
L’autocritica sul passato e le speranze di oggi in un colloquio con Fadwa Al Shaer Khawaja. Protagonista della prima Intifada e testimone dell’ascesa e declino del processo di pace, dirige dal 2014 il Jerusalem Center for Women, tra le principali organizzazioni attive per le donne e per i diritti umani
«La nostra situazione oggi è miserevole: sono le donne, palestinesi e israeliane, a pagare il prezzo più alto di questa guerra. C’è tantissimo lavoro da fare, tanto per aumentare la presenza delle donne nella politica e nella diplomazia palestinese quanto per reinstaurare la collaborazione con le israeliane attive nella costruzione della pace, che trent’anni fa abbiamo vissuto con enorme slancio e che oggi è ridotta all’osso. Se le donne fossero presenti ai tavoli negoziali, come richiesto dalle Nazioni Unite, avremmo già fatto la pace». Parla così contattata in videochiamata da Terrasanta.net Fadwa Al Shaer Khawaja, direttrice dal 2014 del Jerusalem Center for Women, una delle principali organizzazioni non governative palestinesi attive per rendere le donne «agenti di resilienza e di cambiamento» nelle loro comunità.
Originaria di Bir Zeit, 63 anni, occhi neri e penetranti circondati da una chioma da leonessa, Fadwa è stata tra le pochissime donne testimone dei negoziati che portarono agli Accordi di Oslo ed ha ricoperto ruoli apicali nell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Plp). Racconta di aver iniziato a manifestare a 15 anni nelle strade di Ramallah, quando è stata arrestata insieme ad altri compagni di scuola. «I giorni che passammo nelle carceri israeliane furono l’inizio della nostra alfabetizzazione politica – racconta – e ci portarono a concentrarci su come porre fine all’occupazione: con questo obiettivo iniziai a organizzare i comitati studenteschi nelle scuole superiori in Cisgiordania».
La sua militanza politica è proseguita alla facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bir Zeit, fucina del movimento nazionale palestinese e del partito Al Fatah. Dopo la laurea in Studi internazionali, iniziò a lavorare nel 1985 con Faysal Husayni (1940-2001), braccio destro di Yasser Arafat e capo dei negoziatori alla Conferenza di pace di Madrid del 1991 e degli Accordi di Oslo del 1993.
«Ho avuto il privilegio di lavorare per vent’anni, fino al 2004, alla Società di Studi arabi che aveva sede alla Casa d’Oriente (Bayt al-Sharq in arabo), sede dell’Olp fino all’improvvisa morte di Husayni nel 2001, a Gerusalemme Est. Si trovava nei pressi del celebre hotel American Colony (dove per mesi furono discussi segretamente i preliminari degli Accordi di Oslo, ndr), È stato un luogo simbolo della politica palestinese, la fucina nella quale sono state forgiate le speranze di una stagione di pace con Israele. Se guardo indietro a quegli anni trascorsi con Sari Nusseibeh, Hanan Ashrawi, Zahira Kamal, Ghassan Khatib, tante personalità di primo piano anche fra le donne israeliane, penso alle speranze fortissime che potesse aprirsi una nuova stagione».
La lettura di un fallimento
Che cosa è andato storto? «Certamente oltre agli israeliani e agli americani, anche noi palestinesi abbiamo commesso molti errori. Era stato Faysal Husayni a guidare e condurre in porto l’intero processo negoziale. Ma quando venne il momento di firmare l’accordo, inspiegabilmente Arafat mandò altri ad Oslo, mentre Husayni si trovava a Washington. Quello fu un primo errore fatale.
Il secondo errore stava nella nostra insufficiente preparazione: gli accordi di Oslo contenevano moltissimi protocolli estremamente complessi, dettagliati e pieni di dettagli tecnici, con regolamenti di attuazione che andavano studiati molto a fondo per trovare un accordo sui rifugiati, su Gerusalemme, su materie economiche come le risorse idriche ed energetiche. Nusseibeh creò delle commissioni formate da esperti sui singoli aspetti, ma era già tardi. Quando Rabin venne assassinato, nel novembre 1995, il discorso pubblico israeliano cambiò radicalmente e l’intero processo naufragò».
