
Il leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen ha annunciato elezioni parlamentari a novembre. Hamas verso la resa al Comitato di tecnocrati istituito dal Board of Peace. Ma intanto Netanyahu continua a usare lo spettro del disarmo per non affrontare la questione palestinese.
Si è concluso con un nulla di fatto il nuovo round di colloqui venerdì e sabato al Cairo fra Hamas e Israele sul futuro di Gaza. Fonti presenti ai colloqui, mediati dall’Alto rappresentante del Consiglio per la pace (Board of Peace), il diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, e i rappresentanti dei tre Paesi mediatori – Egitto, Qatar e Turchia –, hanno definito «improbabile» un’eventuale svolta a causa dell’intransigenza di Israele sul disarmo di Hamas, mentre diversi esponenti palestinesi dichiarano che il disarmo non è neppure nell’ordine del giorno finché Israele non si ritira dalla Striscia. Intanto il presidente dell’Autorità palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) lo scorso giovedì 9 luglio ha fissato le elezioni parlamentari per il prossimo 28 novembre, in quella che potrebbe essere la prima consultazione di questo tipo in più di vent’anni. All’inizio del 2027 dovrebbero svolgersi quelle presidenziali.
Elezioni legislative palestinesi annunciate per fine novembre
L’annuncio del presidente dell’Ap, che esercita un’autonomia limitata su alcune aree della Cisgiordania occupata da Israele ed è assai screditata tra i palestinesi, appare come una risposta alle pressioni di Stati Uniti e Unione europea perché l’Autorità palestinese proceda sulla via delle riforme attese da anni e che dovrebbero porre fine anche alla diffusa corruzione interna: solo con queste riforme, hanno avvertito diversi funzionari della Casa Bianca, l’Autorità palestinese può aspirare ad avere un ruolo nella ricostruzione e nel governo della Striscia di Gaza. Ma diversi esponenti palestinesi dubitano che le elezioni si tengano realmente, come del resto sono rimaste sulla carta quelle fissate nel 2021. Del resto, il leader 90enne, dopo aver estromesso nell’arco di vent’anni qualsiasi possibile rivale, avere indebolito il sistema giudiziario e collaborato con Israele sulla sicurezza anziché insistere sulla fine dell’occupazione, lo scorso maggio ha nominato il figlio 64enne Yassir Abbas ai vertici del partito Fatah in una mossa che viene letta come il tentativo di restare al potere.
Stallo al Cairo su disarmo di Hamas e ritiro di Israele
Che speranze ci sono per i palestinesi per un cambio di passo nella gravissima crisi umanitaria nella Striscia di Gaza e nell’aumento di violenza da parte dei coloni in Cisgiordania? Secondo il quotidiano israeliano Haaretz (12 luglio), i colloqui al Cairo sono fermi su due clausole: la prima è sulla richiesta di Hamas al Comitato tecnocratico di pagare il debito accumulato nel pagare gli stipendi a 49mila funzionari della pubblica amministrazione nella Striscia; la seconda è su dove andrebbero a finire i fucili kalashnikov di Hamas e come assicurarsi che né Israele o né la forza di stabilizzazione internazionale ne entrino in possesso. Quest’ultima in particolare, un contingente che dovrebbe esser composto anche da diversi Caschi blu provenienti da Paesi arabi, avrebbe il compito di farsi consegnare le armi, ma nessuna responsabilità sulla loro destinazione. Mentre sul primo punto ci sono stati passi avanti, sul secondo non ci sono progressi in vista. Anche perché Hamas chiede che vengano prima disarmate le milizie armate palestinesi finanziate da Israele nella Striscia, e che il disarmo avvenga parallelamente al ritiro dell’esercito israeliano da Gaza.
Hamas è ancora oggi un pericolo per Israele?
Ma Hamas e il suo arsenale rappresentano davvero ancora una minaccia per Israele? In un lungo articolo su Foreign Affairs, il politologo dell’International Peace Institute Jaser AbuMousa, che ha lavorato fino a tre anni fa nella Striscia come responsabile di un’agenzia umanitaria svizzera, dimostra con molti dati e fonti come la decapitazione dei capi e le stragi di decine di migliaia di affiliati abbiano praticamente azzerato le capacità operative dell’organizzazione. È vero, ammette, che dal 1987 si è sempre ripresa e che le ragioni che alimentano la sopravvivenza di Hamas ovvero l’occupazione, gli espropri, le umiliazioni continue perpetrate da Israele contro i palestinesi sono oggi più vive che mai; è anche realistico che non ci siano alternative oggi al governo di Hamas nella Striscia.
