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Nivine Sandouka: «Potere alla società civile, via gli estremisti»

Manuela Borraccino
14 luglio 2025
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Nivine Sandouka: «Potere alla società civile, via gli estremisti»
Nivine Sandouka, palestinese, femminista e attività per la pace. (foto AllMep)

«Non possiamo mollare, lasceremmo il campo libero alla guerra infinita» dice Nivine Sandouka, palestinese, direttrice regionale di AllMep, una coalizione di 170 organizzazioni pacifiste israeliane e palestinesi, protagonista del forum per la pace che si è svolto in giugno a Parigi


L’architettura di una nuova pace regionale non può che passare «per un quadro politico e di sicurezza globale per tutto il Medio Oriente», intraprendendo «con coraggio» la creazione di uno Stato palestinese «e il contrasto responsabile alle politiche distruttive, all’espansione illegale degli insediamenti e all’annessione di fatto» di Israele, portando nelle aule dei tribunali «tutti coloro che cercano di minare una risoluzione non violenta» del conflitto israelo-palestinese.

Parla anche di accountability, ovvero di assicurare alla giustizia chi si macchia di crimini, Nivine Sandouka in un colloquio via Zoom con Terrasanta.net. Da tre anni è direttrice regionale di Alliance for Middle East Peace (AllMep), una coalizione di 170 organizzazioni non governative che lavora per la riconciliazione tra arabi ed ebrei in Israele e in Medio Oriente con l’ambizione di creare un Fondo internazionale indipendente per la pace israelo-palestinese simile a quello istituito per l’Irlanda del Nord. Fondata nel 2006 e con sede a Washington D.C., il suo appello per la soluzione dei due Stati ha concluso il forum di Parigi preliminare alla Conferenza dell’Onu, ora rimandata al 28 e 29 luglio a New York.

Leggi anche >> Conferenza Onu sui due Stati per due popoli, se ne riparla più avanti

 

Nata nel 1982 a Gerusalemme est dove vive con il marito e il figlio di 14 anni, Sandouka ha respirato fin dall’infanzia la partecipazione politica: suo nonno era il mukhtar, ovvero il referente del quartiere di Shafat dove la sua famiglia viveva. Dopo la laurea in Biologia all’Università do Betlemme, ha lavorato per diverse agenzie internazionali come Oxfam e Care International ed è membro di diverse organizzazioni per i diritti civili e politici dei palestinesi. «Come palestinesi dobbiamo intraprendere un rinnovamento deciso dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina: mancano donne e giovani, non è con gli anziani che potremo costruire un futuro diverso», dice in questa intervista.

  • Due mesi fa l’incontro It’s time a Gerusalemme. Un mese fa il forum di Parigi, mentre Israele attaccava l’Iran. Ogni giorno si contano nuove vittime. Come vive questa dissonanza fra i vostri sforzi e la brutale realtà sul terreno?

Come persone che lottano per un futuro diverso da questo presente, noi non possiamo permetterci di mollare. Perché se molliamo lasciamo il campo libero agli estremisti di entrambe le parti e questa guerra continuerà. Viviamo qui e con molti partner israeliani condividiamo una visione: possiamo vivere insieme su questo territorio sulla base di un riconoscimento reciproco e sulla base di una comprensione reciproca delle rispettive narrazioni del passato ma con una visione comune del futuro. Benché sia uno degli aspetti più impegnativi di questa situazione, teniamo presente che i palestinesi attivi nelle nostre iniziative vengono costantemente insultati e attaccati per essere dei «normalizzatori», per essere quelli che «dimenticano i massacri in corso a Gaza e intrattengono tranquille conversazioni con gli israeliani», così come gli attivisti israeliani passano per essere dei traditori. Quello che i nostri detrattori ignorano è che entrambi i versanti sono composti da persone che condividono la fiducia di poter convivere su questa terra.

  • Secondo Lei quali sono i risultati di questi incontri?

