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Con la pandemia aumenta la povertà in Israele

Cécile Lemoine
9 dicembre 2020
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Con la pandemia aumenta la povertà in Israele
Tel Aviv, novembre 2020: volontari preparano scatole di aiuti alimentari per distribuirli a persone che hanno perso il lavoro a causa della pandemia di Covid-19. (foto Tomer Neuberg/Flash90)

Quasi il 30 per cento delle famiglie israeliane vive oggi al di sotto della soglia di povertà. Lo denuncia il rapporto annuale di Latet, la principale organizzazione di aiuto umanitario del Paese. E il Covid-19 ha peggiorato la situazione.


Da mesi i centri israeliani per gli aiuti alimentari sono pieni. Un recente rapporto mette nero su bianco ciò che tutti hanno visto dall’inizio dell’epidemia. «Il numero di famiglie che vivono al di sotto della soglia di povertà è passato dal 20,1 per cento di prima della pandemia al 29,3 per cento», riferisce in un comunicato del 9 dicembre l’ong Latet, che redige ogni anno un rapporto «alternativo» sulla povertà. Circa 268mila famiglie sono cadute in povertà a causa del coronavirus. Alla crisi sanitaria, si aggiunge dunque una crisi sociale.

Se Israele ha sempre brillato nell’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) con il suo tasso di disoccupazione vicino allo zero e una crescita vigorosa, guidata da un settore tecnologico in forte espansione, la «start-up nation» fa la figura del cattivo allievo quando si tratta di uguaglianza sociale. Nel 2019 quasi 1,8 dei 9 milioni di abitanti del Paese vivevano al di sotto della soglia di povertà (3.700 shekel, circa 940 euro al mese). Lo riferisce l’agenzia nazionale per la sicurezza sociale. Si tratta di una persona su cinque, cioè il rapporto peggiore tra i Paesi membri dell’Ocse, se si analizzano i dati dopo la ridistribuzione sociale.

«In realtà è molto di più», secondo Gilles Darmon, fondatore di Latet (che in ebraico significa «dare», la più grande ong del Paese. Ogni anno, Latet pubblica un rapporto sulla povertà, che include analisi sul campo molto più dettagliate del criterio di definizione del reddito medio utilizzato dal governo israeliano. Studiando dati come la mancanza di istruzione, l’accesso alle cure mediche, all’alloggio, al cibo e la capacità di affrontare il costo della vita, l’associazione stima che 2,6 milioni di israeliani vivano di fatto in povertà.

Punto di svolta

Con la pandemia tutti i parametri hanno dato segno rosso. Durante il primo confinamento, il 38,6 per cento delle famiglie israeliane si è trovato ad affrontare difficoltà finanziarie (un aumento di 14,5 punti rispetto a prima della crisi, secondo il rapporto). Allo stesso modo, oggi il 22,6 per cento delle famiglie soffre di insicurezza alimentare, rispetto al 17,8 per cento di prima della pandemia.

«È un punto di svolta netto riguardo alla povertà in Israele – afferma preoccupato Gilles Darmon –. Il tessuto economico e sociale si è scontrato con il muro del Covid-19. Si pensava che la società israeliana fosse resiliente, ma le cifre ci mostrano il contrario. E con il secondo lockdown la situazione è forse peggiore».

Con un tasso di disoccupazione che va a ruota libera e nessuna disposizione per una riduzione di orario lavorativo, migliaia di persone da un giorno all’altro si sono trovate prive di reddito. Tra le comunità più colpite, quelle già considerate precarie: arabi israeliani ed ebrei ultraortodossi. Tra i primi, le donne restano a casa per allevare i figli; tra i secondi, gli uomini lavorano poco per dedicarsi allo studio del Talmud. Anche gli anziani e i sopravvissuti della Shoah sono considerati gruppi vulnerabili.

Il Paese è «perso»

Mentre Israele è stato fondato attorno a un progetto sionista di uguaglianza e giustizia sociale, Gilles Darmon ritiene che il Paese si sia smarrito scegliendo la via dell’«ortodossia economica ultraliberale». «Il divario sociale tra ricchi e poveri, fra centro e periferia si è allargato, rendendo ancora più visibile la società a due velocità quale è diventata Israele. Lo Stato ha creato le condizioni dell’attuale fragilità, rifiutandosi di investire in queste famiglie per costruire la resilienza sociale. La gente si sente abbandonata dal governo e non ha un canale di espressione: nessun partito si occupa di questi temi», si rammarica Darmon, che è anche amministratore delegato di una banca d’affari.

Per sopravvivere, migliaia di israeliani si sono rivolti a centri di assistenza alimentare. «Abbiamo triplicato il volume degli aiuti inviati sul campo e, in vista dell’emergenza, abbiamo distribuito i prodotti direttamente a quasi 18mila famiglie israeliane», riferisce il fondatore di Latet, che funge da organizzazione ombrello per 180 ong locali. «Quando sono arrivato in Israele negli anni Novanta volevo contribuire alla vita locale», racconta Gilles Darmon che è di origine francese. A quel tempo, le ong e il concetto di società civile qui erano ai primi passi. Così ho importato il modello dei Restos du Cœur francesi o del Banco alimentare».

Oggi l’associazione è una delle più grandi del Paese. Oltre a diversi programmi di aiuto e istruzione, gestisce un banco alimentare che distribuisce ogni anno 30 milioni di dollari di alimenti a 60mila famiglie bisognose. Dall’inizio dell’epidemia, Latet ha ricevuto donazioni da 250mila persone. «C’è stato un vero risveglio civico!», dice con entusiasmo il fondatore. Se i governi che si sono succeduti hanno da tempo chiuso gli occhi sul tema della povertà, Gilles Darmon vuole credere in una presa di coscienza. «Siamo all’alba di una nuova società israeliana. L’Ocse prevede che l’economia si riprenda nel 2022. La crisi sociale durerà almeno fino al 2025. Nessuno potrà ignorarla per tutto questo tempo. I prossimi due anni saranno cruciali per le politiche sociali in Israele».

 


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