«Ma la verità è che l’offensiva israeliana ha decimato l’organizzazione ben oltre il punto di ripresa». I raid hanno colpito infrastrutture militari essenziali, sepolto sotto tonnellate di macerie armi e tunnel, hanno distrutto le linee di comando e i quadri intermedi e separato Hamas sia dall’Iran che dal Qatar, che per decenni hanno protetto i suoi capi e finanziato l’organizzazione rispettivamente con 100 e con 360 milioni di dollari all’anno. Oggi il gruppo non ha più la capacità di governare Gaza: la paralisi politica espressa fra l’altro dalla mancata nomina di un successore a Yahya Sinwar, con l’irrisolto braccio di ferro fra Khalil ad-Hayya e Khaled Mashal sopravvissuto a vari attentati, la bancarotta finanziaria e la perdita del consenso dei gazesi, vista la distruzione del 90 per cento degli edifici nella Striscia e l’assassinio del 4 per cento della popolazione residente prima del 7 ottobre 2023, rendono pressoché impossibile un eventuale ritorno in auge di Hamas.
Lo dimostrano, fra l’altro, i massacri di oltre mille gazesi uccisi da Israele dall’entrata in vigore della tregua lo scorso ottobre, senza che Hamas abbia potuto far altro che emanare comunicati. «Né può debellare – rimarca AbuMousa – le cinque milizie armate apertamente sostenute da Israele con armi, denaro e appoggio aereo, formate in alcuni casi da qualche dozzina di uomini e in altre da qualche centinaio, che sfidano Hamas per il controllo della Striscia». L’annuncio del portavoce del movimento Mohammed al-Farra dell’intenzione di cedere il governo della Striscia al Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag nell’acronimo di National Committee for the Administration of Gaza) va dunque letto come l’inizio di una resa, più che come una mossa tattica per cercare di sbloccare lo stallo sulla fine dell’occupazione israeliana del 60 per cento della Striscia.
L’insistenza dall’una e dall’altra parte della «Linea gialla» che Hamas sia più pericoloso che mai «è una farsa» che conviene a tutti: ad Hamas per non ammettere la sconfitta, a Israele per continuare a giustificare la campagna militare e non dover dare delle risposte ai difficili interrogativi sul futuro dei palestinesi. «Netanyahu – rimarca AbuMousa – ha bisogno di una minaccia per giustificare il suo approccio aggressivo alla sicurezza, il suo rifiuto di prendere in considerazione la creazione di uno Stato palestinese e la sua alleanza con l’estrema destra, soprattutto in vista delle elezioni israeliane di ottobre».
Secondo un’inchiesta di Al Jazeera, Israele dispone ora di 40 avamposti militari a Gaza, otto dei quali sono stati costruiti ex novo dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025: un esercito in procinto di ritirarsi non avrebbe bisogno di strutture permanenti di questo tipo.
Se Netanyahu riconoscesse che Hamas è in realtà un fantasma, si troverebbe sottoposto a crescenti pressioni internazionali affinché smetta di occupare la Striscia senza concedere diritti politici alla sua popolazione. Del resto, il Comitato nazionale di tecnocrati istituito dal Consiglio per la pace di Trump e presieduto da Ali Shaat è bloccato al Cairo da sei mesi e non ha mai messo piede nella Striscia. Lo stesso Mladenov, ex ministro degli Esteri bulgaro suggerito dagli Emirati Arabi Uniti e più noto nel Golfo che nei circoli diplomatici europei, è stato accusato ripetutamente di essere succube di Israele e di continuare i colloqui per non ammetterne il fallimento.
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Non pochi osservatori palestinesi giudicano il Comitato istituito dal Board of Peace un organismo per gestire il genocidio di Gaza e l’occupazione della Cisgiordania anziché porvi fine, de-politicizzando la questione palestinese proprio escludendo la ricerca di una soluzione politica per Gaza e per i Territori occupati.
Perciò finché i governi statunitense ed europei non chiederanno conto a Israele del divario tra la minaccia che descrive e la realtà sul campo difficilmente i gazesi potranno riavere una vita dignitosa. Mai come oggi, come del resto indicano i sondaggi negli Stati Uniti, ci sarebbero le condizioni per rendere la politica estera statunitense meno asservita a Israele: lo scorso aprile quaranta senatori democratici hanno votato a favore del blocco della vendita di armi a Israele a causa dei massacri e distruzioni che stava perpetrando a Gaza, in Iran e in Libano, in una mossa che sarebbe stata impensabile anche solo un anno fa. Cresce il numero di quanti chiedono che i Paesi donatori subordinino i finanziamenti per la ricostruzione al rispetto da parte di Israele delle disposizioni del cessate il fuoco – che impongono il ritiro completo delle forze israeliane da Gaza, l’apertura di tutti i valichi di frontiera e il ritorno senza restrizioni dei civili sfollati, e non solo al disarmo di Hamas.



