Furono quelli gli anni in cui l’Unione europea chiese alle autorità israeliane e palestinesi di istituire organismi femminili, perché le donne avessero maggior voce in capitolo sul processo di pace ed entrassero nei team negoziali: così nacque nel 1994 il Jerusalem Center for Women, che Fadwa dirige da undici anni, ma nel quale è stata attiva fin dalla fondazione. «La partecipazione delle donne – osserva – è un aspetto cruciale di tutta questa tragedia. Abbiamo lavorato gomito a gomito con le israeliane per anni, tra mille difficoltà e diffidenze, ma con l’esplosione della seconda Intifada e il progressivo spostamento a destra dell’opinione pubblica israeliana le speranze di riuscire a costruire una convivenza necessaria sono venute progressivamente sempre meno, fino a quando è diventata prevalente la narrazione che questo conflitto è irrisolvibile. Ieri come oggi, la sfida principale delle donne impegnate nella società civile resta quella di raggiungere i decisori politici e guidare loro stesse il cambiamento».
Molte migliaia di donne hanno partecipato nel corso di oltre trent’anni ai laboratori di alfabetizzazione politica, sociale, economica condotti dall’associazione. «Le palestinesi – rimarca Fadwa – hanno bisogno, in primo luogo, di sostegno psicosociale perché le nostre vite sono immerse nella violenza e la subiamo su un doppio versante: patiamo, da una parte, la violenza della cultura patriarcale palestinese e, dall’altra, la violenza dell’occupazione, che aumenta ogni giorno. La situazione in Cisgiordania non è migliore che a Gaza».
Dal 2004 Fadwa ha diretto per otto anni il dipartimento delle organizzazioni della società civile del ministero dell’Interno palestinese e ha perciò un giudizio lapidario sugli ostacoli che impediscono alle palestinesi di esprimere il loro pieno potenziale, nonostante gli alti tassi di istruzione raggiunti.
«Dobbiamo essere oneste e ammettere con franchezza che gli uomini palestinesi, in particolare nella nostra classe politica, non accettano che le donne assumano pienamente il protagonismo che a loro spetta: abbiamo moltissime donne leader in molti ambiti e associazioni, eppure non riescono ad avere l’influenza che meriterebbero. Nella mia esperienza lavorativa al ministero dell’Interno – rimarca – ho toccato con mano la spinta ai margini che gli uomini riservano alle lavoratrici donne. E poi ci sono i limiti che l’occupazione crea alla partecipazione sociale delle donne, a tutti i livelli: gli ostacoli alla mobilità con i check-point e alle possibilità di incontro con altre donne, le intimidazioni verso coloro che denunciano apertamente violazioni di diritti umani e abusi, il mancato accesso ai media anche per conoscere quello che avviene intorno a noi.
Senza aiuto internazionale non si apre un varco
Le sfide sono molteplici ed è per questo che chiediamo alla comunità internazionale di intervenire e sostenere le nostre attività, in modo da trovare il modo di aprire un varco. Non sono interessata a fare progressi sul dialogo con le israeliane se la mia gente rimane indietro: è evidente che deve esserci un impatto di quello che facciamo, per cambiare la mentalità e la realtà di questa terra».
Proprio la fine della collaborazione fra israeliane e palestinesi è stata uno dei più nefasti effetti collaterali dell’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023. «Per diversi anni – spiega Fadwa – abbiamo lavorato fianco a fianco attraverso il programma People to People che mirava proprio a rafforzare la cooperazione tra le società civili israeliana e palestinese nei programmi educativi, sulla leadership delle donne e dei giovani, su iniziative culturali e di cooperazione allo sviluppo.
Ma il fallimento del processo di pace ha indebolito questo avvicinamento e il 7 ottobre ha inferto il colpo di grazia a quel poco che restava di quanto era stato iniziato trent’anni fa. Oggi c’è da ricostruire tutto. E forse anche rivedere l’impianto di questa collaborazione, che per alcuni cristallizza l’asimmetria di forze esistente fra Israele e Palestina.
Molti ci accusano di «normalizzazione», di contribuire involontariamente a sollevare Israele dalle sue responsabilità per le violazioni di diritti umani verso i palestinesi. In passato era molto più frequente per le nostre socie viaggiare da Ramallah o da Nablus verso Gerusalemme, Nazaret, Haifa o Tel Aviv per incontrare le israeliane in laboratori, conferenze, missioni all’estero congiunte. Oggi tutto questo è quasi impossibile. Anche le israeliane hanno paura per le intimidazioni del loro governo contro il minimo passo verso le palestinesi, figuriamoci essere attive nella costruzione della pace».
