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Il Regno Unito come la Francia: È ora di riconoscere lo Stato di Palestina

Giuseppe Caffulli
30 luglio 2025
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Il Regno Unito come la Francia: È ora di riconoscere lo Stato di Palestina
Keir Starmer, primo ministro del Regno Unito (foto Alessia Pierdomenico/Shutterstock.com)

Davanti alla tragedia di Gaza, i governi di Londra e Parigi hanno reso noto l'intento di riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina entro settembre. Ma che peso avranno questi annunci e qual è il contesto mediorientale sul quale piovono?


Keir Starmer, primo ministro britannico, ha annunciato ieri – 29 luglio 2025 – che il suo governo riconoscerà lo Stato di Palestina entro settembre se Israele non accetterà un cessate il fuoco con Hamas e non metterà fine alla guerra nella Striscia di Gaza, con le sue gravissime conseguenze umanitarie. L’annuncio di Starmer segue una simile presa di posizione della Francia la settimana scorsa. Oltre alla tregua, a detta di Starmer, il governo israeliano dovrebbe accettare di non annettere i Territori occupati (la Cisgiordania) e impegnarsi in un processo di pace che abbia come punto d’arrivo la creazione dello Stato palestinese. La probabilità che Israele accetti queste condizioni appare scarsa. Allo stato attuale delle cose, il pronunciamento di Gran Bretagna e Francia rischia di essere poco più di un ballon d’essai.

A quasi due anni dall’inizio della guerra contro Hamas a Gaza, dopo la distruzione parziale di Hezbollah in Libano, la caduta del regime siriano di Bashar al-Assad e la cosiddetta Guerra dei dodici giorni (nel giugno scorso) tra Israele e Iran, il Medio Oriente si ritrova oggi nel mezzo di un cambiamento epocale. La cartina dell’intera regione è stata ridisegnata con la forza delle armi, ma resta ancora una grave incognita: dalle macerie di Gaza, del Libano e dell’Iran, nascerà una nuova architettura politica o tutto si risolverà in una fragile tregua destinata a svanire?

Due scenari si profilano all’orizzonte: uno che porta alla stabilizzazione grazie alla diplomazia e a intese negoziali tra le grandi potenze e gli attori regionali; l’altro che prevede un’iterazione dello scontro, con nuove guerre a intermittenza in Iran, Gaza, Yemen e Libano. Nell’una o nell’altra opzione un peso decisivo, più che le dichiarazioni di principio, lo hanno certamente le scelte dei tre protagonisti chiave: Stati Uniti, Israele e Iran.

Il regime iraniano è uscito con le ossa rotte dalla Guerra dei dodici giorni. I bombardamenti congiunti Usa-Israele hanno pesantemente fiaccato gran parte delle capacità militari di Teheran (anche se resta ancora da chiarire se abbiano colpito al cuore i siti deputati ai progetti nucleari). I partner dell’Iran — da Hezbollah agli Houthi — sono stati gravemente indeboliti. Ma la leadership iraniana non è finora caduta e non sembra propensa ad arrendersi politicamente. Accettare un nuovo accordo nucleare per Teheran vorrebbe dire rinunciare al programma di arricchimento e, con esso, a gran parte della strategia di deterrenza su cui ha costruito quarant’anni di retorica rivoluzionaria. Il rischio, però, che si materializzino nuove offensive «preventive» è concreto, il che fa pendere l’ago della bilancia dalla parte del dialogo. Un accordo limitato, con un arricchimento fortemente ridotto e monitorato, potrebbe essere accettabile per Washington, che mira a scongiurare la corsa iraniana all’atomica e a ridurre le tensioni nel Golfo. Ma l’ostacolo più grande arriva da Israele.

Benjamin Netanyahu non è per nulla propenso a un accordo che non imponga all’Iran un disarmo totale. Dopo aver sferrato un attacco quasi mortale all’avversario storico, il premier israeliano vorrebbe assestare il colpo di grazia. Spera in un collasso del regime (o in una resa politica), non in una tregua che dia respiro a Teheran.

E che dire del cosiddetto all’Asse della Resistenza? È stato gravemente colpito, ma non distrutto. Hamas, sebbene decimato, continua a combattere tra le rovine di Gaza. Hezbollah ha perso capacità offensive ma conserva arsenali ben forniti e influenza nel sud del Libano. Gli Houthi, in Yemen, nonostante i raid, sono di fatto una minaccia costante per la navigazione commerciale nel Mar Rosso. L’Iran, dopo l’attacco israeliano, spinge per riorganizzare le milizie dell’Asse, anche se le risorse sono ora più limitate.

In Siria, il crollo del regime alawita rappresenta una disfatta strategica per Teheran. Se il nuovo governo riuscirà a consolidare il potere e riunificare il Paese, l’accesso iraniano al Mediterraneo resterà un miraggio. Ma la transizione siriana è ancora in embrione, esposta al rischio di nuovi conflitti settari o a rigurgiti jihadisti (come riportano le cronache quotidiane). Un fallimento del nuovo regime di Ahmed al-Sharaa, teme Israele, potrebbe innescare un effetto domino in Libano e Iraq.

A complicare ulteriormente il quadro è la paralisi politica israeliana. Netanyahu (che si regge oggi su una fragilissima coalizione), nonostante i successi militari non ha ottenuto né la cancellazione di Hamas né un’uscita diplomatica dalla crisi. Il conflitto a Gaza, con la sua tragedia umanitaria (che ha scalfito presso l’opinione pubblica mondiale l’immagine dello Stato ebraico), è oggi una guerra permanente che sta dissanguando le casse d’Israele e, fattore non meno importante, blocca il processo di normalizzazione con l’Arabia Saudita nel quadro dei cosiddetti Accordi di Abramo. Un cessate il fuoco che lasci in vita Hamas sarebbe un suicidio politico per il premier israeliano, ma la prosecuzione della guerra rischia di allargare le divergenze anche con i suoi alleati occidentali.

Il Libano, infine, è sospeso tra pace e caos. Il cessate il fuoco raggiunto dopo la guerra con Hezbollah è instabile e vive continue violazioni. Senza un rafforzamento dello Stato centrale e un disarmo progressivo delle milizie, la tregua rischia di crollare al primo alito di vento.

Il Medio Oriente, dunque, si trova a un crocevia. Per dirlo in maniera semplice, gli esiti militari hanno cambiato il campo da gioco, ma non il gioco in quanto tale, che è sempre tragicamente lo stesso. Se la diplomazia fallisce, potrebbero scoppiare nuove guerre in nuovi teatri. Se invece si darà una chance alla diplomazia e al dialogo (e qui davvero i Paesi europei potrebbero dire la loro, se esistesse un briciolo di visione comune) allora potrebbe aprirsi un ciclo di stabilità. La scelta è tutta nelle mani dei protagonisti. Ma, come sempre in Medio Oriente, il tempo è tiranno.

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