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Libano in crisi, la testimonianza di fra Quirico Calella

Cécile Lemoine
13 agosto 2021
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Libano in crisi, la testimonianza di fra Quirico Calella
Dicembre 2020, fra Quirico Calella nel convento di Tripoli con una suora e la dottoressa Fiorella Gosetto venuta in Libano dall'ospedale del Cottolengo di Torino. (foto convento di San Francesco - Tripoli)

Vive a Tripoli, in Libano, da cinque anni il francescano pugliese fra Quirico Calella. Da mesi ormai anche lui fa tutto quello che può per alleviare i dolori e le difficoltà della popolazione, sprofondata nell'abisso della povertà.


Nonostante i suoi 77 anni d’età fra Quirico Calella rimane un tipo iperattivo. Pugliese di Cisternino (Brindisi), fra Quirico ha trascorso 38 anni della sua vita in Israele (l’ultimo periodo ad Akko) prima di essere trasferito al convento di Tripoli-Mina, in Libano, a metà del decennio scorso. Ora sta portando avanti una serie di progetti per aiutare una popolazione stremata dalla crisi che ha messo in ginocchio il Paese. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Qual è la situazione del Libano oggi?
La svalutazione della lira libanese ha causato danni enormi. Poiché la maggior parte dei prodotti di consumo sono importati, il loro prezzo è fissato in dollari. E dal momento che la valuta libanese ha perso il 93 per cento del suo valore le persone non possono più permettersi di acquistare neppure il cibo. Gli scaffali delle farmacie sono ormai senza medicinali. A pandemia (di Covid-19) in corso, ci sono famiglie che non possono nemmeno permettersi le mascherine. Nelle ultime settimane due bambini – uno punto da uno scorpione, l’altro morso da un cane – sono morti per mancanza di antidoti. Tragedia nella tragedia, il sistema scolastico è sull’orlo del collasso: ci sono scuole private che non pagano i docenti da 16 mesi.

Quali azioni sono in corso al convento San Francesco a Tripoli-Mina per aiutare la popolazione?
Organizziamo attività sportive per i bambini del quartiere, prevalentemente cristiani, nonché per i migranti filippini ed etiopi. Lavoro anche con giovani volontari francesi che sono venuti ad aiutarmi ad organizzare un campo estivo. Sul fronte sanitario, ogni due mesi facciamo venire dall’Italia un medico che cura i profughi siriani. Dall’esplosione del porto di Beirut (del 4 agosto 2020 – ndr), e grazie alle donazioni raccolte dall’associazione Pro Terra Sancta, distribuiamo ogni mese anche 150 kit sanitari con medicinali per il diabete e altre malattie gravi, oltre a 150 kit alimentari contenenti prodotti di prima necessità. Il prossimo ottobre apriremo un dispensario al convento, con due o tre medici e un’infermiera. Sto anche organizzando una raccolta fondi per aiutare le scuole a pagare gli stipendi. A margine di tutto questo, abbiamo messo in scena un lavoro per celebrare gli 800 anni dell’incontro del 1219 a Damietta (Egitto) tra san Francesco e il sultano al-Malik al-Kamil.

Fra Quirico, al centro, intento a piantare cedri con i bambini del campo estivo 2021. (foto convento San Francesco – Tripoli)

Coordina tutto da solo?
Sì. Eravamo in due all’inizio, ma l’altro fratello ha preso il Covid-19 ed è dovuto partire. Tuttavia, ho legami con i conventi francescani di Beirut e Tiro e sono anche in contatto con i padri carmelitani.

Gli aiuti di cui lei si occupa sono riservati ai cristiani?
Per quanto riguarda la distribuzione del cibo e dei kit sanitari ho prima chiesto ai parroci di iscrivere i loro parrocchiani più poveri, siano essi cattolici o ortodossi. Abbiamo anche aggiunto una dozzina di famiglie musulmane attraverso un mufti e uno sceicco che conosco, oltre a profughi siriani e palestinesi. Durante la nostra seconda distribuzione, dove le persone potevano iscriversi per la successiva, abbiamo avuto problemi: la coda era impressionante e non sono mancati un po’ di spintoni. Quasi 300 musulmani sono venuti a registrarsi, mentre i cristiani erano pochissimi. Molti non sono venuti, bloccati forse da una sensazione di declassamento: parliamo di persone passate dalla ricchezza alla povertà nel giro di pochi mesi. Fare beneficenza resta molto difficile. È arduo rifiutare aiuto a questa gente.

Ci sono cristiani che lasciano Tripoli?
Sì. Prima della guerra civile (1975-1990), vivevano in città oltre 250 mila cristiani. Oggi sono scesi a 25 mila: ne è rimasto uno su dieci. A Tripoli c’è una via chiamata Rue des Eglises: di chiese ce ne sono otto! A Mina ne sorgono cinque proprio intorno al convento. Le strutture restano, i fedeli se ne sono andati. Oggi lasciare il Libano è più complicato, perché nessuno ha i soldi per comprare i biglietti aerei.

La crisi attuale sta creando tensioni di tipo settario o religioso?
Non proprio. Il patriarca maronita, il cardinale Beshara Rai, vuole essere vicino alla popolazione e denuncia in modo chiaro e regolare la corruzione dei politici. Forse è anche una grazia che la Chiesa attraversi queste prove e queste crisi sociali. Le condizioni materiali in cui viveva parte delle autorità religiose del Paese prima della crisi erano scandalose. Dopo l’esplosione, il Papa ha esortato la Chiesa a muoversi. E si comincia con il non vivere nel lusso.

In che modo è possibile aiutarvi?
Versare una donazione tramite l’associazione Pro Terra Sancta è già un bel gesto, ma il problema delle donazioni è la svalutazione. Da due anni non possiamo utilizzare i dollari in banca: una volta convertiti in lire libanesi, resta solo un quinto del loro valore. Sarebbero più utili i contanti, portati dalle persone che vengono in Libano.

Come guarda al futuro?
La speranza è l’ultima a morire, come si dice. Da cristiano e francescano devo essere ottimista. Penso che l’uomo abbia le risorse necessarie per aiutare il prossimo. La crisi è temporanea. Una soluzione emergerà, perché il Libano e i libanesi non meritano di essere lasciati nella povertà.

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