
È noto: mentre tutti guardiamo alla Striscia di Gaza, in Cisgiordania si sono intensificate dal 7 ottobre 2023 intimidazioni e violenze di gruppi di coloni ebrei contro la popolazione palestinese. Quali echi suscitano nella società israeliana? Ne parliamo con tre attivisti israeliani schierati per la convivenza dei due popoli.
In un appello pubblicato lo scorso 24 luglio, sette esperti delle Nazioni Unite hanno espresso grave preoccupazione per le violazioni continue da parte di coloni ebrei estremisti contro contadini e lavoratori agricoli palestinesi in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est. Gli esperti rilevano un preoccupante schema di attacchi, tollerati dalle forze di sicurezza israeliane, che comprende: aggressioni ai civili, distruzione di case e mezzi di sussistenza, sfollamento forzato di famiglie. Nell’analisi, si evidenziano anche significativi danni economici, tra cui una stima di 76 milioni di dollari di danni agricoli diretti in Cisgiordania tra il 7 ottobre 2023 e la fine del 2024. Si stima che il Pil della Cisgiordania sia diminuito di oltre il 19 per cento e che il tasso di disoccupazione sia salito al 35 per cento (con tutto ciò che consegue, in termini di disagio, per le famiglie).
«Gli atti di violenza, la distruzione di proprietà e la negazione dell’accesso alla terra e alle risorse sembrano costituire un modello sistemico di violazione dei diritti umani», si legge nel citato appello. «La violenza dei coloni ha comportato incendi dolosi, furti di bestiame e l’avvelenamento o la distruzione di sorgenti d’acqua. (…) I continui attacchi contro le comunità beduine, contadine e rurali palestinesi non sembrano essere accidentali, ma piuttosto una strategia intenzionale per cancellare la loro presenza in aree agricole chiave».
Abbiamo cercato di individuare le radici – e qual sia la percezione – di tali violenze all’interno della società civile ebraica israeliana. Per farlo abbiamo intervistato tre figure attive – in modi diversi – sul versante opposto, quello dei diritti umani e della convivenza tra israeliani e palestinesi. Le conversazioni si sono svolte in videochiamate distinte e le domande, in parte, volutamente si ripetono.
La prima voce è quella di Roi Silberberg, dal 2020 direttore della Scuola per la pace del villaggio di Neve Shalom Wahat al-Salam. La Scuola lavora, attraverso programmi a lungo termine, con gruppi di giovani e professionisti israeliani e palestinesi, con l’obiettivo di far crescere la consapevolezza sul conflitto e sulla responsabilità personale dei cittadini.
La seconda testimonianza è di Efrat Reubinof, una giovane che fa parte di Bnei Avraham («Figli di Abramo»), organizzazione religiosa ebraica i cui membri provengono da contesti differenti. Tra loro vi sono appartenenti a comunità haredi, ortodosse e tradizionali. I volontari di Bnei Avraham negli ultimi anni sono stati presenti a Hebron, Gerusalemme e nella Valle del Giordano, a fianco delle comunità locali palestinesi sotto attacco dei coloni.
Il terzo a intervenire è Martin Goldberg, membro di Looking the Occupation in the Eye. Ora che è in pensione è molto attivo come volontario in Cisgiordania, in particolare nella Valle del Giordano. Insieme al suo gruppo, cerca di proteggere i beduini e le piccole comunità di allevatori sotto minaccia costante.
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Roi Silberberg

Roi Silberberg (a destra) mentre parla in un incontro pubblico (foto Scuola per la pace/NSWAS)
• Roi, quali sono, dal suo punto di vista, le radici di questa violenza esercitata dai coloni estremisti in Cisgiordania?
È certamente parte integrante dell’occupazione, ma l’attuale governo l’ha portata, per così dire, a un nuovo livello. Episodi e atti violenti restano impuniti, mentre l’esercito e la polizia israeliani, anziché proteggere gli aggrediti, aiutano gli autori di tali attacchi. Lo fanno in modi diversi: fermando o arrestando i palestinesi che cercano di proteggersi lottando contro questi gruppi criminali, imponendo un blocco a un villaggio in modo che non arrivino aiuti dall’esterno e da lasciare campo libero a incendi o violenze di vario tipo. In pratica, esercito e polizia sono corresponsabili nel proteggere i criminali: li aiutano a perpetrare linciaggi e altre violenze nei villaggi palestinesi.
