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La crisi in Libano, appello delle Chiese

Christophe Lafontaine
25 ottobre 2019
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La crisi in Libano, appello delle Chiese
Il patriarca maronita Bechara Rai, al centro, illustra la posizione delle Chiese sulla crisi in Libano, il 23 ottobre 2019 presso la sede patriarcale a Bkerke, nei pressi di Beirut. (foto Patriarcato maronita/bkerki.org)

La presa di posizione ufficiale da parte dei capi delle comunità cristiane in Libano, resa pubblica il 23 ottobre. Un appello ai politici, a tutti i connazionali e alla comunità internazionale perché si ascoltino le giuste istanze del popolo.


Dal 17 ottobre scorso i libanesi animano le piazze. Chiedono le dimissioni del governo; rigettano una classe dirigente politica che controlla le leve del potere da quasi trent’anni (e che accusano di corruzione e nepotismo); protestano per le loro condizioni di vita. Di fronte a questo movimento «storico ed eccezionale», il 23 ottobre ha parlato, a nome dei capi delle Chiese e dei rappresentanti delle comunità cristiane in Libano il patriarca maronita, il cardinale Bechara Rai lanciando un triplice appello agli uomini di potere, a tutti i libanesi e alla comunità internazionale.

La dichiarazione congiunta che il patriarca ha letto dopo una riunione straordinaria convocata a Bkerke, la sede del Patriarcato maronita sulle colline che sovrastano Beirut, si rivolge innanzitutto alle autorità del Paese, vivamente sollecitate «ad adottare misure serie e coraggiose» per far uscire il Paese dalla grande crisi politica e socioeconomica in cui si trova. Per le Chiese cristiane, una cosa è certa: «La persistente paralisi della vita pubblica nel Paese porterebbe al suo collasso economico e finanziario, che si rivolterebbe contro il popolo libanese». Da qui l’urgenza: «È giunto il momento che lo Stato risponda alle giuste richieste e che la vita delle persone torni alla normalità».

Riforme strutturali

Le Chiese cristiane in Libano appoggiano questo movimento popolare senza precedenti – «Sosteniamo le vostre richieste (…). Quello che avete fatto è ben più di una rivolta» – e indicano esplicitamente una tabella di marcia alle autorità. Certo, il primo ministro Saad Hariri ha già proposto lunedì 21 ottobre – «dietro pressioni della piazza», sottolineano le Chiese – un piano di riforme economiche e finanziarie: il bilancio 2020 senza tasse aggiuntive; la riduzione del 50 per cento degli stipendi del presidente, dei ministri e dei deputati (attuali e precedenti); la riforma delle pensioni; nuove tasse sulle banche; un piano per combattere la corruzione e una riprogettazione del settore elettrico. Se questo è «un primo passo positivo» per le Chiese, non è tuttavia abbastanza. È necessario andare oltre, ha affermato il patriarca Bechara Raï a nome degli altri ecclesiastici. Bisognerebbe prevedere un rimpasto di governo, favorire una governance democratica e imparziale, dar vita a un sistema giudiziario indipendente, porre in essere un’amministrazione decentralizzata e gestita da persone competenti, credibili, integre e con il senso del bene comune della nazione.

Rivolgendosi direttamente al presidente della Repubblica, Michel Aoun, che è il garante della Costituzione, i leader cristiani lo ha invitano ad iniziare immediatamente le consultazioni con i leader politici e i leader delle comunità religiose per prendere le decisioni che si impongono. La Lega maronita, da parte sua, ha dichiarato ieri l’altro, in una nota riportata dal quotidiano L’Orient-Le Jour, il suo sostegno all’appello del cardinale Rai. «Il proseguimento delle manifestazioni fino a che saranno accolte le richieste (dei cittadini) è legale sul piano umano, nazionale e costituzionale e noi lo sosteniamo», ha scritto la Lega.

Contro i rischi di un colpo di Stato

Oltre che alle autorità del Paese, i leader delle Chiese cristiane chiedono al popolo libanese (inclusi i suoi membri in diaspora) di preservare la «purezza» e la «calma» del movimento per «impedire a qualsiasi partito di sfruttare il suo grido, e di trasformarlo in un colpo di Stato distorcendone il volto democratico». Le Chiese, salutando l’impegno delle forze armate e delle forze di sicurezza libanesi, chiedono ai manifestanti di rispettare la libertà di movimento dei cittadini così che possano far fronte alle esigenze di carattere medico, professionale o scolastico. Tutto ciò anche per evitare che l’opinione pubblica si rivolti contro chi manifesta nelle strade. Il patriarca maronita chiede anche ai manifestanti «di mettersi d’accordo per individuare delle persone che possano parlare a loro nome con le autorità, per arrivare alle soluzioni».

Alla comunità internazionale le Chiese in Libano chiedono di svolgere il «suo ruolo» sostenendo non solo «la prima democrazia nata in Oriente», ma anche preservando questo raro «movimento di unità islamo-cristiana». Inoltre, per sostenere il Libano che risente dei conflitti regionali, occorre far rispettare le risoluzioni internazionali.

Le altre voci

Va notato che le Chiese cristiane non sono state le uniche istituzioni religiose ad esprimersi. Anche Dar el-Fatwa, la massima autorità dell’islam sunnita in Libano, con sede a Beirut, presieduta dal gran muftì della Repubblica libanese, Abdellatif Deriane, ha invitato lo Stato a «rispondere alle giuste richieste» dei manifestanti. «Il Paese è a una svolta pericolosa» e la situazione «deve essere affrontata rapidamente», ha aggiunto.

Secondo lo sceicco druso Naim Hassan «la difficile situazione in cui si trova il Paese è causata dalla profonda sofferenza del popolo libanese che si ribella per i suoi diritti, la sua dignità e le cose fondamentali della vita, a prescindere dalle appartenenze». «Proprio questo – soggiunge Hassan – ci porta a sostenere che nessuno ha il diritto di trascurare o sottovalutare la voce del popolo. Dobbiamo trovare delle vie d’uscita eccezionali (alla crisi) che preservino il diritto delle persone a una vita libera, dignitosa e giusta».

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