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Se l’archeologia israeliana diventa strumento di annessione

Terrasanta.net
23 luglio 2026
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Se l’archeologia israeliana diventa strumento di annessione
Le mura romane di Sebastia, risalenti al II-III secolo d.C. (foto Jerzy Kraj/CTS)

In Cisgiordania l’archeologia è usata come mezzo di conquista: a Sebastia, sito legato a Giovanni Battista, Israele confisca 180 ettari di uliveti per un piano di «sviluppo del patrimonio» da 70 milioni di euro. Stesso schema alla Città di Davide. Scienza piegata a propaganda, mentre l’Autorità palestinese resta al collasso finanziario.


Sebastia è tra i siti archeologici più celebri della Cisgiordania, con stratificazioni di tremila anni di storia: israeliti, greci, romani, bizantini, crociati, ottomani. Secondo la tradizione, sotto le sue pietre si trova la tomba di Giovanni Battista. Fino a poco tempo fa, almeno trecento palestinesi vivevano di attività legate ai visitatori.

Oggi i negozi sono chiusi e le strade silenziose. La terra intorno alle colonne romane – uliveti coltivati dalle famiglie per generazioni – è sotto ordine di confisca israeliano. Nel novembre 2025 l’Amministrazione civile israeliana ha emesso un ordine di esproprio su circa 180 ettari di terreni privati attorno al sito: la più grande confisca legata a un sito antico dall’occupazione del 1967, comprendente migliaia di ulivi e centinaia di lotti dei residenti e del vicino villaggio di Burqa.

Il centro abitato di Sebastia ricade nell’Area B, a giurisdizione mista palestinese-israeliana secondo gli Accordi di Oslo; il sito archeologico è invece in Area C, sotto pieno controllo civile e di sicurezza israeliano. Il progetto israeliano prevede una nuova strada che permetta ai coloni di gestire i flussi turistici e trarne benefici economici, separando ulteriormente la popolazione palestinese dal sito e dalle attività lavorative che vi si legano.

Il 20 maggio scorso Netanyahu e alcuni ministri hanno annunciato un piano da 259 milioni di shekel (oltre 70 milioni di euro) per lo sviluppo del patrimonio storico in Cisgiordania. Il progetto, chiamato «Strada, terra, patrimonio» e definito una «rivoluzione in Giudea e Samaria» – come la destra nazionalista e religiosa israeliana chiama la Cisgiordania – approva un centinaio di nuovi insediamenti.

«Investiamo nella preservazione del nostro passato per rafforzare il nostro controllo sulla Terra d’Israele e tramandare alle generazioni future il patrimonio, l’identità e la verità storica del nostro popolo», ha detto il primo ministro. Il controllo sui siti antichi si lega così all’espansione territoriale. Tutto questo in violazione del diritto internazionale, mentre l’Autorità palestinese è oggi al minimo della sua capacità d’azione, finanziariamente al collasso.

→ Leggi anche: Israele intraprende scavi illegali a Sebastia

La Città di Davide: scienza e propaganda

Quanto accaduto a Sebastia è, in miniatura, ciò che avviene in tutta la Cisgiordania occupata: espropriazioni giustificate con la tutela del patrimonio culturale, restrizioni al sistema bancario, blocco dei fondi all’Autorità Palestinese.

Secondo Emek Shaveh, associazione israeliana che monitora l’uso ideologico dell’archeologia, si tratta di una politica di sviluppo di lungo respiro. «Da due decenni l’archeologia è diventata uno strumento per giustificare gli insediamenti e lo sfollamento dei palestinesi in tutto il Territorio», dichiara la portavoce Talya Ezrahi. L’associazione, fondata nel 2008, denuncia lo stesso meccanismo negli scavi della Città di Davide a Gerusalemme: gli studiosi vi lavorano secondo standard scientifici, ma il racconto offerto ai visitatori collega passato e presente in un modo più vicino alla propaganda.

L’Autorità israeliana per le antichità conduce gli scavi, ma la gestione del parco è affidata a Elad, organizzazione di coloni la cui missione dichiarata è portare alla luce l’antica Città di Davide e creare una presenza ebraica nell’area circostante. L’esperienza turistica si concentra quasi solo sulla narrazione biblica di Davide, ignorando o minimizzando i secoli successivi – storia bizantina, islamica, ottomana e palestinese moderna del circostante quartiere di Silwan.

