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Coronavirus in Siria, si teme la catastrofe

Anna Clementi
28 marzo 2020
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Coronavirus in Siria, si teme la catastrofe
Operazione di disinfezione di un'aula scolastica per contrastare il coronavirus nella città di Dana (in provincia di Idlib), il 24 marzo 2020. (foto by Ali Syria/Flash90)

Il governo siriano ha ufficialmente riconosciuto i primi casi di Covid-19 all'interno del Paese. Gli operatori delle ong internazionali temono soprattutto il diffondersi dell'epidemia tra le popolazioni sfollate. La guerra ha compromesso il funzionamento di molti ospedali.


Dopo settimane in cui si sono rincorse voci, sempre smentite dal governo, di casi di coronavirus in Siria, portati da combattenti e pellegrini iraniani, domenica 22 marzo il ministro della Salute Nizar Yaziji ha dato conferma del primo contagio nel Paese. Secondo quanto riportato dall’agenzia governativa Sana, si tratterebbe di una persona di 20 anni, di rientro da uno Stato estero non specificato, che è subito stata sottoposta alle cure e alle disposizioni di contenimento previste (nel corso della settimana i casi ufficialmente censiti sono saliti a 5 – ndr).

In aggiunta alle misure preventive già prese la settimana precedente, come la chiusura delle scuole e delle università fino al 2 aprile e il rinvio a maggio delle elezioni parlamentari, il governo ha predisposto nuovi provvedimenti per il contenimento del contagio che sono entrati in vigore mercoledì 25 marzo: chiusura di ristoranti, bar e attività commerciali non essenziali, riduzione dei trasporti pubblici, chiusura dell’aeroporto e dei valichi di frontiera con Giordania, Turchia e Libano e coprifuoco dalle 18 alle 6.

Mentre migliaia di persone nei territori controllati dal governo – circa il 70 per cento della Siria – si riversavano a fare scorta di beni di prima necessità, l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) esprimeva la propria preoccupazione per un’eventuale diffusione del virus nel Paese e in particolare nell’area di Idlib (a nord-est) e nei campi profughi.

Un sistema sanitario già in crisi

Dopo nove anni di guerra, 11 milioni di sfollati e quasi 390 mila morti, il sistema sanitario è al collasso e non riesce nemmeno a far fronte alla situazione attuale. Secondo l’Oms, solo 57 ospedali pubblici, il 64 per cento del totale, sono ancora operativi e, a causa della mancanza cronica di medici formati e dell’alto tasso di ricambio del personale, non c’è la capacità di prendersi carico dei malati in cura. Inoltre l’embargo imposto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea al regime siriano, in vigore dal 2011, ha ristretto la possibilità di avere apparecchiature mediche: i farmaci molto spesso non arrivano e i macchinari nelle strutture ospedaliere non funzionano per mancanza di elettricità o di pezzi di ricambio. Per questo Damasco non può permettersi di fermare i legami con l’Iran e la Cina, da cui la Siria si rifornisce, rispettivamente, di petrolio e medicinali.

I rischi per il Nord della Siria

Ad allarmare in particolare le ong e le organizzazioni sanitarie è la situazione nel nord della Siria, soprattutto perché si teme che il Covid-19 sia molto più diffuso di quanto il governo vuole far credere. La cospicua presenza di combattenti e di pellegrini provenienti dall’Iran – tra i maggiori focolai di coronavirus al mondo – che vanno e vengono dalla Siria e la testimonianza di alcuni medici di aver curato pazienti con sintomi dell’infezione costituirebbero le prove che questi timori sono fondati.

«Covid-19 in contemporanea alla guerra e a migliaia di sfollati: il peggiore incubo sta diventando realtà» ha dichiarato Jan Egeland, segretario generale dell’ong Norwegian Refugee Council. Nella provincia di Idlib, nel nord-ovest della Siria, la situazione è drammatica: dei tre milioni presenti nell’area, più della metà sono sfollati e vivono in campi sovraffollati, al freddo, in condizioni igienico-sanitarie disastrose, senza accesso sufficiente a cibo e all’acqua potabile. Lo stress fisico e mentale a cui sono quotidianamente sottoposti a causa della situazione in cui vivono li rende maggiormente vulnerabili al contagio. Anche le infrastrutture mediche sono al collasso, l’anno scorso ci sono stati 85 attacchi alle strutture sanitarie nella regione, al momento si contano solo tre ospedali con reparti di terapie intensiva, mancano dottori, test diagnostici, gel igienizzante. A ciò si aggiunge la decisione del governo turco di vietare l’esportazione di forniture mediche tra cui guanti e mascherine protettive.

Anche la situazione nella regione del Rojava è tragica. Nonostante le misure preventive prese dall’amministrazione autonoma curda, come la chiusura delle scuole e degli uffici pubblici, nel nord-est del Paese non ci sono i mezzi per far fronte a una possibile diffusione del contagio. Spesso manca persino l’acqua, rendendo impossibile il lavaggio delle mani, una delle principali azioni per la lotta al Covid-19. Ad aggravare una situazione già drammatica sono le conseguenze del veto di Cina e Russia al rinnovo, a dicembre 2019, della Risoluzione Onu 2.165 che permetteva alle agenzie delle Nazioni Unite di portare aiuti umanitari dalla Turchia, dalla Giordania e dal Libano nelle aree della Siria non controllate dal governo di Damasco. Ora gli aiuti umanitari, come il materiale sanitario fornito dall’Oms, prima di arrivare nel nord-est, devono passare per Damasco, allungando i tempi di consegna anche di una settimana. E in una situazione così drammatica, il tempo costituisce la prevenzione migliore per scongiurare la catastrofe.

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