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Firmati a Washington gli Accordi di Abramo

Giampiero Sandionigi
16 settembre 2020
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Firmati a Washington gli Accordi di Abramo
Cerimonia della firma nei giardini della Casa Bianca il 15 settembre 2020. Da sinistra il ministro degli Esteri del Bahrein, il premier israeliano, il presidente degli Stati Uniti e il ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti. (foto Avi Ohayon/Gpo Israele)

Sono stati firmati il 15 settembre alla Casa Bianca gli accordi diplomatici che certificano il disgelo tra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein, tutti stretti alleati degli Stati Uniti. La soddisfazione di Donald Trump e la frustrazione dei palestinesi.


È con la solennità delle grandi occasioni, e una cerimonia tutto sommato rapida (40 minuti), che nei giardini della Casa Bianca ieri, 15 settembre 2020, è avvenuta la firma dei cosiddetti Accordi di Abramo tra Israele, gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein, sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Donald Trump e dei suoi più stretti collaboratori. Con il ministro degli Esteri emiratino, Abdullah bin Zayed, e il suo collega del Bahrein, Abdullatif Al Zayani, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha anche firmato distinti accordi bilaterali che portano entrambi gli Stati del Golfo Persico a riconoscere lo Stato ebraico, allacciando con esso formali relazioni diplomatiche, e ad approfondire la collaborazione su molti fronti: turismo, aviazione civile, scienza e tecnologia, innovazione, ambiente, energia… tanto per elencarne alcuni. In ballo c’è anche la vendita di caccia F35 agli Emirati da parte degli Usa, alla quale ora il governo israeliano non ha ragione d’opporsi.

Nei brevi discorsi pronunciati dai protagonisti della cerimonia, e nei documenti sottoscritti, si fa ampio ricorso alla parola “pace”. Tuttavia, né gli Emirati Arabi Uniti né il Bahrein sono mai stati belligeranti con Israele. Le due entità arabe acquistarono l’indipendenza dal protettorato britannico solo nel 1971, dopo che le prime decisive guerre arabo-israeliane erano già state combattute nel 1948 e nel 1967. Conflitti a cui invece parteciparono gli unici due Paesi arabi ad aver sottoscritto da tempo veri e propri trattati di pace con lo Stato ebraico: l’Egitto (nel 1979) e la Giordania (nel 1994).

Una pace tra alleati

Di vero c’è che siglare un impegno per la pace implicherà disinnescare i discorsi d’odio e favorire un clima di reciproco rispetto nell’opinione pubblica dei singoli Paesi, per far sì che si diffonda nell’intera regione. Compiti che spettano a tutte le parti in causa.

Netanyahu nel suo intervento si è compiaciuto nel vedere confermata la sua linea politica: rendere Israele sempre più forte gli fa guadagnare rispetto, alleati e sicurezza.

Il ministro degli Esteri emiratino Abdullah bin Zayed, l’unico a parlare nella sua lingua (probabilmente per far giungere la sua voce senza mediazioni al pubblico arabo) ha messo l’accento su un punto che ha già più volte ribadito. E lo ha fatto ringraziando Netanyahu «per aver scelto la pace e fermato l’annessione di territori palestinesi, una decisione che rafforza la nostra volontà comune di raggiungere un futuro migliore per le generazioni che verranno». Il principe ha idealmente teso la mano ai palestinesi, che si sentono traditi. «Negli Emirati Arabi Uniti – ha detto – siamo convinti che questo accordo ci permetterà di rimanere al fianco del popolo palestinese e realizzare le sue speranze per uno Stato indipendente all’interno di una regione stabile e prospera».

Per il collega del Bahrein, Abdullatif Al Zayani, «l’accordo odierno è un importante primo passo e ora spetta a noi lavorare con impegno per una pace durevole e per la sicurezza che i nostri popoli meritano. Una giusta, complessiva e duratura soluzione dei due Stati al conflitto israelo-palestinese sarà il fondamento, la salda roccia per una pace del genere».

Netanyahu dice che questa non è soltanto una pace tra i leader, ma tra i popoli. Non è detto che sia così: la maggioranza sciita del Bahrein, sensibile alle istanze iraniane, potrebbe non pensarla come i suoi governanti, la dinastia sunnita dei Banu al-Khalifa che nel 2011 fece reprimere le manifestazioni di piazza, con il sostegno armato di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Lo scontento palestinese

Come era prevedibile, gli Accordi di Abramo sono andati per traverso ai palestinesi, che hanno richiamato i loro ambasciatori ad Abu Dhabi e Manama. Mentre a Washington firmavano, Hamas da Gaza lanciava razzi verso Israele e da Ramallah l’ufficio del presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas, diffondeva un comunicato ufficiale in cui leggiamo: «Tutto quanto è avvenuto alla Casa Bianca non porterà pace alla regione, fino a che gli Stati Uniti e Israele, in quanto entità occupante, non riconosceranno i diritti del popolo palestinese a stabilire un suo Stato entro i confini del 1967, che abbia Gerusalemme Est come capitale, e non risolveranno la questione dei profughi». Al di là delle dichiarazioni, le piazze non si sono più di tanto scaldate, forse per rassegnazione, forse per la mancanza di prospettive strategiche. Mai come ora le armi politiche a disposizione dei palestinesi sembrano spuntate.

Il guadagno è tutto di Israele, anche rispetto alla proposta di pace saudita del 2002, approvata da tutta la Lega araba, ma subito azzoppata dal rifiuto israeliano: diciotto anni fa si prospettava il pieno riconoscimento dello Stato ebraico da parte di tutti i governi arabi in cambio del ritiro delle truppe entro i confini del 1967, del ritorno dei profughi palestinesi del 1948 e della nascita dello Stato di Palestina. Oggi il riconoscimento arriva da Abu Dhabi e da Manama senza alcuna di queste condizioni.

Gli analisti danno per certo che altri Stati del Golfo si faranno avanti, accomunati come sono dall’antagonismo rispetto all’Iran. Il premier israeliano lo ha lasciato intendere in varie occasioni e Trump se lo augura. Il governo dell’Arabia Saudita, per ora, mantiene la linea ufficiale: niente accordi con Israele, senza che prima ci sia la pace con i palestinesi. Intanto, però, anche Riyadh collabora già da tempo con i governi a guida Netanyahu. E non è più un segreto.

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