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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

E Teheran ignora l’Orso d’oro

Elisa Pinna
2 marzo 2020
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Un film iraniano ha vinto il premio più ambito nell'edizione 2020 della Berlinale. L'opera, prodotta senza sottoporsi alla censura, critica la pena capitale. Argomento scottante. Così l'Iran preferisce tacere sul riconoscimento. Almeno per ora...


Sabato 29 febbraio, un film iraniano, Sheytan vojud nadarad – Evil doesn’t exist (Il Male non esiste), ha vinto, per la sua potenza narrativa, l’Orso d’Oro all’edizione 2020 del prestigioso Festival del cinema di Berlino, sbaragliando ogni concorrenza. Ne parlano i giornali del mondo, ma la notizia non si trova sui quotidiani nazionali iraniani. Nella patria del regista, Mohammad Rasouluf, nessuno sembra sapere niente di un film girato a Teheran – o piuttosto si fa finta di ignorarlo.

Il film affronta un tema delicato, quello della pena di morte, ancora molto applicata in Iran, attraverso quattro storie differenti ma intrecciate tra loro, che si interrogano sulla legittimità di togliere la vita ad un’altra persona per eseguire gli ordini superiori e sulla possibilità invece di opporsi. Uno dei protagonisti è un ragazzo in servizio di leva in un carcere di massima sicurezza. È disperato perché per la prima volta dovrà prendere parte a un’esecuzione capitale; un commilitone cerca di dargli coraggio; un altro si offre di prendere il suo posto in cambio di soldi.

Argomento scomodo, come scomodo è il regista: Rasouluf «fa parte di una generazione di cineasti che rifiutano la censura», spiega uno dei suoi produttori, anche lui iraniano. Nel 2009 per le sue idee ha scontato una condanna a un anno di carcere. Era il tempo delle proteste di piazza contro la rielezione del presidente ultraconservatore Mahmud Ahmadinejad. Poi, uscito di prigione, ha ricominciato a realizzare film, tutti con problemi di censura, ma comunque portati a termine e distribuiti anche all’estero, dove hanno riscosso premi internazionali. Per il film premiato alla Berlinale le riprese sono state fatte senza chiedere alcun permesso, per evitare complicazioni, ha spiegato il produttore.

Rasouluf, nelle note di regia, spiega che il film è partito da una sua esperienza personale. «L’anno scorso ho incontrato per caso per strada uno degli uomini che mi aveva interrogato. È stata una sensazione indescrivibile. Senza che ne fosse consapevole, ho iniziato a seguirlo. Erano passati dieci anni, era invecchiato, volevo fotografarlo col cellulare, volevo affrontarlo e urlargli in faccia le mie domande. Poi l’ho guardato meglio e non riuscivo a vedere un mostro. In che modo le regole autocratiche modificano le persone fino a farne ingranaggi della macchina autoritaria?»

È facile intuire, dati gli argomenti trattati e le storie descritte, perché i giornali iraniani abbiano preferito tacere sulla vittoria del film a Berlino. D’altra parte, come è possibile che in un Paese occhiuto e poliziesco come l’Iran, nessuno si sia accorto che una troupe stava girando un film professionale per poi inviarlo ad un festival all’estero? Il caso di Rasouluf è emblematico dell’ambivalenza quotidiana della Repubblica islamica, una realtà difficile da classificare, sfuggente a ogni semplificazione. In Iran ogni giorno autoritarismo e teocrazia convivono con un pragmatismo più morbido che lascia spesso scappatoie, vie d’uscita, compromessi per evitare la rottura totale tra regime, popolazione e intellettuali. Ciò probabilmente spiega perché tanti registi, anche molto famosi, rimangano o tornino a lavorare in patria, nonostante i limiti imposti, e perché la Repubblica degli ayatollah, caso unico nei Paesi islamici, abbia una produzione cinematografica, e in generale artistica, di così alto livello internazionale e di una qualità e profondità inimmaginabili nelle altre nazioni della regione. Basti ricordare i due recenti premi Oscar vinti dal regista Asghar Farhadi (con Separazione e Il Cliente).

In un’altra delle tante torsioni all’iraniana, a Rasouluf è stato vietato di recarsi a Berlino a ritirare l’Orso d’oro. Ha però parlato in teleconferenza e, sul palco della premiazione, in sua vece, sono saliti la figlia (tra i protagonisti del film), gli altri attori e il produttore iraniano. Chissà se Evil doesn’t exist, dopo aver così commosso e convinto la giuria di Berlino e la critica internazionale, riuscirà a raggiungere mai le sale iraniane. Il produttore non si fa troppe illusioni perché il film è stato girato e ultimato senza passare attraverso le maglie della censura. L’Iran è un Paese che però riserva sempre sorprese. Nel male o nel bene. Magari i giornali ufficiali finiranno per parlarne e il film riemergerà dal nulla in cui gli ayatollah lo hanno per il momento relegato per diventare un motivo d’orgoglio nazionale in un Paese molto attento al proprio prestigio culturale. In Italia, l’opera di Rasouluf, con tanto di un’iconica Bella Ciao in lingua farsi, approderà presto nelle sale.


 

Perché Persepolis?

La città di Persepolis era il centro del mondo prima di Alessandro Magno e di Roma. Era simbolo di una stagione di convivenza e integrazione culturale per quell’immensa regione che chiamiamo Medio Oriente. Oggi le rovine della capitale politica dell’antico Impero Persiano si trovano nel cuore geografico di un’area che in pochi decenni ha visto e vede guerre disastrose, invasioni di superpotenze esterne, terrorismo, conflitti latenti e lacerazioni interne all’islam: eventi che sfuggono alle semplificazioni con cui spesso in Occidente si leggono le vicende di quel quadrante geografico e che richiedono pazienza nel ricercare i fatti e apertura nel valutarne le interpretazioni. È ciò che si sforzerà di fare questo blog, proponendo uno sguardo ravvicinato sulla cultura, la società, l’economia, la religione, le radici identitarie dell’Iran e dei territori a forte componente sciita, compresi tra il Mediterraneo e Hormuz, tra lo Yemen e l’Asia Centrale.

Elisa Pinna, giornalista e scrittrice, è stata vaticanista, inviata per il Medio Oriente e corrispondente da Teheran per l’agenzia Ansa, oltre che collaboratrice di diverse testate italiane. Ha scritto libri sul pontificato di papa Benedetto XVI, sulle minoranze cristiane in Medio Oriente, sull’eredità dell’apostolo san Paolo. Con le Edizioni Terra Santa ha pubblicato Latte, miele e falafel: un viaggio tra le tribù di Israele e contribuito a Iran, guida storica–archeologica.

 

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