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Terra Santa, un’estate col virus

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7 luglio 2020
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Terra Santa, un’estate col virus
Controllo della temperatura corporea ai clienti del mercato all'aperto di Mahane Yehuda a Gerusalemme il 5 luglio 2020. (foto Olivier Fitoussi/Flash90)

Negli ultimi giorni le autorità israeliane e palestinesi in Terra Santa sono state costrette ad adottare nuove misure restrittive per arginare una recrudescenza dei contagi da coronavirus. E chiedono alla popolazione maggiore prudenza.


(g.s.) – Forse non è più il caso di illudersi che il Covid-19 tolga il disturbo col caldo estivo. In Terra Santa fa certamente caldo da molte settimane eppure si registra una recrudescenza dei contagi tale da indurre i governi di Israele e dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) ad alzare nuovamente il livello di guardia dopo averlo abbassato, magari troppo precipitosamente, sul finire di maggio quando si decise la riapertura di scuole, bar, ristoranti e luoghi di culto.

Ieri, 6 luglio, il governo di Israele ha reintrodotto alcune restrizioni, che dovranno essere approvate dal parlamento: la chiusura di sale riunioni, club, bar, palestre e piscine; i ristoranti non potranno ospitare più di 20 clienti negli spazi chiusi e più di 30 all’aperto su tavoli spaziosi; i bar e ristoranti degli alberghi non dovranno ospitare più di 20 persone contemporaneamente; sono sospese le attività culturali.

Altri regolamenti amministrativi di competenza del ministero della Salute prevedono che nei luoghi di culto non possano essere co-presenti più di 19 persone. In ogni altro genere di riunione il tetto massimo di partecipanti è di 20 persone, che dovranno mantenere la distanza minima di due metri l’una dall’altra e indossare la mascherina. Gli eventi sportivi già organizzati potranno svolgersi solo in assenza di pubblico. Saranno consentite liberamente le attività estive (campi e corsi) per i bambini fino ai 10 anni d’età. Per i ragazzi più grandi, invece, il governo dà mandato al ministero della Salute di decidere coordinandosi con il ministero dell’Istruzione.

Gli autobus non potranno caricare più di 20 passeggeri, altre misure in materia sono demandate al ministero dei Trasporti di concerto con quello della Salute e con il Consiglio per la sicurezza nazionale. Negli uffici pubblici almeno un terzo delle attività dovrà essere svolto dal personale con modalità di lavoro agile da casa.

Sul versante palestinese

Il governo palestinese, a sua volta, ha disposto un coprifuoco sanitario di cinque giorni a partire da venerdì 3 luglio. Il primo ministro Mohammad Shtayyeh si rammarica di non poter controllare direttamente gli accessi al proprio territorio perché tutti i valichi sono presidiati dalle forze israeliane. Ciò contribuirebbe, a suo dire, alla crescita dei contagi nei Territori. È lui stesso, però, a precisare, il 6 luglio, che l’82 per cento dei nuovi pazienti ha contratto il virus in occasione di sposalizi o funerali, mentre il restante 18 per cento lavorando in Israele o transitando sul suo territorio.

I dati diffusi il 7 luglio dal ministero palestinese della Salute menzionano 306 nuovi contagiati nelle ultime 24 ore, per lo più (278) residenti nell’area di Hebron. Il che porta a 5.092 i casi complessivi fin qui censiti nei Territori palestinesi (72 nella Striscia di Gaza). Tra costoro i ricoverati in terapia intensiva sono 23, dei quali 6 sono attaccati ai respiratori.

Alla stessa data in Israele il computo complessivo dei contagiati ha invece raggiunto la cifra di 31.271, con 522 pazienti in più nelle ultime 24 ore (89 i casi gravi). I morti sono per Covid-19 sono in totale 338.


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