A Parigi abbiamo avuto una discussione ad altissimo livello su temi specifici: tutti i presenti, israeliani e palestinesi, hanno ribadito di desiderare il rilascio degli ostaggi, la fine dei bombardamenti a Gaza, l’inizio della ricostruzione. È stata anche ribadita la necessità del riconoscimento dello Stato di Palestina e di costruire un orizzonte politico per entrambi i popoli. Benché sia così difficile immaginare che un palestinese possa dialogare con un israeliano, mentre ogni giorno vengono massacrati civili innocenti, il punto è che questo è l’unico spazio che ci rimane. Perché se ciascuno di noi non fa quello che solo lui può fare, allora l’unica realtà che resterà è questa guerra infinita. Occorre prendere posizione e rimanere saldi in quella che anche a noi a volte sembra una proxy-war, una guerra per procura fra due fronti: da una parte i pacifisti, quelli che lottano per l’umanizzazione dell’altro, dall’altra gli estremisti che promuovono il razzismo.

Un momento dei lavori del Forum di Parigi per la pace e la soluzione dei due Stati, 13 giugno 2025. (foto AllMep)

  • Non pensa che l’Arabia Saudita e la Lega araba avrebbero potuto fare di più in questi 21 mesi per fermare la guerra?

Le assicuro che tutti i leader arabi stanno esercitando la massima pressione, alternando il bastone alla carota con Israele. Il principe Mohammed Bin Salman ha ribadito più volte che non ci sarà alcuna normalizzazione con Israele finché non ci sarà uno Stato palestinese. Il problema a mio avviso non sono gli arabi. Il problema è che il presidente Trump è l’unico che possa imporre a Netanyahu di porre fine alla guerra, e che la comunità internazionale deve sottoporre a processo il governo israeliano per i crimini compiuti a Gaza. Per noi resta in piedi il paradigma dell’Iniziativa araba di pace del 2002. Sono passati 23 anni, ma conserva la sua validità.

  • Ci sono sostenitori di diverse opzioni fra voi, da chi appoggia quella di due Stati a chi propone Una terra per tutti. Quali sono le azioni che ritenete necessarie per avviare un vero processo di pace?

Il primo è la ricostruzione della Striscia di Gaza, che non avverrà solo sul piano fisico: non si tratta solo di rimuovere le macerie e ricostruire gli edifici, ma di assicurare in primo luogo ai gazesi aiuti umanitari, sostegno psico-sociale e socio-sanitario, farsi carico di almeno 20mila minori orfani e decine di migliaia di vedove traumatizzate. Oltre a questi due binari da percorrere contemporaneamente, il terzo riguarda la fine della violenza dei coloni in Cisgiordania: ci sono campi profughi che sono stati completamente distrutti in questi quasi due anni, abbiamo migliaia di sfollati interni ovvero rifugiati che per la terza volta hanno perso casa e lavoro e non hanno un posto dove andare. Devono esser create strutture e meccanismi di protezione dei civili palestinesi dagli assalti dei coloni, che a loro volta devono essere assicurati alla giustizia e processati per quello che hanno fatto. Oltre al livello di negoziati politici di alto livello sul “giorno dopo” la fine della guerra, altrettanto importante è avviare il processo dalla base: abbiamo bisogno di mettere insieme israeliani e palestinesi della società civile, dobbiamo far entrare in azione tutti i costruttori di pace incontrati in questi anni per mettere in piedi il processo di riconciliazione e di adesione ad una visione comune del futuro.

Dobbiamo inoltre prestare attenzione all’economia: centinaia di migliaia di palestinesi hanno perso il lavoro e non possono entrare in Israele per cercarne un altro, l’Autorità nazionale palestinese è sull’orlo della bancarotta. Fermare la violenza non basta: dobbiamo pensare a come mettere i palestinesi in grado di sostenersi.

  • Che tipo di collaborazione ricevete dai vostri partner contro gli assalti in Cisgiordania?

Molti volontari israeliani cercano di proteggere come possono i palestinesi e le loro proprietà: Masafer Yatta è un buon esempio, come anche molti villaggi della valle del Giordano e intorno a Ramallah. Con la loro sola presenza prevengono assalti e abusi, ma non basta. È evidente che deve esserci un contrasto a livello politico e governativo, mentre oggi vediamo esattamente il contrario: se passasse la legge che punta a tassare i finanziamenti di queste organizzazioni per i diritti umani, molte non avrebbero più fondi per le loro attività. In AllMep facciamo tutto il possibile per amplificare le loro voci e proteggere l’operatività delle associazioni che rappresentiamo.

