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Yemen, la svolta verde la impone la guerra

Laura Silvia Battaglia
2 dicembre 2019
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La penuria di risorse determinata dal conflitto in corso ha indotto molti yemeniti a dotarsi di pannelli fotovoltaici per ovviare all'assenza di energia elettrica. Un cambiamento imposto dalla guerra e che probabilmente è destinato a restare.


Nello Yemen al buio a causa della guerra ognuno s’arrangia come può. E nella penuria di ogni risorsa, compresa l’energia elettrica (le Nazioni Unite stimano che il 90 per cento della popolazione non vi abbia più accesso), molti yemeniti hanno fatto appello alla loro intelligenza: l’energia green è così diventata l’unica soluzione disponibile a chi non ha accesso alla rete elettrica nazionale. Il pioniere della svolta verde si chiama Ibrahim al-Faqih, vive nella ex capitale Sanaa e ha iniziato a vendere pannelli solari quattro anni fa. Al-Faqih ha avuto così tanto successo che in molti lo hanno imitato. A Sanaa, adesso, ha un negozio pieno di pannelli solari e stufe importati da India e Cina. «C’è così tanta richiesta di questi apparecchi che anche chi prima vendeva cibo si è buttato su questo mercato», ha detto all’agenzia Reuters. In realtà, in Yemen, l’energia verde non è una novità: nelle campagne l’utilizzo dei pannelli solari era già diffuso, poiché non tutto il territorio yemenita, soprattutto le aree rurali, è raggiunto dalla rete nazionale. Se i pannelli fotovoltaici non sono stati usati primariamente per illuminare case e villaggi, hanno avuto una funzione ancora più importante: pompare acqua alle abitazioni e alle strutture che ne avevano bisogno.

Del resto, la produzione di energia verde è cruciale per la vita quotidiana della popolazione yemenita: ci si pompa acqua, si riscalda l’ambiente, si illuminano le abitazioni e le strade, si ricaricano i cellulari. Tutto, in tempo di guerra, passa da questo salva-vita. Soprattutto nel Nord del Paese, dove la crisi economica conseguente allo spostamento della banca centrale nella città di Aden – a causa dell’occupazione del territorio da parte dei ribelli Houthi – ha reso impossibile l’accesso ai conti-correnti, alle risorse finanziarie nazionali e alle strutture controllate dal governo centrale. La mancanza di energia elettrica era un problema anche prima della guerra a cui si sopperiva con l’uso di generatori a gasolio. Ma i gruppi elettrogeni, oltre a rendere l’aria più inquinata, costano ormai uno sproposito e il gasolio è difficile da trovare, se non al mercato nero e con costi sempre più elevati.

Soprattutto nel Dhamar, un’area rurale dove ci sono parecchie fattorie e anche alcune industrie, a poco a poco i coltivatori si stanno convertendo all’energia solare. Omar Homadi, un coltivatore dell’area, non riesce a coprire i costi di un generatore necessario per irrigare ogni giorno il suo pezzo di terra. «Finora abbiamo sofferto la siccità, ma da quando abbiamo installato i pannelli solari è ritornata a fiorire», dice. E aggiunge: «Adesso che l’abbiamo scoperta, insisteremo per il suo mantenimento e per la sua diffusione anche quando questa guerra sarà finita».

Suona beffardo, ma talvolta anche le guerre generano inaspettati e incredibili vantaggi.


 

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen). È corrispondente da Sana’a per varie testate straniere.

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu). Cura il programma Cous Cous Tv, sulle televisioni nel mondo arabo, per TV2000.

Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).

 

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