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Il Libano sull’orlo di una crisi di nervi

Giuseppe Caffulli
21 ottobre 2019
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Il Libano sull’orlo di una crisi di nervi
La popolazione di Beirut protesta in piazza dal 17 ottobre 2019. (foto abouna.org)

Alta tensione in Libano. La popolazione in piazza protesta da giorni contro nuove tasse e costo della vita. E chiede di porre fine alla corruzione dei politici. A qualunque costo?


Da Tiro a Tripoli, da Beirut a Sidone, non si placa la rivolta popolare che da giovedì scorso, 17 ottobre, sta montando nel Paese dei Cedri. Stasera sono attese dichiarazioni del premier Saad Hariri, ma la situazione rimane grave. La scintilla, riferiscono le cronache, sarebbe stata una tassa prevista sulle telecomunicazioni,  su WhatsApp e la messaggistica via Internet in generale. Le proteste che sono seguite, imponenti, hanno interessato le piazze di tutte le principali città. Il centro di Beirut e piazza dei Martiri sono stati invasi da una folla di oltre un milione di persone. A Tripoli, riferiscono fonti locali, oltre 60 mila persone si sono state appuntamento a piazza Sahat al Nour.

Purtroppo, le manifestazioni, sostanzialmente pacifiche, hanno avuto anche code violente, con l’incendio di copertoni e cassonetti. Sostanzialmente bloccata l’autostrada che corre lungo il litorale e collega le città della costa all’aeroporto. Le forze dell’ordine hanno arrestato alcuni manifestanti che hanno saccheggiato negozi di beni di lusso. Sui social media sono in tanti a chiedere addirittura un intervento militare che azzeri la classe politica e rimetta il Paese su nuovi binari, con elezioni libere e sotto il controllo internazionale.

Il governo libanese è oggi riunito al Palazzo Baabda, sotto la presidenza del capo di Stato Michel Aoun, per cercare di approvare un piano di «riforme radicali» proposto dal primo ministro Hariri. Tuttavia, la soluzione di questa crisi sembra lontana. Secondo Aoun quello «che succede in strada è l’espressione della sofferenza della gente, ma generalizzare le accuse di corruzione è una grande ingiustizia».

Proteste unanimi

Le proteste, che alcuni giornali libanesi hanno già battezzato l’«intifada della dignità», stanno coinvolgendo l’intero popolo libanese, senza distinzione di religione o appartenenza politica. Sventola infatti una sola bandiera, quella libanese. Una novità che sta creando grande apprensione tra i leader politici. Finora infatti la società libanese è stata governata dando voce a particolarismi ed interesse di parte. Il fatto che le proteste stiano accomunando cristiani, musulmani (sciiti e sunniti) e drusi, tutti uniti nel chiedere la fine della corruzione di Stato e una nuova fase riforme istituzionali, crea più di una apprensione tra i leader delle varie fazioni, che temono di perdere potere.

Che il Paese fosse «in bilico», se non proprio sull’orlo di un baratro, l’avevamo scritto anche nel reportage pubblicato nel numero di settembre-ottobre 2019 della rivista Terrasanta. Drammatici i dati economici. Il Libano aveva a fine 2018 un debito pubblico di 80 miliardi di dollari, pari al 141 per cento del Prodotto interno lordo. La sua crescita economica è oggi a malapena attorno all’1 per cento; il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 36 per cento.

«Il nuovo governo – scrivevamo – sta cercando di varare riforme e tagli di spesa che, però, finiranno per pesare sui settori più deboli della popolazione. Al disastro economico provocato dalla guerra civile libanese, conclusasi nel 1990, si è aggiunta la crisi del 2006 con Israele. Ma il quadro è peggiorato notevolmente a partire dalla crisi siriana del 2011, con l’enorme ondata di profughi che hanno raggiunto il Paese dei Cedri». Da diversi mesi i libanesi si lamentavano del carovita, dell’aumento delle tasse, della disoccupazione. Ma la crisi è precipitata negli ultimi giorni anche a causa dell’aumento improvviso del cambio della lira libanese nei confronti del dollaro Usa. La moneta verde cambiata ormai da decenni con un dollaro contro 1.500 lire libanesi, è inspiegabilmente arrivata alla soglia di 1.510 nel cambio ufficiale e 1.640 nel mercato nero. L’innalzamento del cambio della lira-dollaro ha incrementato i prezzi al consumo di tutti gli alimenti e di generi di prima necessità come farina, pane e carburanti. A questi aumenti si sono aggiunte le notizie di una tassa sulle conversazioni via Internet… Il resto è cronaca di queste ore.

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