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Gli Accordi di Abramo alla prova del fuoco

Elisa Pinna
21 maggio 2021
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Nei giorni scorsi i governi firmatari degli Accordi di Abramo hanno parlato il meno possibile delle rivolte a Gerusalemme e della nuova guerra di Gaza. Il vessillo della solidarietà, non più araba, ai palestinesi passa a Turchia e Iran...


Un silenzio carico di imbarazzo e preoccupazione regna nei Paesi arabi che appena un anno fa, con clamore mediatico, firmarono gli Accordi di Abramo con Israele e con gli Stati Uniti, stringendo rapporti diplomatici, economici, tecnologici e di intelligence con lo Stato ebraico e accantonando la questione palestinese, già finita, di suo, in fondo all’agenda internazionale. La scommessa era, per l’appunto, che tale questione rimanesse nel dimenticatoio.

All’abbraccio irenico, diretto dall’amministrazione Trump e dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, si erano uniti in rapida successione Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Marocco e Sudan, e si sarebbe presto aggiunto il Paese dominante nella regione, l’Arabia Saudita governata dall’erede al trono, il principe Mohammed Bin Salman.

La disperata rivolta dei palestinesi di Gerusalemme est contro l’espansionismo degli estremisti ebraici e la nuova ondata di bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza, in rappresaglia ai lanci di razzi di Hamas contro il “nemico sionista”, hanno scombussolato il copione. Ora che fare, si chiedono da Rabat ad Abu Dhabi?

Una prima risposta è quella di parlarne il meno possibile, confidando nella tregua raggiunta la sera del 20 maggio. Sui giornali ufficiali del Bahrein e degli Emirati Arabi Uniti, le notizie dai Territori palestinesi sono state relegate in secondo piano e, per la prima volta dal 1948, le autorità di metà del mondo arabo hanno evitato di condannare apertamente i raid di Israele. C’è da dire che l’altra metà si è limitata per lo più a dichiarazioni di circostanza. Ha suscitato un certo effetto sentire stavolta il re del Marocco, Mohammed VI, discendente del profeta Maometto, esprimere solo «una profonda apprensione» di fronte alle cariche e ai lanci di lacrimogeni da parte della polizia israeliana, lo scorso 7 maggio, all’interno della moschea di Al Aqsa, il terzo luogo più sacro dell’Islam. O leggere, in un commento di uno dei clerici più influenti degli Emirati, Wassem Yousef, che in fondo «i palestinesi non hanno bisogno di Gerusalemme».

Sebbene al momento, i regimi dei Paesi sottoscrittori degli Accordi di Abramo siano riusciti a tacitare le loro opinioni pubbliche interne, lo scollamento tra autorità e sentimenti popolari è difficile da nascondere. Già nei sondaggi effettuati al momento della firma degli accordi con Israele lo scorso anno, meno del 10 per cento dell’intera popolazione araba approvava la scelta dei firmatari, in un arco che andava dal 20 per cento di favorevoli in Libano al 3 per cento in Giordania.

Con la rivolta e il conflitto di questi giorni è diventato evidente che la difesa della causa palestinese, uno dei nodi irrisolti e foriero di instabilità ciclica nella regione, è passata ormai principalmente a due potenze musulmane regionali non arabe: la Turchia e l’Iran. Certo, sono rimasti da un lato il tentativo di mediazione svolto anche in questa occasione dall’Egitto o l’appoggio del Qatar a Hamas. Sembra però appartenere a un’altra epoca l’iniziativa di pace saudita del 2002, respinta da Israele, che proponeva un riconoscimento dello Stato ebraico da parte dei Paesi della Lega Araba in cambio di uno Stato palestinese delimitato dai confini del 1967.

Gli Accordi di Abramo del 2020 (riconoscimento di Israele senza alcuna contropartita per i palestinesi) mostrano una certa fragilità. Ciò non significa che verranno sciolti. Probabilmente l’Arabia Saudita eviterà di entrarvi, come ha suggerito il vecchio re Salman, tuttora in carica, al figlio, che pure ne era stato uno dei promotori. È opinione di molti che gli altri Paesi arabi continueranno a collaborare sottotraccia con Israele – come avveniva già prima – senza scambiarsi troppi sorrisi e strette di mano, incassando però soldi, armi, tecnologia, sostegno americano nelle loro politiche regionali. Tuttavia cercare di stendere un velo d’ombra può non essere sufficiente. Molto dipenderà dall’evolversi dei rapporti tra Israele e la nuova amministrazione statunitense. Nell’era di Trump, Netanyahu aveva ricevuto una libertà di movimento pressoché assoluta sia verso i palestinesi sia verso i nemici nell’area (Iran, Siria). Con il presidente Joe Biden non è esattamente la stessa cosa. Per i Paesi arabi il rischio è di rimanere ostaggi di una politica della destra israeliana senza più copertura da parte di Washington.

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