Torture, incarcerazioni senza processo e sparizioni hanno riguardato decine di migliaia di persone e sono stati all’ordine del giorno per oltre mezzo secolo in Siria, sia durante il governo di Hafez al Assad (1970-2000) sia di suo figlio Bashar. Anche per il fratello di Bashar, Maher, ex capo dell’esercito coinvolto nella produzione e nel traffico di Captagon – che aveva reso la Siria un narcostato – è arrivata una condanna a morte.

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Per chi crede nel valore del diritto internazionale sarebbe stato meglio se il processo si fosse svolto davanti alla Corte penale dell’Aia, che da oltre vent’anni ha competenza per quei crimini come genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, per i quali si risponde davanti a tutti i Paesi. La Corte – che non può condannare a morte – ha incriminato, tra gli altri Vladimir Putin nel 2023 e Benjamin Netanyahu nel 2024.

Gli elementi per istruire un processo contro Assad non sarebbero stati pochi: nel lungo elenco di crimini e stragi compiute dal regime di Bashar al Assad, di cui si aveva ampia conoscenza ma di cui emergeranno nel tempo sempre più dettagli, uno spazio particolare occupano le armi chimiche.

Abolizione delle armi chimiche, una lunga storia

Era il 1993 quando la comunità internazionale mise nero su bianco la Convenzione sulle armi chimiche (Cwc): sviluppo, produzione, stoccaggio e utilizzo venivano vietati, e veniva fissato l’obbligo di distruggere gli arsenali esistenti. Il trattato entrò in vigore nel 1997, con l’Opac come organizzazione incaricata di vigilare sull’applicazione degli accordi.

Le radici di questa battaglia affondano in oltre un secolo di storia, a partire dagli orrori della Grande Guerra, quando cloro, fosgene e iprite falciarono decine di migliaia di vite. Da lì in poi le armi chimiche non sparirono: comparvero nei conflitti coloniali (ad esempio, nell’Etiopia invasa dall’Italia fascista) e continuarono a essere prodotte e accumulate nella Seconda guerra mondiale e nella guerra fredda. Il napalm cadde su Tokyo nel 1945 e per anni sul Vietnam; Saddam Hussein fece ricorso al gas nervino sia contro l’Iran, nella guerra del 1980-1988, sia contro i curdi di Halabja nel 1988.

Si dovette attendere il disgelo tra Est e Ovest, negli anni Novanta, perché la Cwc diventasse realtà. I risultati, col tempo, arrivarono, se nel 2021 la quasi totalità degli arsenali chimici mondiali risultava smantellato. A non aver mai aderito restano solo tre Paesi: Corea del Nord, Egitto e Israele. La Siria di Assad firmò tardi, il 14 settembre 2013: proprio mentre il mondo scopriva che Damasco possedeva armi chimiche e le stava usando contro la propria popolazione.

Agosto 2013, attacchi ai civili

Nella notte del 21 agosto 2013 due attacchi con sarin si abbatterono sulla Ghouta, alle porte di Damasco: il bilancio, secondo le stime, oscilla tra 300 e 1.700 morti. Damasco negò ogni responsabilità, ma l’inchiesta Onu escluse che i ribelli avessero i mezzi per un’operazione di quella portata. Non fu un episodio isolato: a marzo un attacco a Khan al-Asal aveva già ucciso una ventina di persone, e altri ne seguiranno nei mesi successivi.

Barack Obama, presidente degli Usa allora in carica, aveva parlato di «linea rossa»: superarla avrebbe significato un intervento militare americano. Ma l’opinione pubblica, contraria a un coinvolgimento diretto, aprì la strada a una mediazione russa: Assad accettò di aderire alla Cwc e avviò, dal 6 ottobre 2013, la distruzione del proprio arsenale sotto controllo dell’Opac che ricevette per questo il Nobel per la pace, poche settimane più tardi.

Gli attacchi, però, non si sono fermati: un centinaio di vittime a Khan Shaykhun nell’aprile 2017 e una quarantina a Duma l’anno successivo. In entrambi i casi le responsabilità del regime furono confermate da un’inchiesta congiunta Onu-Opac e da Human Rights Watch. Il rapporto Nowhere to Hide del 2019 segnalò che nella maggioranza di questi attacchi era impiegato cloro, sostanza a basso costo e di facile reperibilità.

Su oltre 300 attacchi chimici censiti durante la guerra civile siriana, il 90 per cento è stato successivo al superamento della «linea rossa», e la responsabilità è ricaduta quasi sempre su Assad. Nel 2017 Mosca pose cinque volte il veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu per bloccare risoluzioni punitive. Ma gli attacchi con armi chimiche, insieme ai bombardamenti a grappolo, continuarono a costringere intere popolazioni a fuggire dalle loro case e a non farvi più ritorno.

Un processo internazionale sulle armi chimiche resta, con ogni probabilità, un’ipotesi remota: i conti con Assad e il suo regime, per ora, i siriani li regolano all’interno. (f.p.)

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