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Anche il Marocco apre a Israele

Terrasanta.net
12 dicembre 2020
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Anche il Marocco apre a Israele
I colori e i simboli delle bandiere nazionali di Marocco e Israele.

Il 10 dicembre il presidente degli Stati Uniti uscente, Donald Trump, ha annunciato la volontà del governo del Marocco di riconoscere Israele. Gioia per i molti ebrei d'origine marocchina, nuovo choc per i palestinesi.


(c.l./g.s.) – Per il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è «un grande passo avanti per la pace in Medio Oriente!» Il 10 dicembre è stato proprio lui, per primo, a dichiarare che il Marocco intende riprendere le relazioni ufficiali con Israele. Dopo l’Egitto nel 1979, la Giordania nel ‘94, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein con gli Accordi di Abramo del 15 settembre scorso, ora è il turno del Marocco. In Africa anche il Sudan ha già espresso il suo accordo di principio. E Jared Kushner, consigliere e genero di Trump, ha affermato che il riconoscimento di Israele da parte dell’Arabia Saudita è «ineluttabile».

In cambio di questo «accordo» tra la monarchia nordafricana e lo Stato ebraico, Trump ha fatto sapere di aver firmato – con un atto in contraddizione con il diritto internazionale – una dichiarazione in cui riconosce la sovranità marocchina sul Sahara occidentale, un ex territorio spagnolo in Nord Africa, conteso dal regno del Marocco e dal Fronte Polisario, movimento indipendentista saharawi, sostenuto dall’Algeria. Rabat considera la decisione di Washington una «presa di posizione storica».

Secondo un comunicato del palazzo reale, il sovrano, Mohammed VI, ha dichiarato che il Regno intende compiere tre passi concreti con Israele: anzitutto, facilitare i voli diretti per il trasporto di membri della comunità ebraica marocchina e di turisti israeliani da e verso il Marocco; in secondo luogo, riprendere i contatti bilaterali ufficiali e le relazioni diplomatiche con Israele «il prima possibile». Infine, «promuovere relazioni innovative in campo economico e tecnologico». Rabat non ha formalmente mai riconosciuto lo Stato ebraico ma tra i due governi – in nome dei comuni interessi di sicurezza nazionale – ci sono da decenni contatti costanti e riservati. Durante gli anni Novanta, in seguito agli accordi di pace Oslo tra israeliani e palestinesi, questi legami vennero alla luce del sole con l’apertura di un ufficio di rappresentanza israeliano in Marocco (dove i turisti israeliani possono già entrare ottenendo il visto d’ingresso al loro arrivo in aeroporto) ma furono nuovamente ridimensionati dopo lo scoppio della seconda intifada palestinese nel settembre 2000.

Tace l’Autorità Palestinese

Almeno fino al momento in cui pubblichiamo questo articolo, l’Autorità Nazionale Palestinese è rimasta in silenzio sulla decisione del Marocco, tuttavia, sappiamo bene che i palestinesi hanno già criticato gli accordi di normalizzazione conclusi dal Bahrein e dagli Emirati Arabi Uniti. La firma a Washington degli Accordi di Abramo i palestinesi la considerano una «pugnalata alle spalle» e lo hanno detto apertamente. Hazem Qassem, portavoce di Hamas, il movimento islamista al potere nella Striscia di Gaza, ha reagito alla normalizzazione tra Israele e il Marocco definendola «un peccato politico» che «non serve la causa palestinese e incoraggia l’occupazione a continuare a negare i diritti del nostro popolo».

La soluzione a due Stati per Rabat non tramonta

Il settimanale marocchino TelQuel osserva che con questo passo del Marocco sembrerebbe che «la solidarietà araba [con la lotta dei palestinesi contro l’occupazione israeliana] abbia fatto il suo tempo», sostituita da una realpolitik filo-israeliana. Mohammed VI, invece, ha subito raggiunto al telefono il presidente dell’Autorità palestinese, Mahmoud Abbas, per assicurargli che «non rinuncerà mai al suo ruolo nella difesa dei diritti legittimi del popolo palestinese», si legge in una dichiarazione del governo di Rabat. In questa dichiarazione, il sovrano ha voluto menzionare che «il Marocco sostiene la soluzione dei due Stati e che i negoziati tra le parti palestinese e israeliana sono l’unico modo per raggiungere una soluzione definitiva, duratura e globale a questo conflitto. Nella sua qualità di presidente del Comitato Al-Quds (il toponimo arabo per Gerusalemme – ndr), creato dall’Organizzazione per la cooperazione islamica per lavorare per la conservazione del patrimonio religioso, culturale e urbanistico della Città Santa, il re ha anche insistito «sul rispetto della libertà di praticare riti religiosi per i seguaci delle tre religioni monoteiste. La visita di papa Francesco nel marzo 2019 è stata per lui l’occasione per riaffermare il suo desiderio di «preservare» Gerusalemme come «luogo di incontro e simbolo di pacifica convivenza».

La soddisfazione di Netanyahu

Da parte israeliana, la sera del 10 dicembre il primo ministro Benjamin Netanyahu ha salutato così il nuovo accordo di normalizzazione dei rapporti bilaterali: «Voglio ringraziare il presidente Trump per aver guidato questi accordi e il re Mohammed VI del Marocco per questa storica decisione di fare la pace con Israele». Ha poi aggiunto: «Il popolo marocchino e il popolo ebraico hanno sempre avuto rapporti cordiali nell’era moderna. Tutti conoscono la profonda amicizia dimostrata dal re del Marocco e dal popolo marocchino nei confronti della comunità ebraica locale». Il primo ministro ha definito le «centinaia di migliaia» di ebrei di origine marocchina che vivono in Israele come un «ponte umano» tra i due Paesi.

Gioia degli israeliani di origine marocchina

Secondo alcuni calcoli essi rappresentano circa l’8 per cento della popolazione dello Stato ebraico. Le origini della comunità ebraica in Marocco risalgono all’esilio che seguì la distruzione del Secondo Tempio a Gerusalemme nel 70 d.C. La comunità era al suo apice all’inizio della Seconda guerra mondiale e contava 250 mila membri, quando Mohammed V resistette alle pressioni dei nazisti che chiedevano la loro deportazione. Molti ebrei emigrarono dopo l’indipendenza del regno. Oggi in Marocco sono rimasti circa 2.000 ebrei.

Molti di loro in Israele accolgono con favore la normalizzazione delle relazioni tra il Marocco e il loro Paese. I politici di origine marocchina non hanno mancato di sottolinearlo. «Dio ha reso possibile questo grande giorno. Rallegriamoci e godiamoci questo momento», ha commentato Aryeh Deri, ministro dell’Interno israeliano, nato a Meknes, nel Marocco centrale. «Noi che siamo nati in Marocco, con tutti gli altri marocchini nel mondo, aspettavamo questo giorno da tanto tempo». «Io sono nato in Israele, ma mi scorre nelle vene il sangue del Marocco», ha detto Michael Biton, ministro degli Affari strategici, che appartiene al partito centrista Blu e Bianco. «Anche per me oggi è un giorno di festa», ha detto. Il ministro dei Trasporti Miri Regev (Likud), i cui genitori sono di origine sefardita dal Marocco, ha affermato che «intere generazioni di marocchini hanno sognato la pace con questo Paese in cui sono nati e dove la nostra cultura è così profondamente radicato».

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