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Le «amazzoni» di Socotra

Laura Silvia Battaglia
27 marzo 2019
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Dopo aver occupato, nel 2018, l’isola di Socotra, l’Eden naturalistico yemenita, gli Emirati Arabi Uniti adesso reclutano le donne socotriane. Per inserirle nelle loro forze armate.


A distanza di quattro anni dall’inizio della guerra in Yemen, al di là dello stretto di Baab al Mandab – ingresso strategico all’Oceano Indiano e al Golfo Persico dal Canale di Suez – è tempo di grandi manovre. Emiratine, soprattutto. Così, dopo che, nel 2018. gli Emirati Arabi Uniti – partner del governo yemenita nella guerra in Yemen, socio dei sauditi nella Lega Araba ma, allo stesso tempo concorrenti nel controllo dei confini e delle coste dell’ex Arabia Felix, oggi fortemente provata da una gravissima crisi umanitaria e da grande instabilità politica – hanno occupato l’isola di Socotra, l’Eden naturalistico yemenita, adesso fanno incetta anche delle donne socotriane. Ma per propositi di sicurezza.

La notizia, diffusa una settimana fa dalle stesse autorità locali, tramite la Yemen Press Agency, e confermata dagli Emirati, riguarda il trasferimento di cento donne socotriane dall’isola-paradiso ad Abu Dhabi per reclutamento e addestramento militare negli Emirati. Secondo le informazioni diffuse, questo sarebbe il primo passo verso la creazione di unità militari locali fedeli agli Emirati, a partire proprio da un’unità femminile. L’addestramento verrà impartito presso la Khawla School, l’accademia militare di Abu Dhabi, sotto la supervisione di alti ufficiali emiratini.

La presenza di unità femminili non deve sorprendere: gli Emirati hanno un’accademia militare femminile e molte donne graduate, soprattutto nell’aviazione. Ma anche l’esercito yemenita vanta da anni un corpo scelto di donne, formate per vari tipi di operazioni militari, da quelle di protezione delle autorità a interventi straordinari anti-terrorismo. Piuttosto, l’azione emiratina di reclutamento ha suscitato parecchie reazioni in Yemen e soprattutto tra gli attivisti locali e internazionali che sono impegnati per la protezione e la smilitarizzazione di Socotra. Due settimane fa, le autorità emiratine hanno trasferito molti studenti maschi socotriani nella capitale Aden, anche in questo caso per sottoporli a formazione militare. L’azione è stata fortemente criticata e ritenuta allarmante, ma soprattutto appare un chiaro segnale della volontà di Abu Dhabi di imporre un controllo completo sull’isola, spingendo forzatamente la popolazione più giovane ad esprimere fedeltà al nuovo alleato.

In realtà, queste azioni sono solo conseguenza dell’occupazione dell’isola, diventata de facto emiratina a partire dalla metà del 2018, quando gli Emirati hanno allogato nel porto e nell’aeroporto di Socotra le loro unità militari, aeree e navali utili per la ricognizione, il controllo e la difesa delle coste yemenite e delle acque territoriali limitrofe.

 


  

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen). È corrispondente da Sana’a per varie testate straniere.

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu). Cura il programma Cous Cous Tv, sulle televisioni nel mondo arabo, per TV2000.

Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).

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