  • A che punto è la raccolta fondi di Allmep per un Fondo internazionale indipendente per la pace israelo-palestinese?

Questa è una delle maggiori sfide che la società civile affronta per portare avanti le campagne di trasformazione delle nostre realtà: la lotta per la pace ha bisogno di finanziamenti e la comunità internazionale deve investire sui costruttori di pace, potenziare e ampliare il lavoro della società civile, aiutare a formare gruppi di sostegno in entrambe le società pronti ad abbracciare la fine del conflitto. Oltre a fermare la sospensione dei finanziamenti per le organizzazioni pacifiste, ci deve essere uno sforzo internazionale per fornire una protezione legale e politica esplicita agli attivisti per la pace che sono vittime di vessazioni, delegittimati e a rischio della propria sicurezza. Sono loro l’avanguardia di un futuro pacifico. Oltre al sostegno di Gran Bretagna, Francia e Germania, riceveremo un fondo di 18 milioni di euro da Bruxelles come strumento innovativo della Politica estera e di sicurezza dell’Unione europea. Dall’anno scorso si lavora anche a un coordinamento più stretto fra i Paesi donatori del G7 e le azioni sul campo della società civile.

  • Molti palestinesi criticano una narrazione che vuole i palestinesi ridotti quasi esclusivamente a vittime sottomesse, anziché emblemi di resilienza. Lei che cosa ne pensa?

Non c’è dubbio che ci sia una parte di verità in questa riflessione: che sia una percezione prodotta dalla nostra esperienza esistenziale o indotta dall’esterno, è un dato di fatto che con la guerra a Gaza i palestinesi sono intrappolati in questo vittimismo che non aiuta a costruire e ad alimentare un’identità positiva, proattiva di fronte a questo conflitto asimmetrico, con tutto il senso di oppressione che reca con sé. Dobbiamo investire in una nuova narrazione in entrambe le società, poiché una pace duratura non può basarsi solo sui trattati, ma deve essere radicata nella guarigione. È assolutamente indispensabile includere i giovani e le donne nell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, dove oggi mancano il loro sguardo e la loro energia, così necessari per costruire una vera democrazia palestinese.

  • Con la sua posizione apicale lei è un’eccezione nella società palestinese. Che cosa impedisce una maggiore partecipazione delle donne?

Abbiamo moltissime donne presenti sia nella società che nell’economia palestinese: ci sono ormai tante donne attive in comitati di base che si occupano di istruzione, assistenza sanitaria, diritti del lavoro, campagne di contrasto all’occupazione… La sfida maggiore per queste donne è di riuscire (come non succede quasi mai) a infrangere il soffitto di cristallo: malgrado le enormi competenze e abilità che dimostrano ogni giorno a livello locale, non riescono ad essere ascoltate e ad avere voce in capitolo a livello politico. Di fatto non riescono a incidere sui processi nei quali vengono prese le decisioni. Non c’è dubbio che la cultura patriarcale continui a influire sulla nostra società: ci si aspetta che le donne ricoprano certi ruoli tradizionali, e di fatto non vengono incoraggiate ad andare oltre quelli.

Però ci sono anche altre ragioni: la situazione politica con i limiti alle libertà di associazione, oltre che di movimento, che grava sui palestinesi è di per sé un ostacolo alla partecipazione delle donne, perché un’attivista può venire fermata, arrestata, condotta in carcere. Che cosa si può fare? Analizzare le situazioni che loro vivono e cominciare a chiederci che cosa possiamo fare perché queste donne vengano ascoltate. Come possiamo creare degli spazi sicuri nei quali queste donne possano parlare con una sola voce e a nome di tutte, sviluppare un pensiero politico? Dobbiamo creare le condizioni perché le donne possano farsi sentire e venire ascoltate. C’è urgente bisogno di portare l’energia e lo sguardo inclusivo femminili ai tavoli negoziali.

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