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Francesco e i Protomartiri francescani davanti alla malattia

fra Pietro Messa *
10 aprile 2020
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Francesco e i Protomartiri francescani davanti alla malattia
Spagnoletto (Jusepe de Ribera), San Francesco, 1642, Monastero dell'Escorial (dettaglio)

Considerare come san Francesco d’Assisi e i Protomartiri francescani hanno affrontato la malattia può offrire elementi per l’oggi, non solo come una sfida da superare, ma anche un’occasione da cogliere. La riflessione di uno studioso di Storia del francescanesimo


Francesco d’Assisi di salute era piuttosto gracile; infatti morì a quarantaquattro anni circa, non proprio giovane per quel tempo, ma neppure anziano. Negli ultimi anni ebbe varie malattie tra cui non ultima un problema agli occhi che lo rese pressoché cieco; probabilmente si trattò di un tracoma contratto in Egitto nel 1219 quando si incontrò con il sultano al-Malik al-Kamil. Questa infermità, soprattutto alla vista, gli impediva di muoversi liberamente e doveva essere accompagnato e custodito.

I medici migliori erano certamente presso la Curia pontificia che in quegli anni si trovava a Rieti, accompagnando papa Onorio III. Fu proprio nella valle reatina che frate Francesco fu condotto per essere curato. Riguardo a queste cure vi sono diverse testimonianze nelle fonti; così la Compilazione di Assisi, che ha recepito diversi ricordi di frate Leone, uno di coloro che gli rimasero accanto negli ultimi anni, narra dell’operazione di cauterizzazione agli occhi con il fuoco. In quella occasione Francesco, riferisce il testo, si rivolse a fratello Fuoco e lasciò tutti sbalorditi per la forza con cui sopportò i dolori dell’intervento.

I suoi occhi furono poi sottoposti anche ad altri interventi, ma risultarono inutili. Sempre la Compilazione di Assisi narra che san Francesco in quel momento prestò attenzione a una povera che si trovava a Rieti per i medesimi motivi e la aiutò perché potesse pagarsi le cure. E quando la malattia si fece sempre più grave tanto da approssimarsi alla morte, ecco che Francesco presentò al Signore tutta la propria fragilità; proprio in quel momento gli venne assicurato – come avvenne per il buon ladrone sulla croce – che presto sarebbe stato nel suo regno. Al che l’Assisiate invitò le creature a lodare il Signore componendo il Cantico di frate sole in cui tra l’altro afferma: «Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke e sostengo infirmitate e tribulazione. Beati quelli ke ’l sosterrano in pace, ka da Te, Altissimo, sirano incoronati».

L’esperienza dei Protomartiri

Anche i frati Minori originari dell’Umbria meridionale e inviati a predicare nelle terre dei non cristiani ebbero a confrontarsi con la malattia. Infatti, dalla Porziuncola, presso Assisi, furono inviati nella Penisola iberica e in Marocco sei frati, a quando passarono i Pirenei e giunsero in Aragona, Vitale si ammalò gravemente. In questi casi l’indicazione per coloro che volevano vivere come fratelli era precisa: «Se qualcuno dei frati cadrà ammalato, ovunque si trovi, gli altri frati non lo lascino senza avere prima incaricato un frate, o più di uno se sarà necessario, che lo servano come vorrebbero essere serviti essi stessi» (Regola non bollata, X,1: FF 34).

Visto che la guarigione tardava a venire, lo stesso frate Vitale disse agli altri cinque di proseguire il cammino onde non ritardare la predicazione; gli obiettarono che non potevano lasciarlo solo in terra straniera, ma egli riaffermò la sua posizione. Al che i frati Berardo, Pietro, Ottone, Adiuto e Accursio ripresero il cammino che li condusse in Marocco dove furono martirizzati.

A prima vista l’impresa fu un vero e proprio fallimento e assurdità: la malattia di Vitale, nessuna conversione e, infine, la morte violenta. Tuttavia, da questa testimonianza ebbe origine la vocazione francescana di sant’Antonio di Padova. Infatti, il canonico agostiniano Fernando da Lisbona vedendo a Coimbra i corpi straziati dei Protomartiri francescani decise di entrare nell’ordine minoritico assumendo il nome di Antonio.

Forza di attualità

La vicenda dei protomartiri francescani e delle malattie di san Francesco curate a Rieti possono offrire diversi elementi per vivere l’attuale pandemia non solo come una sfida da superare ma anche una occasione da cogliere.

  1. Francesco, prima del cambiamento di vita, quando vedeva i lebbrosi provava amarezza scorgendo in loro la propria fragilità che tanto aborriva, ma dopo aver fatto misericordia riconosce che il limite è il luogo della verità e della manifestazione della misericordia del Signore. Il coronavirus costringe a mettersi in verità, abbandonando i deliri di onnipotenza personali e comunitari.
  2. Francesco andando in Egitto compromise la vista; frate Vitale si ammalò in Aragona mentre gli altri cinque frati furono uccisi in Marocco. Questo ci ricorda che se si vive nelle relazioni – come nell’attuale mondo globalizzato – bisogna mettere in conto che vi è anche il partecipare non solo delle soddisfazioni/talenti altrui, ma anche dei loro limiti/malattie compresa l’incomprensione.
  3. Francesco in un primo momento è riluttante a farsi curare, ma poi accoglie il consiglio altrui e pur confidando nel Signore non disprezza la medicina in nome di un malsano fideismo.
  4. Davanti alla prospettiva di una operazione dolorosa, Francesco ha paura – proprio come Gesù nel Getsemani – e affida quella paura al Signore che la trasfigura con la sua grazia.
  5. Il dolore e la sofferenza hanno due esiti: o ci si chiude ancora di più in se stessi oppure rende compassionevoli nei confronti di coloro che vivono la stessa situazione. Francesco a Rieti nei confronti della donna con problemi agli occhi come lui prova un’empatia che diventa prendersi cura di essa. La malattia di frate Vitale non spegna, ma anzi accresce il desiderio la bella notizia di Gesù arrivi anche ai non cristiani.
  6. Infine, anche nelle tenebre più fitte vi è il Signore che illumina la notte, proprio come nella veglia pasquale; il fallimento dei Protomartiri francescani fiorisce nella vocazione di sant’Antonio di Padova. E il Cantico di frate sole dell’Assisiate non è altro che un cantico pasquale che coinvolge la stessa creazione.

Anche nella malattia e in un tempo di pandemia possiamo contemplare il volto dei santi per trovare riposo nella loro compagnia!

( * Pontificia Università Antonianum)

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