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Alluvioni nel Delta del Nilo, Egitto e Sudan contro l’Etiopia

Giuseppe Caffulli
24 novembre 2025
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Alluvioni nel Delta del Nilo, Egitto e Sudan contro l’Etiopia
Veduta aerea della Grande diga del rinascimento etiope. (foto Ufficio del Primo ministro dell'Etiopia)

Sarebbe la gestione non professionale della più grande diga d'Africa – da poco inaugurata in territorio etiope, lungo il corso del Nilo azzurro – la causa delle alluvioni a valle, secondo il governo egiziano. Addis Abeba respinge le accuse.


Uomini che remano tra le strade allagate, intere famiglie rifugiate sui tetti, raccolti distrutti. Le acque del Nilo sono tornate a salire, sommergendo case e campi nel Delta egiziano e nel Sudan centrale. Nei villaggi di Dalhamo e Ashmoun, nella regione egiziana di Menoufia, dall’inizio di ottobre (e fino a qualche settimana fa) si è registrata una piena straordinaria che ha messo in ginocchio la popolazione. «Abbiamo perso tutto. L’acqua è più alta che mai, non si ritira da giorni», racconta Saied Gameel, pescatore, che fin da ragazzino esercita il mestiere ereditato dal padre sul ramo di Rosetta, circa 50 chilometri a nord-ovest del Cairo.

Il governo egiziano parla di una «piena artificiale»: il ministero delle Risorse idriche e dell’Irrigazione ha collegato l’aumento del livello del fiume a «rilasci non regolamentati» provenienti dall’Alto Nilo, accusando l’Etiopia di una gestione «imprudente e unilaterale» della Grande diga del rinascimento etiope (Grand Ethiopian Renaissance Dam, Gerd). Secondo il Cairo, gli scarichi improvvisi dopo l’inaugurazione della diga, lo scorso 9 settembre, avrebbero provocato un’ondata di piena che ha travolto Sudan ed Egitto.

In Sudan, le piogge torrenziali e il flusso straordinario proveniente dal Nilo Azzurro hanno sommerso interi quartieri di Bahri, nei pressi di Khartoum, dove le agenzie umanitarie delle Nazioni Unite hanno contato oltre 1.200 famiglie sfollate. L’Egitto, a nord, ha visto l’acqua penetrare nel cuore agricolo del Delta, nelle province di Gharbia, Beheira e Monufia. Il governo ha ordinato l’evacuazione delle aree costruite illegalmente nella pianura alluvionale, ricordando che si tratta di zone «naturalmente destinate a essere sommerse durante le piene».

Il corso del Nilo. (mappa Wikimedia)

Le inondazioni del Nilo, tra giugno e settembre, provocate dalle piogge monsoniche in Etiopia che gonfiano il Nilo Azzurro e l’Atbara, sono state fondamentali nel corso dei millenni per la fioritura della civiltà e dell’economia egizia. Lo strato di limo, un fango scuro ricco di sostanze nutritive, rende la terra estremamente fertile, permettendo di coltivare grano, orzo, lino e legumi senza bisogno di concimi. Gli egizi, anche linguisticamente, hanno sempre distinto il loro territorio in Kemet, la «terra nera» fertile del limo, e Deshret, la «terra rossa» arida e sterile del deserto. Le piene regolari del Nilo hanno sempre scandito la vita e l’economia egizia, tanto che il calendario era diviso in tre stagioni: Akhet (inondazione), Peret (crescita) e Shemu (raccolto). Insomma, senza il Nilo e il suo limo, l’Egitto antico non sarebbe mai fiorito nel cuore del deserto.

Oggi però, a causa delle dighe e dei cambiamenti climatici, tutto sembra cambiato. L’acqua, che è sempre stata una benedizione, può diventare causa di sciagura.

Il premier egiziano Mostafa Madbouly ha affermato che l’aumento dei flussi idrici era stato previsto, ma che «i rilasci irregolari dell’Etiopia hanno aggravato una situazione già critica». Addis Abeba ha respinto con forza le accuse, definendole «infondate», e ribadendo che le inondazioni derivano da piogge monsoniche eccezionali.

Sul banco degli imputati resta la Gerd, il più grande progetto idroelettrico d’Africa (progettato e realizzato dall’italiana Webuild). Costata circa 5 miliardi di dollari e costruita sul Nilo Azzurro, vicino al confine con il Sudan, è lunga quasi 2 chilometri e alta 170 metri. È in grado di generare con le due centrali idroelettriche costruite ai piedi della diga oltre 5 mila megawatt di energia e di trattenere fino a 74 miliardi di metri cubi d’acqua, creando un bacino di 1.875 chilometri quadrati che ha già cambiato la geografia della regione.

