
A un anno dall’entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, oltre 1,3 milioni di persone vivono con meno di 6 litri d'acqua al giorno per ogni necessità. Mentre il piano di Trump e il Board of Peace non mantengono gli impegni su aiuti, forza di stabilizzazione e ricostruzione.
Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu il 15 ottobre ha discusso della situazione nella Striscia, della violenza fuori controllo in Cisgiordania e del rischio di un definitivo collasso della soluzione a due Stati in Terra Santa. Sullo sfondo c’è un cessate il fuoco fragile, in vigore dal 10 ottobre 2025, come prima fase del «Piano globale per porre fine al conflitto a Gaza», mediato dagli Stati Uniti e approvato con la risoluzione 2803 (2025). Il piano prevede anche un Consiglio per la pace – in inglese Board of Peace (BoP) – presieduto da Donald Trump, con funzioni di «governance transitoria» nella Striscia. Ma la sua attuazione si è arenata.
Acqua: meno di 6 litri a testa
Secondo l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), gran parte della popolazione dei Territori palestinesi occupati non ha accesso adeguato ad acqua, servizi igienico-sanitari. Oltre 1,3 milioni di persone, più della metà degli abitanti della Striscia, dispongono di meno di 6 litri d’acqua al giorno a testa per bere e cucinare, quando gli standard umanitari fissano a 15 litri il minimo in emergenza, includendo anche lavarsi.
La ragione sta nelle infrastrutture: secondo l’Onu, l’Unione europea e la Banca Mondiale, Israele ha distrutto o danneggiato quasi il 90 per cento delle strutture idriche e igienico-sanitarie di Gaza, tra cui impianti di desalinizzazione, pozzi, condutture e fognature. Già ad aprile Medici senza frontiere, nel rapporto Water as a weapon, denunciava l’uso dell’acqua come «arma di disumanizzazione mirata».
Le conseguenze toccano salute e dignità, soprattutto di donne e persone con disabilità. Acqua pulita, sapone, pannolini e prodotti per l’igiene mestruale sono diventati quasi introvabili, e c’è chi è costretto a scavare buche nella sabbia come latrine. Le malattie infettive restano diffuse nei campi sovraffollati.
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Per l’Onu due terzi della popolazione è in insicurezza alimentare acuta o peggiore. Il Programma alimentare mondiale (Pam) ha annunciato il 19 ottobre che dovrà sospendere gli aiuti di emergenza a mezzo milione di gazesi per mancanza di contributi internazionali.
Secondo il ministero della Salute di Gaza, dall’inizio della tregua le operazioni militari israeliane hanno causato circa 1.500 morti, tra cui oltre 320 bambini e 140 donne. Israele sostiene di colpire membri di Hamas, che smentisce. Ramiz Alakbarov, coordinatore speciale Onu per il processo di pace in Medio Oriente, è stato a Gaza l’11 e il 12 ottobre. Ha incontrato palestinesi che vivono lungo la «linea gialla» (la linea interna di demarcazione militare tra l’area palestinese e quella controllata dai militari israeliani), per i quali il cessate il fuoco «esiste solo sulla carta».
Le inadempienze del BoP
Il piano in 20 punti di Trump chiedeva a Israele di ritirarsi da circa metà della Striscia, fermare i bombardamenti, riaprire i valichi per gli aiuti e rilasciare prigionieri palestinesi. Ad Hamas chiedeva di liberare tutti gli ostaggi e, in una fase successiva, di disarmarsi. Il BoP avrebbe governato in via provvisoria, in attesa del passaggio all’Autorità Palestinese, con una Forza internazionale di stabilizzazione a guida Usa e la ricostruzione. Un anno dopo, il bilancio è questo:
– Il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza, guidato dal commissario capo Ali Shaath e composto da tecnocrati palestinesi, lavora dal Cairo: Israele gli ha impedito di entrare nella Striscia fino al disarmo di Hamas.
– Entrano poco più di 200 camion di aiuti al giorno, contro i 600 previsti. Israele ha classificato migliaia di beni essenziali, tende e ventilatori polmonari compresi, come articoli «a duplice uso» (per uso civile e militare), restringendone l’ingresso. Si stima che 1,4 milioni di gazesi soffriranno la fame almeno fino a dicembre.
– Israele occupa circa il 60 per cento della Striscia, più del 50 per cento previsto dal piano. La «Linea Gialla» è stata spostata più in profondità, causando nuovi sfollamenti, e diversi palestinesi che l’hanno oltrepassata senza accorgersene sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco.
– Hamas ha rilasciato tutti gli ostaggi vivi e morti e ha annunciato lo scioglimento del proprio governo, ma controlla il territorio residuo. Israele non gli ha creduto e ha ampliato il controllo militare. Il disarmo, condizione per la seconda fase, non è avvenuto: Israele non si ritira perché Hamas non consegna le armi, e Hamas non le consegna perché Israele non cessa gli attacchi né si ritira.
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– Nessuna forza di stabilizzazione è stata dispiegata. Cinque Paesi (Albania, Indonesia, Kazakhstan, Kosovo e Marocco) si sono impegnati a fornire personale per 20mila soldati e 12mila agenti, sotto il Comando Centrale (Centcom) degli Usa.
Non c’è stata alcuna ricostruzione significativa: i palestinesi vivono in tendopoli.
– Ogni membro del BoP ha aderito versando 1 miliardo di dollari l’anno. A febbraio, al primo vertice a Washington, sono stati promessi 7 miliardi, ben lontani dai circa 70 che le agenzie umanitarie ritengono necessari. Il mese scorso, a margine dell’Assemblea generale dell’Onu, il BoP ha poi presentato un piano di ripresa da 66 progetti per 2,4 miliardi. Intanto, in linea con Trump e Israele, rifiuta ogni collaborazione con l’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi. (f.p.)

























