«Pensare l’architettura da Gaza vuol dire anche ricordare che cosa viene distrutto quando si distrugge uno spazio: non gli edifici soltanto, ma la trama che li teneva insieme. (…) Il problema dell’architettura non si gioca sul piano tecnico, compositivo o funzionale. È politico ed etico. È il problema della gestione, della banalità del male, dei crimini di pace, del male minore». Questo libro lo illustra bene. Nel corso di cinque sintetici e densi capitoli, i due autori – entrambi architetti e professori ordinari al Politecnico di Torino (Berlanda di Tecnologia dell’architettura e Boano di Progettazione architettonica e urbana) – analizzano che cosa significhi oggi ragionare di architettura a partire dalla Striscia di Gaza e, più in generale, dalla Palestina.
Ne emerge un quadro estremamente chiaro, impietoso ma onesto. Una chiave di lettura che in più punti scardina e mette in discussione le visioni prestabilite di «ricostruzione possibile» cui siamo ancorati.
Gli autori optano per un linguaggio agile e comprensibile e si fanno aiutare da due strumenti principali: anzitutto cifre e percentuali che danno la misura della vastità della distruzione, poi alcuni termini-chiave. Tra questi citiamo quantomeno: spazio-cidio; ungrounding (lo sradicamento del suolo che cancella ogni traccia di quanto c’era prima); encampment (l’accampamento inteso come pratica, nella quale l’abitare è fatto di gesti minimi: condividere l’acqua, cucinare per più famiglie, coltivare un piccolo pezzo di terra…); urbicidio; epistemicidio e scolasticidio; dual use (lett. «duplice uso»: beni e materiali di uso civile – come cemento, acciaio e alluminio – che possono essere utilizzati a scopo militare).
La prima parte del saggio propone un’ampia riflessione sul tema delle macerie. Il loro produrre violenza continua, ben oltre il momento del crollo che le ha generate. Le particelle di amianto, silice, ossidi di azoto e idrocarburi tossici si propagano infatti nei corpi, nei sistemi di drenaggio, nell’acqua, nel suolo. Di qui, si sottolinea come a Gaza qualunque progetto architettonico debba scontrarsi con l’assenza di un “dopo”: «il progetto architettonico ha sempre presupposto che la distruzione fosse finita, che il suolo fosse stabile, che il tempo si fosse aperto verso un futuro costruibile. Gaza nega questa struttura. (…) La distruzione è in corso (…). Pensare l’architettura in questa condizione, non dopo di essa, non per superarla, ma dentro di essa, richiede di abbandonare la sequenza e imparare a stare nel presente continuamente interrotto».
Se ne deduce una verità scomoda ma con cui è indispensabile fare i conti: nel caso di Gaza occorre imparare a lavorare nell’instabilità, dunque rinunciare a un futuro frutto di progetti. Attenzione – avvertono Berlanda e Boano – «non si tratta di rassegnarsi allo status quo, ma di rimanere fedeli a un’idea di architettura che tiene conto di ciò che è stato, di ciò che quelle macerie erano prima di diventare tali».
La seconda parte del libro esamina il concetto di «irreparabile» e le forme in cui si declina nel contesto della Striscia.
Irreparabile è la stima, resa nota dall’Onu, secondo la quale più di un milione di bambini avrà bisogno di sostegno psicologico per il resto della vita. Irreparabile è la condizione della scomparsa (diffusa in altri Paesi attraversati da guerre, ma nuova per i palestinesi di Gaza): l’uccisione dei propri cari e l’impossibilità, in molti casi, di trovarne il corpo. Irreparabile è la distruzione di catasti e mappe catastali, registri fondiari, atti di proprietà e registri civili (a metà del 2025, più del 65 per cento dei proprietari aveva perso i propri documenti, le donne più degli uomini). Irreparabile, infine, – in una terra in cui nessuna delle dodici università presenti fino al 2023 è rimasta intatta – è la morte di quanti detengono un sapere e sono in grado di trasmetterlo.
Eppure, nonostante quanto descritto, resistono alcuni movimenti di segno contrario. Tra loro, i corsi a distanza tenuti da docenti universitari della Cisgiordania per gli studenti di Gaza, o la piccola parte di patrimonio culturale che si è salvata perché all’estero: circa cinquecento reperti di età greco-romana, destinati a un museo archeologico palestinese mai realizzato, sono oggi custoditi a Ginevra su mandato dello Stato di Palestina.
L’ultima parte dell’opera si concentra su quello che gli autori chiamano «il crudele ottimismo dell’architettura». Si passano in rassegna quattro tra i numerosi piani di ricostruzione elaborati nel tempo: Gaza 2035, il piano «futuristico e distopico» presentato dal governo israeliano nel maggio 2024, che prevedeva di integrare il territorio di Gaza in una zona di libero scambio Gaza-Arish-Sderot; il surreale «modello Trump», la riviera formata da grattacieli in stile Dubai ipotizzata dal governo degli Stati Uniti; il «piano strategico» Phoenix Gaza, che ha il merito di menzionare i palestinesi non solo come meri destinatari della ricostruzione e, da ultimo, la proposta dell’Università Iuav di Venezia (ateneo che mette al centro della sua ricerca e proposta formativa la cultura architettonica e l’urbanistica, allargando il campo a design, moda, teatro e arti – ndr), pensata in collaborazione con il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp).
Quest’ultima proposta viene definita «più prudente, incrementale e spazialmente radicata», in quanto sostiene la necessità di micro-interventi, strutturati in un sistema di «inneschi urbani» che creano infrastrutture minime, di base, in grado di riutilizzare ciò che resta e di far rivivere, nel tempo, il territorio (in termini di accesso all’acqua, servizi sanitari, reti elettriche, scuole, spazi collettivi e via di seguito).
In conclusione, scrivono Berlanda e Boano, la ricostruzione tratteggiata dalla maggior parte dei piani attualmente sul tavolo «promette fioritura e produce dipendenza, annuncia un nuovo inizio senza toccare l’ordine che ha generato la distruzione, e in questo il suo ottimismo diventa crudele».
Non esistono «ricette» – continuano i due autori – ma esistono già alcune pratiche a cui guardare, perché indicano una strada possibile. E vengono, non a caso, da architetti palestinesi. Yara Sharif e Nasser Golzari di Architects for Gaza, ad esempio, intendono partire dai materiali riusabili e parlano di «mediazione» più che di «intervento». Hanno creato una Open Room, «uno spazio gestito dai gazawi stessi per discutere i metodi di ricostruzione, e un fondo economico dal valore seminale, che restituisce protagonismo agli architetti e agli ingegneri già presenti a Gaza, scegliendo con il municipio i siti concreti su cui intervenire: un centro di ricerca sulle protesi per i moltissimi feriti, un impianto sportivo femminile, un centro culturale».
La formula cui si ispirano è semplice ma eloquente: «un piede a terra e una mano in cielo».

Tomà Berlanda – Camillo Boano
Polvere a Gaza
L’impossibile ricostruzione, tra macerie e futuro
Donzelli ed., 2026
pp. 128 – 17,00 euro
