Orgoglio nazionale

Per l’Etiopia, la diga è un simbolo di riscatto e sovranità: un’opera interamente finanziata con fondi nazionali, destinata a portare elettricità a milioni di persone e a stimolare la crescita industriale. Per l’Egitto, invece, anche alla luce dei fatti di ottobre, rappresenta una minaccia esistenziale. Il Nilo fornisce al Paese quasi il 97 per cento delle sue risorse idriche, indispensabili per l’agricoltura e la sopravvivenza di oltre 100 milioni di abitanti. Le autorità del Cairo temono che una gestione unilaterale della diga da parte degli etiopi possa ridurre drasticamente la portata del fiume, soprattutto durante i periodi di siccità. Viceversa, possa diventare un pericolo per la popolazione del Delta (e per l’agricoltura nazionale) ogni volta che le piogge monsoniche sono più abbondanti del previsto.

Il grande sbarramento (sullo sfondo nella foto) è stato realizzato dall’impresa italiana Webuild lungo il corso del Nilo Azzurro. (foto Webuild)

Il contenzioso sulla Gerd non nasce oggi. La costruzione della diga è iniziata nel 2011, ma fin dall’inizio l’Egitto e Sudan hanno contestato all’Etiopia l’assenza di un accordo vincolante che regolasse tempi e modalità di riempimento del bacino. Nel 2015, i tre Paesi firmarono a Khartum una Dichiarazione di princìpi che sanciva la cooperazione e l’uso equo delle acque del Nilo, ma senza definire meccanismi precisi per la gestione delle emergenze. Da allora, i negoziati si sono arenati più volte, tra tentativi di mediazione dell’Unione africana, degli Stati Uniti e della Banca Mondiale. Addis Abeba ha proseguito comunque il riempimento del bacino, presentando ogni fase come un trionfo nazionale. Il Cairo, invece, ha denunciato «una violazione del diritto internazionale» e ha cercato sostegno diplomatico in Africa e in Occidente.

La mancanza di un accordo sulla gestione delle acque potrebbe trasformare ogni stagione di piena in una crisi politica. Il presidente egiziano Abdel Fattah al-Sisi e il leader sudanese Abdel Fattah al-Burhan si sono incontrati di recente al Cairo, riaffermando la loro opposizione a «qualsiasi azione unilaterale» da parte di Addis Abeba e chiedendo un meccanismo congiunto di allerta per prevedere e contrastare le piene anomale.

Un altro conflitto incombente?

Gli Stati Uniti, da parte loro, che sono interessati alla questione per ragioni economiche e di sicurezza regionale (un conflitto tra Etiopia ed Egitto avrebbe anche un impatto in Sudan e nel Corno d’Africa, area strategiche per gli Usa) hanno proposto un nuovo accordo di mediazione per coordinare i rilasci della diga e ridurre i rischi a valle. Ma la fiducia tra le parti è ormai ai minimi storici. Per l’Etiopia, ogni passo indietro sarebbe una rinuncia alla propria sovranità; per l’Egitto, ogni ritardo in un accordo-quadro è una minaccia alla sopravvivenza nazionale.

Intanto, mentre l’acqua continua a minacciare i villaggi del Delta, il Nilo, culla della civiltà e arteria vitale per oltre 250 milioni di persone, torna a essere al centro di gravi tensioni regionali. La diga del Rinascimento ha cominciato a produrre energia, ma il vero rinascimento, quello della cooperazione africana, sembra essere ancora lontano.

Motivo di orgoglio nazionale per l’Etiopia, ma anche di frizioni crescenti con l’Egitto e il Sudan, la Gerd è oggi il più grande impianto idroelettrico del continente africano. (foto Webuild)

Il ministero delle Risorse idriche egiziano, secondo quanto riportato dal quotidiano Al-Arham, è tornato a denunciare, il 22 novembre scorso, la continua gestione «unilaterale e irregolare» della Gerd da parte dell’Etiopia. Nel mese di settembre, scarichi fino a 780 milioni di metri cubi al giorno e un calo repentino del livello del bacino di circa un miliardo di metri cubi hanno generato piene improvvise, mentre successive chiusure e aperture dello sfioratore di emergenza hanno causato ulteriori instabilità idrologiche.

Una gestione problematica

Il Cairo sostiene che Addis Abeba gestisca la diga senza un piano scientifico, ignorando le pratiche operative internazionali e mettendo a rischio le infrastrutture a valle, costrette a operare in condizioni di sovraccarico. L’Egitto, costretto per assorbire gli choc idraulici ad aprire lo sfioratore di Toshka (un sistema di emergenza collegato al Lago Nasser, progettato per scaricare l’acqua in eccesso nel deserto occidentale, attraverso un sistema di canali e bacini artificiali), ha ribadito che tali comportamenti rappresentano una minaccia per la sicurezza regionale.

Con una lettera al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il governo egiziano ha avvertito che la gestione etiope della Gerd «viola il diritto internazionale» e contribuisce alle devastanti inondazioni che continuano a colpire milioni di persone in Sudan e non solo. L’Egitto riafferma il proprio impegno a una gestione responsabile delle risorse idriche e alla difesa dei suoi diritti sul Nilo.


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