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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

A Islamabad non c’è coronavirus che tenga

Elisa Pinna
2 maggio 2020
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Nel mese di Ramadan da poco iniziato, il governo pakistano è stato messo alle strette dai militanti islamisti che hanno preteso e ottenuto di tenere le moschee aperte al culto (e affollate di fedeli). In barba ad ogni precauzione di contenimento della pandemia.


In Pakistan i casi di Covid-19 hanno cominciato a impennarsi negli ultimi giorni di aprile: da una media quotidiana di 200-300 nuovi contagiati ufficiali si è passati a 500-600 con oltre 16 mila positivi e 316 morti. Ad inizio del mese le persone colpite dal virus erano poco più di 4 mila. Sono ancora cifre contenute, rispetto a quelle di tanti altri Paesi, tuttavia a terrorizzare la comunità medico-scientifica pakistana è ciò che potrebbe accadere a partire dalle prossime settimane. Il perché è presto detto: i religiosi islamici ultraconservatori hanno imposto al governo, con manifestazioni violente e minacciando di scatenare l’ira di Allah nel Paese (ovvero il caos nelle piazze) di tenere aperte le moschee durante il mese sacro di Ramadan, iniziato il 24 aprile.

Le foto dell’ong pakistana Pattan Development Organization documentano la situazione di questi ultimi giorni. Migliaia di fedeli, in gran parte privi di mascherine e comunque tutti senza guanti, pregano senza rispettare, nell’80 per cento dei luoghi sacri esaminati, le distanze di sicurezza, talvolta inginocchiati spalla a spalla; attendono così per ore la fine del digiuno e l’iftar, quando al tramonto, con un rompete le righe che crea calche spaventose nei cortili delle moschee, vengono distribuiti i pasti gratuiti. Considerato che i tempi di incubazione del virus vanno dai cinque ai sette giorni, questo è un «momento cruciale», afferma l’Organizzazione mondiale della sanità: a giugno il Pakistan rischia di arrivare – secondo l’Oms – a 200mila contagiati, e i numeri raddoppiati sono un «segnale inquietante», anche perché molto probabilmente solo la punta dell’iceberg.

Eppure il governo pakistano, come nella stragrande maggioranza delle nazioni musulmane, si era mosso con saggezza, imponendo la chiusura, oltre che di gran parte del Paese, anche delle moschee. Anzi, aveva disposto che i luoghi di culto serrassero i cancelli, oltre che per il Ramadan, anche per la preghiera settimanale del venerdì. Tuttavia nella seconda nazione al mondo per numero di musulmani (circa 200 milioni, in maggioranza sunniti), a dettare legge, pandemia o non pandemia, sono da decenni i gruppi religiosi fondamentalisti. Ispirati ad un islam radicale, imparentato con il wahabismo saudita, sono stati spalleggiati dall’esercito fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, quando su committenza statunitense, si trattava di formare e mandare jihadisti a combattere, a fianco dei talebani, contro i sovietici in Afghanistan. Ora questi movimenti sono diventati «un mostro non più controllabile», secondo il professor Husnul Amin , un docente di islam, citato da alcuni giornali locali. Con frequenti prove di forza in piazza, si sono rivelati in grado di costringere il Parlamento a cambiare leggi già approvate, a far dimettere ministri e giudici considerati eretici.

Molti dei religiosi oltranzisti si raggruppano attorno al partito Tereek -e-Labaik, il movimento fondamentalista che voleva la morte, per blasfemia, della cristiana Asia Bibi, e che, dopo l’assoluzione della donna, ha cercato di impedirle di lasciare il Paese, esortando i fedeli ad uccidere sia lei sia i giudici responsabili della sentenza. La stessa tecnica intimidatoria e violenta è stata usata per costringere il governo a cambiare idea sulla chiusura delle moschee per il Ramadan. Nelle settimane scorse, scontri tra fedeli e esercito sono avvenuti in tutto il Paese. Nei vicoli di Karachi, la polizia è stata messa in fuga dai devoti, con lanci di pietre e a colpi di bastone. Decine gli agenti feriti. Le forze armate, prima schierate davanti alle moschee per far rispettare il blocco, hanno smobilitato, il governo ha ceduto e gli imam hanno ribadito, ancora una volta il loro potere.

Le moschee pakistane, indipendenti da qualsiasi controllo governativo, contano sui finanziamenti dei fedeli e, durante il Ramadan, circolano milioni di dollari e si aprono con generosità tanti portafogli. Non solo: il mese sacro è un’occasione per consolidare l’influenza dei religiosi sui propri fedeli, motivare le “truppe”, riaffermare il proprio potere. Proprio per questo motivo, sono in molti a chiedersi: chi comanda in Pakistan, il governo o gli imam?


 

Perché Persepolis?

La città di Persepolis era il centro del mondo prima di Alessandro Magno e di Roma. Era simbolo di una stagione di convivenza e integrazione culturale per quell’immensa regione che chiamiamo Medio Oriente. Oggi le rovine della capitale politica dell’antico Impero Persiano si trovano nel cuore geografico di un’area che in pochi decenni ha visto e vede guerre disastrose, invasioni di superpotenze esterne, terrorismo, conflitti latenti e lacerazioni interne all’islam: eventi che sfuggono alle semplificazioni con cui spesso in Occidente si leggono le vicende di quel quadrante geografico e che richiedono pazienza nel ricercare i fatti e apertura nel valutarne le interpretazioni. È ciò che si sforzerà di fare questo blog, proponendo uno sguardo ravvicinato sulla cultura, la società, l’economia, la religione, le radici identitarie dell’Iran e dei territori a forte componente sciita, compresi tra il Mediterraneo e Hormuz, tra lo Yemen e l’Asia Centrale.

Elisa Pinna, giornalista e scrittrice, è stata vaticanista, inviata per il Medio Oriente e corrispondente da Teheran per l’agenzia Ansa, oltre che collaboratrice di diverse testate italiane. Ha scritto libri sul pontificato di papa Benedetto XVI, sulle minoranze cristiane in Medio Oriente, sull’eredità dell’apostolo san Paolo. Con le Edizioni Terra Santa ha pubblicato Latte, miele e falafel: un viaggio tra le tribù di Israele e contribuito a Iran, guida storica–archeologica.

 

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