In merito alle radici di tali atteggiamenti, senza dubbio avere nel governo due ministri di estrema destra che hanno dedicato la propria carriera politica alla violenza contro i palestinesi ha reso molto più facile perpetrare atti del genere. Mi riferisco a Bezalel Smotrich (ministro delle Finanze ma anche tra i responsabili del ministero della Difesa, che esercita il controllo sulla Cisgiordania) e a Itamar Ben-Gvir, ministro della Sicurezza interna e, in quanto tale, responsabile della polizia.
Quelle descritte sono le radici pratiche, ma le radici ideologiche affondano molto più indietro nel tempo. Il fatto che ci sia un’occupazione e che un popolo viva sotto occupazione, senza diritti, accanto a un altro popolo che gode invece di pieni diritti, è una condizione che dura ormai, com’è noto, da decenni.
• Dunque si può concludere che la violenza di questi gruppi sia iniziata con l’occupazione, come parte integrante di essa, e che negli ultimi anni è cresciuta ai livelli attuali?
Sì. Va aggiunto poi che le yeshivot (le scuole religiose) e altre organizzazioni giovanili ebraiche presenti in Cisgiordania sono finanziate in maniera massiccia dallo Stato. Tali contesti giovanili spesso sono tra gli organizzatori di quegli attacchi e atti vandalici.
• Esistono studi su questi temi, o una riflessione da parte del mondo accademico israeliano?
Uno degli studi più noti in questo campo è quello condotto da Yael Berda, ricercatrice dell’Università ebraica di Gerusalemme, all’inizio degli anni 2000. Ha indagato in particolare sulla violenza dei soldati israeliani nei confronti dei palestinesi. Berda è molto critica, ovviamente, ma ha comunque individuato alcuni tratti di differenza in questo tipo di violenza. Afferma infatti che il numero di casi di stupro da parte dei soldati israeliani verso i palestinesi è largamente inferiore rispetto ad altre Occupazioni, e sostiene ciò sia dovuto a ragioni razziste. Quello citato è uno degli studi più noti, ma, in generale, non ci sono molti studi accademici in questo ambito.
• I media principali, in Israele, mostrano quanto sta accadendo in Cisgiordania? Qual è il grado di consapevolezza delle persone comuni?
I media mainstream perlopiù non riferiscono di questi attacchi. Sporadicamente appare qualche notizia, ma la maggior parte dei media non ne parla. Inoltre, dallo scoppio della guerra a Gaza è calato ulteriormente il silenzio. C’è stato un periodo in cui anche i media internazionali non ne erano a conoscenza: abbiamo cercato di renderli più consapevoli.
Va tenuto presente che, già prima della guerra a Gaza, i media israeliani non erano molto affidabili quando si trattava di violenza in Cisgiordania, ma ora lo sono ancora meno. L’opinione pubblica è consapevole solo di alcuni aspetti: c’è un esempio, al riguardo, che mi pare eloquente. Poco prima del 7 ottobre 2023, Tzvi Sukkot, un membro della Knesset ed esponente dell’estrema destra religiosa, si è recato nel nord, in un villaggio vicino a Jenin, un’area nella quale, com’è noto, il livello di tensione tra coloni e abitanti è piuttosto alto. Tzvi Sukkot si è fermato lì una notte, compiendo, con altri, atti provocatori verso gli abitanti. In quell’occasione, alcune forze dell’esercito sono state inviate dal confine della Striscia di Gaza a Jenin apposta per proteggerlo. Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, sui media israeliani sono quindi apparse accuse verso la destra. La critica ufficiale era: «La destra provocatoria e violenta costa insicurezza alla società israeliana». Ecco, penso che questo episodio rappresenti un buon esempio. Quei servizi giornalistici non raccontavano l’accaduto a partire da una consapevolezza di diritti umani violati, ma da un altro punto di vista.
• Quale spazio attribuite a questo tema durante le sessioni di dialogo condotte dalla Scuola per la pace?
