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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Da Jean a Yohanan per amore di Israele

Francesco Petronella
9 luglio 2020
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Da Jean a Yohanan per amore di Israele
Yohanan Elihai nel 2016. (foto Elhanan Miller)

A Gerusalemme è scomparso il 4 luglio scorso, a 94 anni d'età, il piccolo fratello Yohanan Elihai. D'origini francesi, aveva una personalità ricchissima ed era un appassionato studioso di lingue. L'omaggio della comunità cattolica di lingua ebraica.


«Tra le altre cose, caro Francesco, sono anche un prete». Con queste parole, rivolgendosi al giovane studente che lo intervistava a Gerusalemme raccogliendo materiale per la sua tesi di laurea, si esprimeva nel 2016 fratel Yohanan Elihai, membro della famiglia religiosa dei Piccoli fratelli di Gesù. Nato il 18 aprile 1926 nei pressi di Parigi con il nome di Jean Leroy, Yohanan si è spento il 4 luglio 2020 all’età di 94 anni, dopo un attacco cardiaco che nel giro di pochi giorni lo ha condotto alla morte.

La sua precisazione, «sono anche un prete», spiega bene quanto nella sua lunga esistenza, vissuta tra Francia, Egitto, Libano, Siria e Israele, Yohanan sia stato tante altre cose, mettendo a frutto, nel ministero del sacerdozio, i molteplici carismi che aveva avuto la grazia di ricevere.

Scosso dall’Olocausto

Durante gli studi al seminario minore di Versailles, un evento drammatico segnò la vita del giovane Jean. «Ero a Parigi durante l’occupazione nazista – mi raccontò in quel caldo ottobre 2016 – e a 18 anni assistetti alla liberazione della città. Quando arrivarono gli americani misero grandi foto della Shoah nelle strade. Fu lo choc della mia vita. Tornai a casa e chiesi a mia mamma: “Sapete cosa hanno fatto agli ebrei?”». Fu l’inizio di una presa di coscienza graduale ma costante per il giovane seminarista francese. «Pian piano – mi spiegò molti anni dopo quei fatti – iniziai a capire ciò che i cristiani avevano fatto agli ebrei durante i secoli. Una volta ebbi modo di parlarne col papa (san Giovanni Paolo II – ndr) che mi guardò “con due occhi così”, sbigottito».

Da quella presa di coscienza nacque la decisione di partire per il Medio Oriente. All’età di 20 anni, nel 1946, Jean scelse di andare a prestare servizio militare a Beirut, dove arrivò in treno dall’Egitto attraverso la Palestina allora sotto Mandato britannico. Iniziò a insegnare francese e, non riuscendo a trovare un dizionario bilingue dalla sua lingua all’arabo dialettale, decise di scriverne uno. L’attività di linguista sarà uno dei lati fondamentali della vita di Yohanan, che tornato in Francia nel 1947 si unì alla congregazione dei Piccoli Fratelli di Gesù. Dopo un periodo a Damasco, dove perfezionò l’arabo guadagnandosi da vivere come ceramista, trascorse qualche mese in un kibbutz nel deserto del Neghev, dove capì che vivere in Israele era la sua vocazione.

La vita in Israele

Ordinato sacerdote nel 1955, Yohanan tornò nello Stato ebraico, dove il 21 marzo 1956 celebrò la prima messa in lingua ebraica, con rito siriaco. Lui stesso aveva tradotto il messale e negli anni successivi farà lo stesso con il messale romano a partire dal latino e con il Nuovo Testamento a partire dal greco, insieme ad un gruppo ecumenico di traduttori. Questi testi – elaborati da ebrei messianici, cristiani protestanti e religiosi cattolici – sono ancor oggi alla base della vita liturgica e pastorale delle piccole comunità cattoliche di espressione ebraica in Israele. Nel 1960, Jean ricevette la cittadinanza israeliana e decise di cambiare nome: Yohanan è la traduzione ebraica del suo nome francese; Elihai, il cognome ebraico che ha scelto, significa letteralmente «Il mio Dio è vivo».

L’opera di traduzione, nella lunga e intensa vita di Yohanan, ne dimostra non solo l’abilità linguistica, ma anche la profondità teologica. Tradurre messale e Nuovo Testamento, mi spiegò lui stesso all’epoca, significava anche creare parole nuove, allargarne il significato ad accezioni inedite, rendere il più possibile la liturgia “inculturata” rispetto al contesto ebraico. In altri termini, era un lavoro intellettuale grande e difficile.

La parola «Signore», ad esempio, viene tradotta con Adonai quando si riferisce a Dio padre, ma con Adon quando è riferita a Gesù, Cristo e figlio del Padre. Yohanan mi spiegò così il ragionamento dietro questa scelta: «Il Padre ha riempito Gesù di Nazaret della sua presenza: quando Gesù sorride è il sorriso di Dio, quando Gesù parla, è Dio che parla. Questa è la shekhinà, la presenza. Ma Adonai è il Padre, come nell’Antico Testamento».

Creatore di parole

Nel 2008 Yohanan ricevette un dottorato onorario dall’Università di Haifa e nel 2018 il premio Golda Meir. Nel corso della sua attività ha creato parole nuove che in ebraico moderno non esistevano come «comunione», «eucaristia», «mistero», ricevendo l’apprezzamento personale del linguista israeliano Avraham-Even Shoshan e del famoso scrittore Amos Oz. Nel tempo libero, Yohanan si dedicava anche alla grafica, disegnando a matita o a carboncino scene narrate nell’Evangelo ed episodi della sua vita. Alla scrittura di libri e alle traduzioni in arabo ed ebraico Yohanan ha dedicato tutta la sua vita, spostandosi di luogo in luogo, fino alla morte sopraggiunta in questo luglio 2020.

La messa funebre in ebraico, presieduta dal’arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, è stata celebrata nel giardino delle suore di Sion a Ein Karem. Su di lui titola il quotidiano israeliano Yediot Ahronot: È morto il monaco che si innamorò di Israele, mentre sul sito del vicariato di San Giacomo, che coordina le comunità cattoliche di espressione ebraica (le kehillot), si legge: «Yohanan amava questa terra con tutti i suoi abitanti, ebrei e arabi. Pregò per loro e li servì a modo suo fino agli ultimi mesi della sua vita».

L’eredità

«Alle kehillot, Yohanan lascia una visione di comunità, di una Chiesa più vicina alle origini ebraiche, alla cultura e mentalità degli ebrei di oggi, sia dal punto di vista linguistico che rispetto alla tradizione». È questo il commento di padre Roman Kaminski, sacerdote di origine polacca e parroco della kehillah di Gerusalemme, sentito da Terrasanta.net. «Un esempio di questa sensibilità – spiega ancora Kaminski – è l’idea celebrare il «Grande Avvento», che dura dalle nove alle tredici settimane anziché quattro, in modo da comprendere anche le festività ebraiche autunnali come Rosh HaShanah, Yom Kippur, Sukkot e Simchat Torah».

In definitiva, Yohanan Elihai ha rappresentato ciò che sono le Chiese di Terra Santa: comunità diverse, peculiari in quanto a lingue e riti, ma impegnate a costruire ponti di dialogo e ad essere Chiesa Una, nonostante i limiti, i confini e le divisioni.

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