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Sauditi ed emiratini, le sorprese della pandemia

Laura Silvia Battaglia
16 aprile 2020
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Nel Regno dei Saud, dove il virus si diffonde anche tra l'élite al potere, e negli Emirati degli al-Nahyan, alcune manovre determinate dalla risposta al Covid-19 paiono rivoluzionarie.


Il New York Times pubblica un rapporto in cui sostiene, fonti alla mano, che circa 150 membri della casa regnante saudita sono positivi al Covid-19. Tra questi ci sarebbe anche un principe saudita tra i più anziani. Il problema è che si sospetta che il numero dei positivi potrebbe aumentare, almeno secondo un dispaccio interno inviato dai Saud all’ospedale della famiglia reale, intitolato a re Faisal. L’ospedale, infatti, si è appena preparato a installare 500 letti in più per accogliere tutti i casi di Covid-19 più gravi provenienti dalla famiglia reale, mentre i pazienti con malattie croniche già in corsia «saranno trasferiti al più presto» in ospedali meno prestigiosi, inclusi i membri dello staff ospedaliero già diagnosticati positivi e in ricovero.

Chi è messo peggio è il principe Faisal bin Bandar Abdulaziz Al-Saud, governatore di Riyadh e nipote del re Salman, attualmente in terapia intensiva dopo essere stato diagnosticato positivo. Il re Salman, a sua volta, si è isolato su un lembo di terra al largo della costa di Jeddah, mentre suo figlio, il principe ereditario Mohammed bin Salman, si è appartato con i membri del suo ministero in una località remota lungo lo stesso tratto di costa. Molti altri sono in quarantena. Una delle ragioni di questo vasto contagio in famiglia potrebbe risiedere nel fatto che migliaia di principi della casa reale viaggiano abitualmente verso l’Europa, dove il virus dilaga.

Peraltro, secondo il rapporto, alcuni dei primi provvedimenti senza precedenti adottati dalle autorità saudite – incluso il blocco dei luoghi santi di Mecca e Medina – potrebbero essere stati determinati dal timore di uno scoppio del contagio tra l’élite regnante. Sta di fatto che le previsioni del ministro della Sanità Tawfiq al-Rabih non sono affatto confortanti: nel Regno si parla di cifre di persone infette che potrebbero diventare astronomiche, portando il contagio dai quasi tremila casi positivi già confermati a più di 200 mila.

Se nel regno dei Saud, tutta la famiglia reale è in quarantena, negli Emirati Arabi Uniti sono andati in quarantena funerali, matrimoni e divorzi, con effetti nefasti soprattutto per i poligami. L’emirato di Dubai sta sospendendo matrimoni e divorzi «fino a nuovo avviso», per evitare incontri o contatti intimi che potrebbero diffondere la malattia.

Il dipartimento di giustizia di Dubai ha dichiarato che la decisione rientra tra le «misure per prevenire la diffusione della pandemia» adottate nell’Emirato, che è sotto stretto blocco, nonostante i contagi siano stati «solo» duemila e i morti dodici. Il giudice Khaled al-Hawsni, del tribunale della famiglia, ha affermato sul sito web del dipartimento di Giustizia che le coppie che hanno già espletato le formalità matrimoniali non devono organizzare feste di matrimonio «neppure tra le loro cerchie familiari più ristrette». Restano dubbi per i poligami, soprattutto quanto riguarda le restrizioni agli spostamenti. Il quotidiano locale Gulf News ha riferito di un uomo che si è trovato costretto a contattare la polizia per ottenere un permesso di visita alla seconda moglie, proprio per mantenere fede alle regole del diritto familiare islamico. Non è dato sapere quale risposta abbia ottenuto, ma certamente una delle due mogli non sarà rimasta soddisfatta.

A causa del blocco – a Dubai simile a un vero e proprio coprifuoco – è stata permessa anche una deroga alla legge sul possesso e consumo degli alcolici, ovviamente per i non musulmani. Poiché alberghi, lounge bar, ristoranti e luoghi di ritrovo e divertimenti sono chiusi, i due maggiori distributori di alcolici di Dubai hanno ottenuto il permesso di consegnare a domicilio di birra, vino e liquori. La tassazione sugli alcolici è altissima negli Emirati (fino al 50 per cento) e le entrate generate da queste imposte sono molto remunerative. Considerato che gli hotel e i bar di lusso sono stati i più colpiti nel settore turistico, con un impatto diretto sul consumo di alcol, la Mmi (Maritime and Mercantile International, una filiale della compagnia aerea Emirates di proprietà del governo) e la società African & Eastern hanno stretto un accordo di partneriato per creare il sito legalhomedelivery.com che offre consegna di alcol a domicilio. Si va da una bottiglia di whisky indiano da 4 dollari fino a bottiglie di tequila extralusso da 530 dollari. In mezzo ci sono birre e vini con la più vasta gamma di prezzi. Per accedere al servizio, i pochi turisti rimasti possono usare il passaporto. I residenti, invece, hanno bisogno di una licenza per l’alcol: in sostanza, posso esibire un cartellino rosso di plastica emesso dalla polizia di Dubai e rinnovabile ogni anno. Ovviamente sono ammessi ad avere il libretto rosso solo i non musulmani di età pari o superiore a 21 anni, anche se nei bar, quando la consumazione avveniva dal vivo e senza mediazioni, nessun barista richiedeva mai ai clienti la «carta di identità alcolica».


 

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen).

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24, Tv2000), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu).

Ha girato, autoprodotto e venduto vari video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).

 

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