È una questione molto importante e sentita dagli allievi. Si presenta sempre. Sappiamo perfettamente che, mentre tutti gli occhi del mondo sono oggi rivolti alla Striscia di Gaza, la destra in Israele è politicamente molto impegnata in Cisgiordania, dunque dobbiamo mantenere i riflettori accesi, anche nel discorso pubblico, su quanto vi sta accadendo. Così, uno dei temi più urgenti che poniamo sul tavolo nel nostro processo di dialogo è proprio il fatto che, fondamentalmente, ci sono delle influenti forze politiche nella parte ebraica il cui principale tentativo è quello di abolire ogni possibilità di indipendenza palestinese, di continuare per l’eternità l’oppressione, la perdita di tutti i diritti e della terra. Si tratta di un preciso progetto politico.
• Sul piano concreto, cosa state facendo?
Cerchiamo di aiutare i nostri diplomati e allievi a essere presenti anche in Cisgiordania. Da anni, i nostri allievi portano avanti diverse attività nei Territori Occupati: iniziative, esperienze di volontariato, progetti.
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Efrat Reubinof

Efrat Reubinof
• Efrat, ci racconta il suo impegno in prima persona in risposta alla violenza dei coloni?
Nel 2024 ho frequentato il corso per “Agenti di cambiamento nelle città miste” della Scuola per la pace di Neve Shalom Wahat al-Salam. Al termine del corso, ho deciso di dar vita a un progetto concreto. Con altri, ho formato un gruppo di attivisti ebrei religiosi che, ogni sabato, fornisce nella parte meridionale della Valle del Giordano – zona sempre più vittima della violenza dei coloni – una presenza protettiva agli abitanti del villaggio di Ras ‘Ein al ‘Auja, che vivono perlopiù di pastorizia. Il progetto è in collaborazione con Rabbini per i diritti umani e HaSmol HaEmuni (The Faithful Left).
• Quali sono, secondo lei, le radici della violenza dei coloni estremisti nei Territori Occupati?
Credo che le radici di questa violenza risiedano nell’idea che l’intera Terra d’Israele ci appartenga e che dobbiamo rivendicarla tutta, con ogni mezzo necessario. I coloni violenti considerano i palestinesi un “ostacolo” che deve essere rimosso dalla “loro” terra. Se una comunità o un villaggio palestinese viene visto semplicemente come un intralcio al nostro obiettivo – la conquista della terra – tutto diventa lecito per cacciarlo: pogrom, espulsioni, intimidazioni, violenza.
Ma a mio avviso c’è anche qualcosa di più profondo: la radice della violenza risiede anche in sentimenti di dolore e paura. Non voglio assolutamente difendere – né tantomeno giustificare – questi coloni estremisti, ma credo sia importante tenere presente che molti di loro sono giovani che hanno perso amici negli attacchi portati avanti dai palestinesi in Cisgiordania. Queste sono persone che vivono con una reale paura degli attacchi terroristici, delle pietre lanciate contro di loro, e vogliono sentire di poter vivere al sicuro. La loro paura è quella di poter essere uccisi da un giorno all’altro. Così, vogliono invece sentire di avere il controllo, di poter eliminare la minaccia accaparrandosi sempre più terra. Credo che le loro azioni non portino alcuna sicurezza. Ma se mi chiedi le radici di questa violenza, rispondo dicendo che dovremmo parlare di entrambi gli aspetti: c’è un’ideologia religiosa (secondo la Bibbia la terra è nostra, ci è stata promessa da Dio) e parallelamente ci sono anche paure e dolori profondi, che portano ad azioni orribili.
• Da credente, cosa pensa dell’uso della forza giustificato da ragioni religiose?
La fede ebraica non c’entra nulla con ciò che questi coloni violenti stanno facendo. L’ebraismo non contempla forza e violenza. Non riguarda la proprietà della terra, ma l’appartenenza ad essa. C’è una grande differenza. Dobbiamo imparare a vivere insieme qui, riconoscendo che tutti noi abbiamo un diritto, un’appartenenza, un legame con questo luogo: non solo gli ebrei. L’organizzazione di cui faccio parte – Bnei Avraham (“Figli di Abramo”) – riunisce ebrei religiosi che credono nel nostro antenato comune, Abramo, e credono che tutti noi apparteniamo a questo luogo e dobbiamo trovare il modo di coesistere, in un contesto di collaborazione e solidarietà. Non considerando la questione come «noi o loro», ma come partner: figli dello stesso Padre.