Nonostante tutto, il Jerusalem Center for Women ha continuato a collaborare con le omologhe associazioni israeliane tra le quali Itach Ma’aki, Combatants for peace, Parents Circle, Standing together, Breaking the Silence.
«Le connessioni restano attive, certo, ma quello di cui abbiamo veramente bisogno è il sostegno attivo della comunità internazionale per rinsaldare questi legami e riprendere a lavorare con ancora più vigore insieme. C’è disperato bisogno di costruire, affermare e imporre accordi di pace delle donne, elaborati e guidati da donne come previsto dalla Risoluzione dell’Onu 1325 del 2000 su Donne, pace e sicurezza.
Sappiamo quanto la situazione sia difficile, ma oggi più che mai è il tempo giusto per rafforzare la collaborazione fra noi: l’impegno congiunto delle donne questo è quello di cui questa terra ha urgentemente bisogno. La società palestinese non è messa meglio di quella israeliana. Molte palestinesi rifiutano di collaborare con le israeliane, ma in realtà oggi più che mai è necessario farlo.
Se rafforziamo la collaborazione fra noi, le donne cambieranno questo paese. Su questo stiamo maggiormente lavorando oggi: collaboriamo sul Comitato femminile misto israeliano-palestinese sull’applicazione della risoluzione dell’Onu 1325, per arrivare ad accordi di pace fatti da donne e per incontrare le negoziatrici dell’Irlanda del Nord, le pacifiste della Colombia, del Sudafrica, per capire come hanno assunto la leadership dei processi di pace e obbligare in tal modo i nostri governi a tornare al tavolo dei negoziati.
La cosa più importante resta il sostegno della comunità internazionale: abbiamo bisogno di essere ascoltate e sostenute, perché in entrambe le società, sia israeliana che palestinese, le donne sono spinte ai margini della politica e le loro istanze ignorate. Al contrario, se avremo donne nei partiti, nei parlamenti, nei ministeri allora le politiche cambieranno necessariamente. E per fare questo abbiamo bisogno delle pressioni della comunità internazionale, oltre che di rafforzare i legami fra le donne in politica e le donne nella società civile. Perché qui oggi la situazione è miserevole in entrambe le società: le madri israeliane e palestinesi stanno pagando il prezzo più alto di questa guerra. È impossibile spostarsi in Cisgiordania, la violenza aumenta ogni giorno, la povertà è ovunque… Il dialogo è l’unica strada per uscire da questo bagno di sangue».
Fadwa Al Shaer è convinta che le religioni abbiano un ruolo di primo piano nella soluzione di questo conflitto. «Perché le religioni sono importanti? Perché la fede è stata strumentalizzata, tanto fra gli ebrei quanto fra i musulmani. Guardi quello che Hamas ha fatto ai palestinesi. Hanno usato l’Islam per spronare alla resistenza, e ci hanno annientato. La separazione fra i laici di Al Fatah e il partito religioso di Hamas è uno degli ostacoli maggiori alla soluzione della questione palestinese, non meno dell’occupazione israeliana. E sta diventando una frammentazione quasi insuperabile: sono anni che l’Egitto e il Qatar provano a mediare fra queste due fazioni, e tutti i tentativi finora sono falliti».
Pensa che vedrà la pace durante la sua vita? «In questo momento è difficile vedere una luce in fondo al tunnel. Ci sono moltissime persone e associazioni pronte a lavorare per la ricostruzione: Gaza rinascerà come l’araba fenice, ma il problema sono i nostri leader politici: tanto i palestinesi quanto gli israeliani devono sbarazzarsi dei loro leader attuali e creare un’alternativa. Abbiamo bisogno dei Paesi europei per uscire da tutto questo. Quello che mantiene la mia speranza sono i nostri diritti. Noi abbiamo il diritto di vivere nel nostro paese e questa è una verità incontrovertibile che nessuno può toglierci. Ed è il motivo per cui i palestinesi non lasceranno mai la loro terra».



