Sovente le campagne archeologiche piegate a fini politici si concentrano sugli strati del Regno di Israele tra IX e VIII secolo a.C., tralasciando il resto – colonne greche, templi romani, chiese bizantine, moschee ottomane – perché non funzionale alla storia che si vuole raccontare.

La visione del ministro Eliyahu

L’attuale ministro del Patrimonio, Amihai Eliyahu, appartiene al partito di Itamar Ben-Gvir, tra i più estremisti del governo in carica. Sostituisce il termine «antichità» con «patrimonio» – uno scivolamento di significato potente e utile alla propaganda, che giustifica gli insediamenti e l’espansione della vita ebraica in tutta la Cisgiordania, comprese le aree sotto controllo palestinese.

Il quotidiano di opposizione Haaretz ha più volte accusato Eliyahu di voler strumentalizzare l’Autorità israeliana delle antichità (Aia), spostandone la missione dalla ricostruzione scientifica della storia della Terra Santa alla dimostrazione del diritto ebraico sulla terra – un’attitudine che guarda alla scienza come a un nemico, tipica dei regimi autoritari.

Nel maggio scorso Eliyahu ha tentato di nominare Esther Schreiber alla guida dell’Autorità, ma la nomina è stata bocciata a fine giugno per mancanza dei requisiti di esperienza dirigenziale previsti dalla legge. L’iniziativa ha anche prodotto una petizione alla Corte Suprema firmata da una sessantina di archeologi israeliani.

Schreiber dirige I.Next.G (Israel’s Next Generation), ong religiosa legata a Chabad, movimento internazionale dell’ebraismo chassidico ortodosso. Ben Gvir, alleato politico di Eliyahu, ha dichiarato che il deep state ha bloccato Schreiber «perché è una persona apertamente osservante».

Secondo The Times of Israel, la sua candidatura era legata al tentativo del governo di istituire un’autorità separata per le antichità – sempre sotto il ministero del Patrimonio – con competenza sulle attività archeologiche in Cisgiordania e a Gaza. Nel mondo accademico israeliano e nell’Autorità palestinese l’iniziativa ha suscitato forti reazioni, perché equivarrebbe a un’annessione di fatto; Netanyahu avrebbe bloccato poi l’iter legislativo per le polemiche sollevate.

Sebastia, un tratto delle celebre strada colonnata. L’impronta romana risale al tempo di Settimio Severo. (foto Jerzy Kraj/CTS)

L’archeologo Aren Maeir della Bar-Ilan University ha osservato che questo disegno di legge per la nuova autorità avrebbe reso «più difficili i nostri sforzi nella lotta contro il boicottaggio». La comunità degli archeologi israeliani si rende conto che, andando a sostituire l’Ufficiale incaricato per l’Archeologia (comunemente chiamato Kamat), riconosciuto dal diritto internazionale, che si occupa dei siti palestinesi per conto dell’Amministrazione civile della forza occupante, con una nuova autorità per il patrimonio non riconosciuta, si fornirebbero solo argomenti a coloro che sostengono che l’archeologia in Israele debba essere boicottata.

Altri siti nel mirino

Lo schema sembra comunque ben definito. L’uso del patrimonio archeologico come meccanismo di acquisizione di terreni segue quanto descrive l’editorialista di Haaretz Moshe Gilad: «I politici israeliani vedono l’archeologia come un modo per dimostrare che gli ebrei possiedono questa terra».

Nel frattempo, le finanze pubbliche palestinesi vengono strozzate: i trasferimenti previsti dall’accordo economico bilaterale in vigore dall’era di Oslo sono bloccati. Israele riscuote le tasse doganali e commerciali sulle importazioni palestinesi per conto dell’Autorità palestinese, con obbligo di trasferimento mensile – proventi che costituiscono circa il 70 per cento delle entrate totali dell’Autorità, ma nell’ultimo anno non è stato effettuato un solo versamento.

Oltre a Sebastia, i principali siti che sono oggetto di pressioni sono la Tomba dei Patriarchi a Hebron, l’Herodium – il palazzo-fortezza di Erode il Grande nel deserto –, il sito di Tel Shiloh, i palazzi asmonei di Gerico, il sito di Atara vicino a Ramallah.

Una volta che Sebastia passerà sotto la gestione dei coloni, tramite consiglio regionale o un’organizzazione privata, si prevedono conseguenze gravi per la città palestinese: presenza militare permanente, restrizioni più severe alla libertà di movimento, soppressione di fatto della vita normale nel villaggio. (f.p.)

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