Nella nostra organizzazione cerchiamo di offrire agli ebrei religiosi un’alternativa: proponiamo loro di opporci insieme ai coloni violenti. Credo inoltre che questi gruppi estremisti ci abbiano allontanato ancora di più da qualsiasi possibilità di raggiungere un accordo politico o di costruire un rapporto di fiducia tra palestinesi e israeliani. Attraverso la violenza non otterremo nulla. Attraverso il dialogo e gli incontri reali, potremo – forse – costruire qualcosa.
• Qual è, a suo avviso, il ruolo del campo pacifista in Israele oggi?
Attualmente il campo per la pace in Israele rappresenta purtroppo una minoranza. La maggior parte delle persone crede che non ci sia più nulla di cui parlare, né alcuna possibilità di raggiungere un accordo coi palestinesi. Noi invece continuiamo a nutrire questa speranza. Una guerra senza fine non è la soluzione. Anche se siamo una minoranza, non ci arrenderemo: continueremo a tenere fede a questa visione.
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Martin Goldberg

Martin Goldberg (foto Maya Hed)
• Martin, perché ha scelto di dedicare gran parte del suo tempo come volontario nei Territori Occupati?
Perché Israele – nel bene e nel male – lo sento come casa mia, e non sono d’accordo con ciò che è diventato. Sono nato a Londra, sono arrivato qui quando avevo diciotto anni. Avrei dovuto fermarmi un anno, invece ho scelto di restare. Era il 1982. All’epoca il Paese era molto, molto diverso. Oggi non rispetta i valori dei diritti umani, della libertà di parola e tutti i requisiti umani fondamentali per definirlo uno Stato democratico. Così, insieme all’organizzazione di cui faccio parte, sto facendo tutto il possibile per renderlo un posto migliore.
• Quali sono, nella sua esperienza, i tratti salienti degli atti violenti perpetrati dai coloni in Cisgiordania?
Il livello delle violenze era già molto alto prima del 7 ottobre 2023 e della guerra a Gaza, ma in seguito a questi è esploso in modo esponenziale. Ora i coloni non hanno problemi a presentarsi armati. Nei casi peggiori si uniscono alla polizia e all’esercito: c’è una collusione chiara. Se chiamiamo l’esercito o la polizia, spesso non si presentano. I coloni stanno inglobando le fonti d’acqua, rendono insostenibile la vita delle comunità di agricoltori e pastori costruendo nuove strade sterrate che ostacolano il passaggio, e via di seguito.
L’idea di fondo che stanno portando avanti è quella di una pulizia etnica: non vogliono che ci siano arabi nello Stato d’Israele e nei Territori Occupati. Questo è evidente soprattutto nelle colline a sud di Hebron (come l’area di Masafer Yatta – ndr) e nella valle del Giordano, ma si estende anche a diversi altri luoghi, che vengono attaccati quotidianamente. Ne cito solo alcuni di cui ho testimonianze dirette: Michmas (villaggio a nord-est di Gerusalemme), Sinjil (cittadina a nord-est di Ramallah), il villaggio beduino di Um El Hir.
• Nella società israeliana qual è la percezione di quanto accade in Cisgiordania?
È difficile generalizzare, ma la mia impressione è che, nel migliore dei casi, le persone siano del tutto indifferenti. Per loro noi «abbiamo problemi ben più gravi a cui pensare: quello che ci hanno fatto il 7 ottobre, i morti, i rapiti…». E questo è lo scenario «migliore». Un’altra parte della società israeliana, invece, sostiene la violenza dei coloni. È convinta che stiano proteggendo «i nostri», anche grazie agli avamposti illegali, ed è contraria a chiunque non la pensi così.
Oggi la gente qui è stanca di scendere in strada indossando magliette con slogan contro le politiche del governo. Ci sono molte persone contrarie all’attuale governo, ma ciò non significa che siano consapevoli delle conseguenze dell’occupazione in Cisgiordania. Molti attivisti, di fatto, credono in una democrazia riservata solo agli ebrei, nella quale solo gli ebrei godono di tutti i diritti. Io lo trovo spaventoso.


























