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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Il Covid-19 in Iran, conseguenze imprevedibili

Elisa Pinna
26 febbraio 2020
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La popolazione sospetta gli ayatollah di nascondere i dati e la gravità dell’epidemia da coronavirus, comparsa tra le madrasse e le moschee di Qom, dove ogni anno – secondo dati ufficiali – si recano oltre 20 milioni di pellegrini musulmani.


Ci mancava il coronavirus. La Repubblica degli ayatollah è stata costretta in questi ultimi giorni a chiedere a tutti i suoi cittadini, oltre 80 milioni di persone, di rimanere chiusi nelle proprie case ed uscire solo in casi di assoluta necessità, mentre il viceministro della salute e capo della task force nazionale incaricata di combattere il contagio, Irai Harirchi, ha ammesso di essere lui stesso stato contagiato dal virus. In poche settimane, l’Iran è diventato, ancora inspiegabilmente, tra i Paesi più colpiti dall’epidemia, con la Cina, la Corea del Sud e l’Italia.

Ai pericoli e alle sofferenze, gli iraniani sono abituati a sopravvivere e a resistere da più di 40 anni. Tuttavia, la nuova malattia, scoppiata nella città santa di Qom, allargatasi a tutto il Paese ed esportata – anche attraverso i pellegrini sciiti – anche oltre le nazioni confinanti, rischia di avere conseguenze politiche e sociali imprevedibili per un Paese già messo al tappeto dall’embargo economico imposto dal presidente statunitense Donald Trump.

In Iran da tempo classe dirigente e popolazione marciano su strade diverse. L’astensionismo record di quasi il 60 per cento dell’elettorato nelle elezioni parlamentari del 21 febbraio ha mostrato, solo pochi giorni fa, la sfiducia generale che serpeggia verso il regime. I sospetti che gli ayatollah al potere abbiano nascosto i dati e la gravità dell’epidemia, comparsa tra le madrasse e le moschee di Qom, dove ogni anno – secondo dati ufficiali – si recano oltre 20 milioni di pellegrini musulmani, si rincorrono e si alimentano, anche per l’atteggiamento reticente avuto in un primo momento dalle autorità centrali. Dai social accusano la Nomenclatura di aver temuto di scoraggiare l’afflusso ai seggi e di scontentare così il desiderio della guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, che aveva chiesto una “prova di forza” anti-americana il giorno del voto. Ancora il 25 febbraio, secondo i dati forniti dal ministero della Sanità, i morti erano 16 e i contagiati meno di un centinaio. Numeri che appaiono in contraddizione con gli appelli generalizzati a mettersi in auto-quarantena e con la dichiarazione scioccante di Irai Hairirchi. Un parlamentare di Qom, Ahmad Amirabadi Farahan, ripreso anche da un giornale economico iraniano, ha dichiarato che solo nella sua città le vittime del coronavirus erano già 50 al 24 febbraio. È stato smentito dal governo, ma sul web si rafforzano le proteste contro un regime accusato di menzogne e di incapacità nel gestire l’emergenza.

L’Iraq ha chiuso il proprio confine con l’Iran. Le compagnie aeree straniere hanno sospeso i voli con Teheran e le altre città della Repubblica islamica. Già i collegamenti si erano rarefatti da gennaio, dopo l’uccisione del generale iraniano Qassem Soleimani da parte statunitense e l’abbattimento per un errore della contraerea iraniana di un jet civile ucraino. Ora tutto è fermo. Il Paese si trova in queste settimane in un isolamento drammatico. I decennali anni di embargo non aiutano le autorità iraniane ad affrontare l’emergenza sanitaria. Manca una rete ospedaliera adeguata, mancano i kit per identificare i casi positivi, anche se da Teheran fanno sapere che sono in arrivo: non dalla Cina – tengono a specificare – bensì dalla Germania. Oltre al fronte medico, vi è anche quello economico e sociale. Il petrolio non basta più a pagare la spesa pubblica. Nel 2019, le esportazioni del greggio sono calate del 35 per cento. Cosa succederà ora con il rallentamento internazionale provocato dal coronavirus? L’epidemia presenterà il suo conto al governo, e per pagarlo le autorità dovranno ricorrere all’indebitamento e a nuovi prelievi fiscali mettendo le mani nei portafogli dei cittadini. Le proteste dello scorso novembre, contro il rincaro dei costi della benzina, potrebbero essere solo un assaggio di quello che potrà succedere nel futuro.

Intanto, mentre sui media e alla tivù iraniana, si alternano – senza nemmeno più una pretesa di coerenza – rassicurazioni e allarmismi, è stato annunciato che, per precauzione, non si terrà a inizio marzo, l’annuale riunione del Consiglio degli esperti, l’assemblea di una novantina di religiosi (eletta nel 2016 con un mandato di 8 anni) che, quando sarà il momento, dovrà scegliere al suo interno il successore dell’attuale guida suprema. Meglio non mettere a rischio qualche candidato eccellente per l’appuntamento che tutti attendono, e di cui nessuno parla, in Iran.


 

Perché Persepolis?

La città di Persepolis era il centro del mondo prima di Alessandro Magno e di Roma. Era simbolo di una stagione di convivenza e integrazione culturale per quell’immensa regione che chiamiamo Medio Oriente. Oggi le rovine della capitale politica dell’antico Impero Persiano si trovano nel cuore geografico di un’area che in pochi decenni ha visto e vede guerre disastrose, invasioni di superpotenze esterne, terrorismo, conflitti latenti e lacerazioni interne all’islam: eventi che sfuggono alle semplificazioni con cui spesso in Occidente si leggono le vicende di quel quadrante geografico e che richiedono pazienza nel ricercare i fatti e apertura nel valutarne le interpretazioni. È ciò che si sforzerà di fare questo blog, proponendo uno sguardo ravvicinato sulla cultura, la società, l’economia, la religione, le radici identitarie dell’Iran e dei territori a forte componente sciita, compresi tra il Mediterraneo e Hormuz, tra lo Yemen e l’Asia Centrale.

Elisa Pinna, giornalista e scrittrice, è stata vaticanista, inviata per il Medio Oriente e corrispondente da Teheran per l’agenzia Ansa, oltre che collaboratrice di diverse testate italiane. Ha scritto libri sul pontificato di papa Benedetto XVI, sulle minoranze cristiane in Medio Oriente, sull’eredità dell’apostolo san Paolo. Con le Edizioni Terra Santa ha pubblicato Latte, miele e falafel: un viaggio tra le tribù di Israele e contribuito a Iran, guida storica–archeologica.

 

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