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Covid-19, Israele si rassegna a un nuovo lockdown

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12 settembre 2020
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Covid-19, Israele si rassegna a un nuovo <i>lockdown</i>
Alla bancarella di un fruttivendolo del mercato di Ramleh, in Israele, l'11 settembre 2020. (foto Yossi Aloni/Flash90)

Continuano a crescere i contagi da coronavirus in Israele e le autorità, controvoglia, devono imporre un nuovo coprifuoco generalizzato alla vigilia delle feste ebraiche. S'allontana il momento del ritorno di pellegrini e volontari in Terra Santa.


(g.s.) – Serviranno tre mesi per riportare la conta dei nuovi contagi quotidiani da Covid-19 in Israele a quota 400. Nell’ultima settimana si è arrivati a 4 mila nuovi casi in un giorno (giovedì). Percentualmente i casi gravi aumentano del 6 per cento al giorno. Se si dovesse arrivare al 10 per cento avremmo un raddoppio dei pazienti in gravi condizioni ogni settimana. Le cifre riportate ieri, 11 settembre, dal quotidiano The Times of Israel, e fornite dal Centro nazionale di informazioni sul coronavirus, un organismo di cooperazione tra l’intelligence militare e il ministero della Salute.

L’allarme è nei dati

Mentre i morti per Covid da febbraio ad oggi hanno superato quota 1.000, i test processati in Israele sono ormai 45 mila al giorno (eravamo a 30 mila la settimana scorsa). Il 45 per cento dei pazienti gravi rientra nella fascia d’età 60-79 anni, gli over 80 sono il 20 per cento, gli under 40 il 10 per cento.

Facendo le debite proporzioni la situazione in Israele appare più grave di quella negli Stati Uniti: negli Usa siamo a 100 nuovi contagi al giorno ogni milione di abitanti, mentre nello Stato ebraico siamo a 300, sei volte tanto quelli che si registrano in Italia o Corea del Sud, che furono le prime nazioni con cui Israele interruppe i contatti a fine febbraio per via del coronavirus.

Da allora ad oggi i contagi contati nei Territori Palestinesi sono oltre 34 mila e i decessi più di 230. Le persone attualmente positive in Cisgiordania sono almeno 9.400. Nella Striscia di Gaza è in corso l’impennata temuta: i contagi hanno valicato quota 1.500. Complessivamente ogni milione di abitanti in Palestina se ne contano oltre 6.500.

La nuova stretta in tre fasi

Davanti a queste cifre, il governo di Israele non può che rassegnarsi ad adottare la misura del lockdown totale, che ha in tutti i modi cercato di scongiurare o rinviare.

Ronni Gamzu, il medico nominato il 20 luglio scorso coordinatore nazionale della lotta al Covid-19, auspicava misure drastiche di contenimento già il 4 agosto, ma l’esecutivo ha preferito attendere, sia per non danneggiare le attività economiche, sia per non giungere a una prova di forza con le componenti dell’ebraismo ultraortodosso che si mostrano refrattarie ad ogni restrizione alla libertà di riunione.

Il nuovo coprifuoco sanitario totale, proposto al governo dalla sua commissione di esperti, dovrebbe articolarsi in tre fasi: la prima scatterà la prossima settimana, comunque entro il 18 settembre. Si lascerà il tempo alla delegazione israeliana guidata dal premier Banjamin Netanyahu di recarsi a Washington, il 15, per firmare alla Casa Bianca gli accordi per l’apertura di relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. La seconda fase dovrebbe iniziare ai primi d’ottobre, la terza a metà dello stesso mese.

Nella prima fase resteranno chiuse le scuole e tutte le attività non essenziali. La popolazione non potrà allontanarsi più di 500 metri dalla propria abitazione. Nella seconda fase ci saranno restrizioni ai trasferimenti da una città all’altra e alle riunioni (non più di 20 partecipanti in spazi aperti e non oltre i 10 al chiuso). La terza fase prevede misure differenziate a seconda della situazione che si verificherà nelle varie aree, in base a parametri epidemiologici ben precisi. Le decisioni del governo saranno adottate e ufficializzate nella riunione di domenica 13 settembre.

La sera del 18 settembre segna l’inizio del Capodanno ebraico (Rosh HaShanah), festa che sarà seguita da Yom Kippur, il giorno dell’espiazione, del digiuno e della penitenza, che inizia la sera del 27. Resta da vedere se e come verrà da tutti rispettato il coprifuoco.

La Chiesa rimpiange i volontari stranieri

In una situazione come questa non se ne parla di riaprire a breve gli aeroporti ai turisti stranieri e ai pellegrini. Ne risentono anche molte organizzazioni locali che sapevano di poter affiancare al personale regolarmente assunto anche l’opera di volontari internazionali che da tutto il mondo giungevano regolarmente a mettere a disposizione le proprie energie e qualche settimana del loro tempo per collaborare con istituzioni culturali, assistenziali, di promozione sociale e così via.

La questione, già nota, è stata sollevata pubblicamente da un comunicato emesso il 10 settembre dall’Assemblea degli ordinari cattolici di Terra Santa. I capi religiosi delle comunità cattoliche locali prendono spunto da un articolo apparso sul quotidiano Haaretz l’8 settembre nel quale si riferisce di un’organizzazione evangelica statunitense che è riuscita, grazie all’intervento di qualche funzionario governativo, ad inviare in Israele qualche decina di volontari che cooperano alla vendemmia in alcuni insediamenti israeliani in Cisgiordania.

Al contrario, si rammaricano i capi delle Chiese, tutte le richieste di concessione di visti di ingresso per volontari presentate nei mesi scorsi da ospedali, scuole, ospizi e centri socio-assistenziali cattolici – che operano a servizio di ebrei, musulmani e cristiani – sono state ripetutamente respinte in nome dell’emergenza coronavirus.

Dopo tanti tentativi frustrati ora i capi delle Chiese reiterano le loro richieste a viso aperto. Siano concessi, chiedono, visti di ingresso a quei religiosi e religiose che intendono venire in Terra Santa a sostenere i confratelli e consorelle già impegnati sul campo; agli studenti iscritti ai corsi presso istituzioni accademiche; ai volontari che intendono mettersi per qualche tempo a servizio di ammalati, disabili e poveri assistiti dalle istituzioni cattoliche.

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